SCHÖN Helmut: le glorie dell’erede di Herberger

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Il suo predecessore ed ex principale, Sepp Herberger, sarebbe inorridito. Durante i Mondiali del 1970, nel ritiro della Nazionale tedesca a Leon, il Ct Helmut Schon venne “catturato” nei pressi della piscina dell’albergo dai suoi giocatori e gettato in acqua completamente vestito. Finì con una risata generale, cui partecipò la stessa vittima dello scherzo. Decisamente, il Ct meno teutonico che si potesse immaginare. Uno dei più grandi del calcio di tutti i tempi, peraltro, dato che la Germania (occidentale) non è mai stata costantemente ai vertici come nel corso del suo “regno”.

Helmut Schön era nato a Dresda il 15 settembre 1915 ed era stato un formidabile cannoniere, giocando come elegante interno sinistro nel Dresda (due titoli, nel ’43 e nel ’44, e due coppe nazionali, nel ’40 e nel ’41), nell’Hertha Berlino e nel St. Pauli. Fisico imponente, classico cacciatore di gol, in Nazionale vantava l’eloquente “score” di 17 gol in 16 partite. Dopo la guerra, aveva continuato fino a un grave incidente a un ginocchio; dopo tre operazioni alla cartilagine dell’articolazione si arrese nel 1951. Nel frattempo, aveva vissuto una breve esperienza come selezionatore dello stato indipendente del Saarland, scoprendo la vocazione ad allenare.

Con la Nazionale tedesca segna un totale di 17 gol. Si distingue per le sue capacità aeree e abilità strategiche.

Alla fine del 1949 nasceva la Repubblica democratica tedesca, cioè la Germania Est retta da un regime comunista, e pochi mesi dopo Schön optava per la Germania occidentale, pur con la morte nel cuore nel dover lasciare la sua Sassonia. A Dresda non sarebbe tornato mai più. Appese le scarpe al chiodo, fece pratica come allenatore di formazioni dilettantistiche ed entrò nel giro dei quadri federali finché nel 1955 Sepp Herberger, Ct della Germania occidentale, lo prese come aiutante.

Rimase al fianco del grande selezionatore fino al 1964, quando ormai non ne poteva più di restare dietro le quinte e, pur diluendolo nel suo carattere gioviale, cominciava a non nascondere il proprio malumore. Assunse le redini della squadra debuttando il 7 giugno 1964 e in breve ne fece una protagonista assoluta della scena, grazie anche a una generazione di campioni che lui seppe scegliere e combinare con grande perizia. Come prima mossa, sgombrò il campo dalle prevenzioni nei confronti dei giocatori (i vari Haller, Szymaniak, Briills) impegnati in club esteri e al suo debutto ai Mondiali, nel 1966, esibì una squadra fortissima, robusta ma anche tecnicamente raffinata, col mediano Beckenbauer, il fantasista Haller e il panzer Seeler a nobilitarne l’ossatura.

Perse in finale dall’Inghilterra, andando ai supplementari e col peso determinante del gol fantasma di Hurst. Un gol che non era gol (la palla non era entrata, come la moviola poi dimostrò), ma che valse a fiaccare le forze tedesche, portando i padroni di casa sul 3-2, poi arrotondato nel finale. Il ricambio generazionale costò la figuraccia nel debutto agli Europei di due anni dopo, con l’eliminazione al primo turno a opera della Jugoslavia, poi la Germania di Schön innestò il turbo. Abile nell’amalgamare gli uomini e nel costruire un gruppo affiatato, cordiale per quanto Herberger era stato rigido, ai Mondiali 1970 fu fermato dall’Italia nella celebre partita di semifinale, l’irripetibile 4-3 ai supplementari.

Due anni dopo conquistava il titolo europeo e con la stessa ossatura nel 1974 bissava venti anni dopo il trionfo iridato di Herberger, alla guida di una squadra sontuosa, la più forte di ogni tempo del calcio germanico. Con il “gatto” Maier in porta, il mitico Beckenbauer libero ma in pratica primo dei centrocampisti, un paio di formidabili mastini difensivi, il terzino Vogts e lo stopper Schwarzenbeck, un fluidificante laterale capace di ricoprire qualunque ruolo, Breitner, e un centrocampo forte sotto ogni profilo: il raffinato ma instancabile mediano Bonhof, il tornante-fantasista Hölzenbein, gli interni Hoeness, sprinter e dribblatore fantastico, e il divino regista Overath. Infine, le punte Grabowski, ala dagli impetuosi assalti, e il predatore d’area Gerd Müller, ideale terminale d’ogni sogno iridato.

Da sinistra a destra: Günter Netzer, Paul Breitner, Horst-Dieter Höttges e Wolfgang Overath con Helmut Schön durante la preparazione a Euro 1972

La Germania era favoritissima alla vigilia, ma l’irruzione in scena della grande Olanda di Cruijff, regina del calcio totale, e i balbettii iniziali dei padroni di casa spostarono la bussola dei pronostici. Dopo la sconfitta nel derby con la Germania Est, ininfluente solo per la qualificazione ma di enorme portata morale, accadde la svolta. Il dualismo tra i registi Netzer e Overath covava da tempo come il fuoco sotto la cenere. Schön aveva a lungo cullato il sogno di farli convivere – la morbida arte di Netzer con le secche frustate di fantasia del mancino Overath – ma l’operazione era destinata a fallire.

Agli Europei, complice un infortunio, Netzer si era preso la scena e aveva incantato. Ai Mondiali Beckenbauer si era espresso per Overath, Schön lottò ma dovette arrendersi per le superiori ragioni della squadra, concedendo a Netzer solo i venti minuti finali del match coi “cugini”. Durante i quali Sparwasser consumò la beffa, facendo svanire il progetto-pareggio. Nessuno patì la sconfitta con la Germania orientale più di Schön, addolorato per l’uso che il regime rapitore della sua amata Sassonia avrebbe potuto fare di quell’effimero risultato.

Ma la competizione continuava. A quel punto entrò in scena Beckenbauer, che secondo alcune ricostruzioni prese in mano la squadra, gestendola in prima persona. Voci, ovviamente.
Schön aveva costruito il gruppo iridato, gli stessi aggiustamenti in corsa, con le esclusioni di Wimmer, Heynckes e Flohe, furono tutti suoi, anche se era troppo intelligente per arrivare allo scontro con kaiser Franz, l’uomo che aveva fatto esordire in Nazionale e sul quale aveva puntato sin dall’inizio. Quando arrivarono al testa a testa sul filo di lana, Olanda e Germania dividevano la critica.

Molti, abbagliati dai fulgori del calcio totale arancione, pronosticarono la disfatta tedesca, salvo poi scalare gli specchi per definire immeritato il successo. In realtà, la Germania costruita da Schön era molto più equilibrata della splendida cicala di Michels.La quale aveva certamente bruciato più energie, col suo pressing e il suo costante attacco, e di sicuro soffriva a quel punto di un pernicioso complesso di superiorità. Gli olandesi avviarono danzando la partita e dopo un minuto conducevano 1-0 per un rigore di Neeskens. I tedeschi tennero duro, riprendendo a tessere la tela robusta del loro gioco, fatto di sostanza e imprevedibilità e alla fine ebbero ragione, grazie al pareggio su rigore di Breitner e poi alla fulminea rapina dello specialista d’area Müller.

Schoen con i protagonisti della Coppa del Mondo 1974

Fu il trionfo per Schön, che due anni dopo dominò di nuovo gli Europei, salvo inciampare in finale alla lotteria dei rigori con la Cecoslovacchia, per un errore del fiammeggiante Uli Hoeness, uno dei grandi protagonisti. In tre Mondiali, Schön aveva conquistato un primo, un secondo e un terzo posto, inframmezzando le prodezze con un primo e un secondo posto agli Europei. Un dominio assoluto, che si interruppe nel 1978 in Argentina. Beckenbauer e Müller avevano lasciato la Nazionale e la perdita non poteva non essere avvertita. In più, i nuovi talenti, Rummenigge in testa, erano ancora acerbi. Al secondo turno, i bianchi si arresero a Olanda e Italia, perdendo la partita decisiva del girone con l’Austria a tre minuti dalla fine.

Già la figura di Schön era uscita ridimensionata dalla sconfitta ai rigori agli Europei; il 21 giugno 1978 a Cordoba il 3-2 dell’Austria, pur essa eliminata, chiuse la vicenda agonistica di Schön, che dovette abbandonare il suo posto di Ct. A 63 anni lasciò il calcio, serbando il rammarico per l’inglorioso finale e per non aver mai condotto una squadra di club. La sua Nazionale aveva giocato 139 partite vincendone 87, con 31 pareggi e appena 21 sconfitte in quattordici anni, collezionando un titolo mondiale e uno europeo. Nessuno aveva mai fatto altrettanto.

Pochi anni dopo, il terribile morbo di Alzheimer prese a offendere il brillante cervello del grande Bundestrainer. Schön (in tedesco “bello”) uscì in silenzio di scena. Il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, i “suoi” ragazzi del Mondiale ’74 andarono insieme a trovarlo, ma non li riconobbe. La moglie Anneliese chiese un unico, disperato regalo: «Non tornate più». Uwe Seeler, il grande bomber predecessore di Müller, tenne con lei i contatti fino all’ultimo. Fino al 23 febbraio 1996, quando la morte si portò via “l’uomo con il cappello”, come era stato soprannominato per l’abitudine a portare la coppola sopra la testa calva. «Uno come lui» commentò il taciturno Müller «non lo incontrerò mai più».

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