Il calcio in India: un tifo senza frontiere

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Vittoria o sconfitta della nazionale contano poco. Per i Mondiali Calcutta si colora come Rio o Sao Paolo. A differenza del cricket il nazionalismo lascia spazio alla pura sportività. Ecco i risvolti inaspettati della passione per il calcio in India.


Qualificazioni per i Mondiali del 2006, stadio di Salt Lake a Calcutta. E lo spettacolo ha, tanto più per un tifoso italiano, dell’incredibile. La nazionale indiana gioca contro il Giappone, che aveva rifilato all’India un clamoroso quanto imbarazzante sette a zero nel girone di andata. Lungi dall’essere depressa, la folla di centocinquantamila anime che si accalca sugli spalti è ugualmente in delirio nonostante la nuova sconfitta incombente. Per chi? Per Zico, ovviamente, ex-dio del calcio brasiliano e allenatore della squadra del Sol Levante.

L’allenatore carioca, incredulo e commosso, dichiarava che gli sembrava di essere tornato giovane al Maracanà, acclamato da una folla che non ricordava più da anni e che non si è ricordata neanche una volta del rigore sbagliato ai Mondiali del 1986. “E’ fantastico vedere la squadra di Zico in azione” dichiarava all’epoca Chuni Goswami, ex gloria del calcio locale. “La sola presenza del grande maestro in città ha messo sottosopra tutti i fans”.

E anche la nazionale indiana, a quanto pare, che aveva perso per un più dignitoso quattro a zero giocandosi definitivamente il girone asiatico dei Mondiali. Ma a Calcutta, capitale indiana del calcio, vittoria o sconfitta della nazionale importano poco o nulla. Tra i quattordici e passa milioni di commissari tecnici che popolano la città, incluse donne, bambini e moribondi, l’amore per il calcio è una specie di idea platonica che non ammette confini né bandiere campanilistiche.

Al contrario del cricket, lo sport nazionale dichiarato, capace di scatenare passioni nazionalistiche, specie in occasione dei match India-Pakistan che travalicano, e di molto, i confini della sportività. Sul perché il cricket e non il football, importati entrambi dagli inglesi ai bei tempi dell’impero, sia diventato lo sport nazionale indiano, ci sarebbe forse da discutere a lungo. Fatto sta che, abbastanza sorprendentemente visto il relativamente esiguo seguito a livello nazionale, esiste una vera e propria National Football League indiana. E molte squadre possono vantarsi di far risalire le loro origini fino al lontano 1880.

Baichung Bhutia è stato il primo calciatore indiano a giocare in una squadra professionistica europea (nel Bury dal 1999 al 2002).

Baichung Bhutia è stato il primo calciatore indiano a giocare in una squadra professionistica europea (nel Bury dal 1999 al 2002).

Da allora, però, la via del calcio indiano è sempre stata malinconicamente in discesa. Il momento più fulgido per la palla rotonda sembra sia stato il 1950, quando l’India era stata invitata a partecipare al campionato del mondo di quell’anno. Partecipazione saltata perché, a quanto pare, i calciatori indiani, che giocavano a piedi nudi, si rifiutarono di indossare le scarpette chiodate. Da allora, il calcio indiano è diventato un fenomeno puramente locale. Talmente locale, che l’India è incapace perfino di qualificarsi nella Asian Cup e, nella classifica asiatica, viene perfino dietro le Maldive. In quella mondiale siede malinconica tra le Fiji e le Bermuda, al 132esimo posto.

Ai tifosi indiani, però, e a quelli di Calcutta in particolare, dovrebbe essere assegnato, se non altro, un premio all’estrema sportività, all’obiettività distaccata. Perché durante i derby tra le squadre locali, l’Est Bengal e il Mohan Bagan (che sarebbe come a dire Roma-Lazio quando tutte e due stanno ai vertici del campionato) non si assiste a nessuna delle deplorevoli scene, che spaziano dagli insulti alle risse con il morto, a cui siamo abituati ad assistere noi durante il campionato (magari c’entra anche il fatto che la polizia indiana distribuisce botte da orbi senza fare sconti a nessuno, ma insomma…).

E perché durante i campionati del mondo la città si colora di verde e giallo come se fosse Rio de Janeiro o Sao Paulo, e scopre di possedere una improbabile quanto stupefacente anima carioca. Con qualche tradimento per il bianco-celeste dell’Argentina: o meglio, per qualunque cosa faccia, ancora oggi, Diego Armando Maradona. L’ex Pibe de Oro in città è ancora un dio, così come Pelè. Che ha giocato una volta in città, nel 1977, e le cui gesta vengono ancora tramandate di padre in figlio da quelli che possono dire con orgoglio e qualche lacrimuccia: “Io c’ero”.

Secondo un sondaggio della rivista Outlook, circa il 65% dei tifosi cittadini tifa Brasile e i negozi di articoli sportivi fanno affari d’oro vendendo magliette e bandiere. Così come i venditori ambulanti, che al tutto aggiungono i prodotti di merchandising giallo verde (o bianco-celesti per l’Argentina) più assurdi, e le aziende produttrici di televisori che per invogliare all’acquisto hanno messo in palio palloni firmati da questo o quel campione. E nei quartieri popolari della città è facile vedere bambini con il viso dipinto dei colori della squadra del cuore esultare raccolti davanti a un televisore piazzato all’angolo della strada, in mezzo al nulla apparente.

Un gruppo di tifosi indiani a Bangalore: il tifo per il Brasile supera quello per la propria nazionale

Ma la passione per il calcio dell’India assume spesso risvolti inaspettati e non comprende sempre il Brasile. Come nel cuore del Nagaland, qualche anno fa. Quando un comandante guerrigliero e i suoi, perduti in mezzo a una notte della fragile tregua tra governo e ribelli, snocciolava, alla parola ‘italiana’ una litania che comprendeva: “Garibaldi-Baggio-Mussolini-Maldini-Mazzini”. Difficile spiegare che non appartengono esattamente tutti alla stessa formazione, ma che importa.

Calcio e lotta per l’indipendenza, nel Nagaland che flirta con la Cina, sono le passioni dominanti. E a volte si sono sovrapposte con risultati inaspettati, come citare a sostegno dei vantaggi della tregua la possibilità di possedere una parabola satellitare per vedere la finale di Coppa dei campioni giocata quell’anno dal Milan.

Più comprensibile è la febbre brasiliana che anima l’altra patria del calcio made in India: Goa. Dominio portoghese per secoli, la Disneyland vacanziera locale ha sempre sentito, per motivi linguistici e culturali, una sorta di affinità elettiva con i compatrioti di Pelè. Ciò che anima i ragazzi di Pune, invece, che hanno messo su una specie di campionato universitario tra fuorisede del West Bengal, del Kerala e dintorni, è la passione per il bel gioco e il tifo per il campione a qualunque squadra appartenga. Il più gettonato? Francesco Totti. Che, Mondiali o no, in India continua ad avere uno zoccolo duro di fans.

di Francesca Marino (Limes – rivista italiana di geopolitica)