Mondiali 1982: Miracolo a Barcellona

“Maradona ha imparato una volta di più che il calcio ha i suoi assiomi: uno dei quali è il seguente: che tu puoi essere l’iddio della pelota in terra, però se un Gentile non te la lascia toccare, tu sei un iddio che lascia la palla a Gentile…”

Gianni Brera, Giugno 1982- Tratto da “Il più bel gioco del mondo. Scritti di calcio (1949-1982)” – BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Barcellona, 29 giugno. Dedico questo spazio al signor Luis Cesar Menotti, che mi fa sempre pensare a un Paganini impinguito da venti e più anni di biancostato. Menotti ha dichiarato ciò che ho già riferito, che gli italiani sono arretrati di almeno cinquant’anni. Io ho preso cappello e avrei voluto dirlo ai nostri prodi, ma sapevo del silenzio stampa e me ne sono fregato dei nostri prodi. Ho atteso la partita e un inquilino mio di me (il solito dei momenti maligni) mi andava sussurrando che una cafonata come quella del signor Luis Cesar avrebbe senz’altro incontrato la sua nemesi.

E, chiotto chiotto, mi andavo augurando che la vecchia scuola italiana, ampiamente adottata da Menotti per le partite dure e difficili, insegnasse la modestia agli argentini. I quali si sono degnati di incontrarci come se fossimo stuoie, e alle prime entrate di marcatori ad personam scrollavano la capa come fanno i cavalli quando sono infastiditi dai tafani; poi si sono seccati ed hanno tentato le carognatine che gli sono congeniali, sia perché sono carognoni de sanguine (ci conosciamo, siamo fratelli, o malerbetti), sia perché sono vecchi del mestiere e campioni mondiali per giunta.

L’arbitro Rainea, che Dio lo benedica, ha incominciato ad ammonirli: ha considerato rustiche, ma non volutamente maligne le entrate assillanti di Gentile, ha preso in sinistra parte le proteste di Maradona, di Passarella e di quanti altri si credevano a Baires, dunque protetti dagli arbitri come sempre è accaduto e accade a chi organizza il mondiale. Invece eravamo in Spagna e le vezzose tribunette dell’Espanol erano presidiate da italiani tostissimi. Rainea doveva pensare a loro, al presente Mundial di calcio e al buon Artemio, che gli impegni del Palio hanno richiamato a Siena per l’occasione (così nessuno dirà cose maligne sulla sudditanza psicologica dei fantini). Insomma noi si picchiava perché ignari delle squisitezze, gli argentini perché malignazzi di natura. E intanto le marcature (tutte azzeccate, anche se non erano le mie) facevano il loro effetto.

Il divo Maradona non riusciva a toccar terra: e poiché è un nano divino ha imparato una volta di più che il calcio ha i suoi assiomi: uno dei quali è il seguente: che tu puoi essere l’iddio della pelota in terra, però se un Gentile non te la lascia toccare, tu sei un iddio che lascia la palla a Gentile. Il buon Piper Oriali, di Lombardia alta, perseguiva Ardiles dal lungo naso: costui aveva sveltito la sua azione con quattro anni di grande calcio inglese e qui avrebbe fatto sfracelli se l’umile Piper glieli avesse lasciati fare. Invece nada, e come lui agiva Tardelli, e persino Antognoni, perseguito a sua volta da Gallego.

Lo scherzo da monsignore giocato a Menotti nel secondo tempo avrebbe preso corpo nel primo tempo e io non sarei gerbido nel ricordami quei mortificanti orrori. L’anima di Leonida aleggiava con tutti gli inni retorici del caso. Il calcio italico, ridotto alla sua essenza paesana, esprimeva paura canina, cioè in certo modo feroce, perché è assodato che i cani mordono quando hanno paura, e sia perdonato l’uomo per essere stato creato dal buon Dio a somiglianza del cane, suo fedele compagno.

Ho speculato sulla filosofia podologica per tanti anni che posso anche esimermi adesso da spiegazioni banali o ovvie (ancorché sacrosante sotto l’aspetto tecnico). L’incontrissimo dell’Espanol così va riassunto, a mio modo di pensare: gli argentini ci hanno snobbati attaccando come esigeva il loro rango e la loro natura sbruffona. «Mire usted,» ho detto a un vicino di Baires, «que los italianos no son hungaros». «Ya, veremos» minacciava. E io mi sentivo Leonida e le mie Termopili erano quelle dei paesani che in mutande ruggivano (e spesso anche guaivano) davanti a Zoff l’indomabile.

Per tutto il primo tempo abbiamo confermato che il difensivismo non ha altra patria più degna della nostra, ma all’attacco non avevamo né Bettega né Rossi dei giorni buoni. Alla ripresa, gli argentini sono tornati a mordere chi li mordeva e d’un tratto lardelli ha avuto l’ispirazione di unirsi a un’avventura in attacco di Graziani, Conti e Antognoni: l’ultima apertura, verso sinistra è stata proprio di Antognoni: Tardelli vi è balzato sopra e lanciandosi in corsa ha confuso Fillol con un diagonale basso che aveva tutte le stigmate della miglior carogneria contropiedistica italiana. Ferocissimi ringhii si sono sentiti allora. Erano dei campeones del mundo en carica.

Maradona si è fatto conoscere da Zoff con una punizione da fuori che non ho visto nemmeno io, non parliamo del nostro portiere: la palla ha fatto rimbombo sul palo ed è schizzata tanto fuori che io ho compatito Maradona, e il mio vicino di Baires ha detto ringhiando a sua volta: como se dice culo en italiano? Così ho atteso la rivincita, che è venuta subito. Ho detto allora al vicino: se vinciamo, nonostante siamo brocchetti, cosa sarà del Brasile? Con quello perderete 4-0, ha sentenziato il vicino emanando veleno con il fiato, che era caldo.

Piglia su e porta a casa, gli ho detto. C’è stata una prodezza di Zoff su incornata di Passarella da vicino (punizione di Olguin), poi è capitato a Graziane l’irriducibile, di conquistare una palla a Galvan e di trovare Rossi ben appostato e dentro il gioco (mica fuori dal medesimo): Rossi mi ha fatto sperare che gli anni non contino molto più di nulla, ma è andato in bocca a Fillol come capita a certi passerini con i rospi giganti e incantatori: la palla è scivolata a sinistra mentre noi sagravamo in tutte le lingue mediterranee: l’ha agguantata Conti e dopo un numero dei suoi, fra cento punte ostili e maligne, ha porto ‘ndrio a Cabrini, lombardo della mia riva: il sinistro di Cabrini è stato vibrato a tempo e luogo, con vigore squassante: Fillol si è inchinato per la seconda volta.

A questo punto hanno luogo selvaggi arrembaggi (ah, c’è cacofonia? ‘tela qui la cacofonia). Io sento il cuore spenzolare come la lingua d’un cane asfittico, una calza sudata, un reggiseno vuoto, una vela in perfida bonaccia. Io non debbo correre dietro alle emozioni e neppure posso fare gambetta con un argentino dell’ostia, che mi odia avendo magari i patres italioti e una nonna india (nel qual caso anche capirei). Gli arrembaggi sono orrendi. L’arbitro ha l’aria di essersi rifugiato nei cieli superni. Gli argentini entrano a far male con tanta intenzione che decido di non trattenermi. E li insulto. Passarella staffila di collo esterno sinistro una punizione da fuori che Zoff ha il piacere di non vedere né partire né arrivare a destinazione. Immagino si tratti di un piacere e di nient’altro.

Mancano pochi minuti. In effetti, solo sette. Passarella entra su Altobelli al primissimo impatto e gli fotte una tremenda gomitata in faccia. Altobelli rovina fuori campo. Mi ricordo Neeskens, che invece della gomitata ha preso un pugno e aveva il labbro spaccato. Troverò Passarella in qualche posto, ha promesso Neeskens, ma poi gli è scappata la moglie e forse anche la voglia di picchiare Passarella. Altobelli, lui è stato spruzzato d’acqua che immagino lustrale e si è rialzato per vendicarsi. Conti è partito solo, su invito di Antognoni, ed ha peccato di modestia cercando di uccellare Fillol con il pallonetto da sotto. Sarebbero stati 3-1 e il mio cuore sarebbe tornato a gonfiarsi di sangue buono, dal mio coledoco sarebbe fluita la bile secondo il ritmo dei giusti soddisfatti di sé e del mondo.

Per favore non parliamo di calcio. Se proprio volete, cercatemi domani. Io stringo la mano al mio vicino di Baires e mi sento magnanimo con lui. Poi, senza parere gli racconto di Menotti. Ah, siamo arretrati? Prendi su questo mezzo secolo e porta a casa. I mezzi secoli pesano tonnellate. E poi, che maledetta noia sarebbe il calcio, se a vincere fossero sempre i migliori.

Gianni Brera