Mondiali 1978 – Processo all’Italia

Il CT non ha dubbi: l’Italia ha fatto di più di quanto tutti sperassero. E anche gli azzurri sono della stessa opinione compreso chi, come Zoff, viene da più parti accusato di aver fatto perdere all’Italia le due partite che contano

BUENOS AIRES – Vado per l’ultima volta all’Hindu Country Club di Don Torquato. Gli azzurri hanno già chiuso le valigie. Fra poche ore torneranno al River Plate, questa volta come semplici spettatori, figure anonime nel ribollente calderone della «cancha» per vedere una parte della finalissima: eppoi saliranno sull’aereo che li riporterà in Italia. Tuttavia, c’è il tempo per fare un bilancio, sia pure forzatamente sommario, del Mondiale dell’Italia. Enzo Bearzot, molto disteso, molto disponibile, non ha dubbi:

«Abbiamo fatto molto di più di quello che i nostri tifosi si aspettavano da noi. Almeno, io la penso così. Non abbiamo potuto centrare l’obbiettivo della finale per il primo posto essenzialmente per una ragione molto precisa: i! gioco duro, falloso, intimidatorio degli olandesi. Per venti minuti abbiamo giocato meglio noi, siamo andati in vantaggio, poi loro si sono imbufaliti. Entravano come furie, l’arbitro lasciava correre, gli azzurri hanno finito per intimidirsi. Ed è venuta la nostra prima, immeritata sconfitta».

Lo interrompo e dico: Scusa Enzo, ma non pensi che anche la incomprensibile sostituzione di Causio con Claudio Sala abbia dato una mano agli olandesi? Hai già spiegato che lo hai fatto perché, sentendoti sicuro di essere già in finale, volevi risparmiarlo…
Bearzot ammette: «Fu un errore di presunzione, non mi nascondo mai dietro un dito. Ho sbagliato, lo ammetto. Ma non penso che abbiamo perduto per la sostituzione di Causio. E’ stato il gioco violento dell’Olanda che ha finito per decidere».

Sarà, ma, da diversi giorni, mi frulla per il capo l’idea, molesta, che Bearzot (per il resto impeccabile «conducator» degli azzurri) in quel fatale mercoledì nero abbia avuto un attimo di smarrimento. Come si fa, io dico, a «sentirsi già in finale» vincendo soltanto per un gol a zero contro gli olandesi? Quelli sono satanassi che attaccano come furie dal principio alla fine, sai che gli frega di aver buscato una rete… Magari, poi, gli succede come contro l’Argentina che, nella foga di spingersi in avanti, finisce che ne buscano tre. Ma noi no, noi, fatto il gol, subito tutti in difesa. E allora i cecchini arancioni ti hanno fatto secco il povero Dino Zoff, imputato numero uno del Mondiale dell’Italia.

Lui, ovviamente, non ci sta. Dice: «lo ammetto un solo errore: non aver visto in tempo il pallone scagliato da Haan, il pallone del secondo gol olandese. Ma il primo, quel gol di Brandts, era imparabile. E sui due tiri dei brasiliani, che ci sono costati il terzo posto, non ho nulla da rimproverarmi. Nelinho ha battuto d’esterno, con diabolico effetto; Dirceu ha tirato a botta sicura, io non ci vado a sedermi sul banco degli imputati».

E, invece, nelle ultime ore della permanenza in Argentina degli azzurri, non si parlava d’altro che degli errori di Zoff. «Quattro tiri verso la nostra porta, quattro gol…». «Con un altro portiere, l’Italia avrebbe vinto il mondiale». «Gli anni passano per tutti, neppure Zoff può sfidare la legge del tempo», e via malignando, indubbiamente (dispiace dirlo perché Zoff è un uomo e un giocatore esemplare) un fondo di verità c’è. Si è fatto sorprendere da tiri da lunga distanza, forse perché nel nostro campionato non si batte a rete se non da un paio di metri dal portiere. Forse l’ha ingannato la luce del River, forse non era più nella condizione smagliante dell’inizio. Ma una cosa è certa: Zoff, purtroppo, ha colpe precise nella malinconica conclusione del nostro Mondiale. Perché il folgorante inizio aveva fatto sperare in qualcosa di più sostanzioso, forse la finalissima per il primo posto, certo il terzo, perché si pensava tutti che il Brasile arzigogolante e dimesso di questo mondiale fosse un avversario da battere. Invece sono bastati un paio di tiri bene azzeccati e siamo finiti quarti…

«E io dico — riprende Bearzot — che va bene così. Nessuno ci aveva pronosticato fra le quattro squadre più forti del mondo. Nessuno pensava che l’Italia finalmente giocasse un calcio offensivo, brillante, ammiratissimo. Quel calcio “nuovo” che io vado predicando da sempre. Quel calcio “nuovo” che non è ancora perfetto, ma che è indubbiamente molto più spettacolare ed efficace di quello praticato finora da quasi tutte le nostre squadre. Nel 1980 saremo impegnati nel Campionato europeo delle Nazioni, che si giocherà in Italia. Il quarto posto guadagnato ai Mondiali ci impone di partire per vincerlo».

D’accordo: sarebbe di pessimo gusto rivoltare la frittata e dire, adesso, che l’Italia ha deluso, che poteva fare dì più, che sono stati commessi errori marchiani. Anche Se qualche sbaglio indubbiamente c’è stato: vedi la cervellotica formazione messa in campo contro il Brasile, con quei poveracci di Patrizio Sala e di Maldera a fare i centrocampisti contro i «cariocas»; oppure le ripetute… trasfusioni di sangue granata, assolutamente deleterie. L’Italia ha vinto le sue battaglie giocando con la Juve, le ha perduto non appena si è affidata al Toro… D’accordo pure sul fatto che l’Italia parte favorita nel Campionato europeo delle Nazioni, il prossimo, prestigioso traguardo che attende il calcio azzurro. Bisognerà che Bearzot continui a battere la strada intrapresa ai mondiali, che continui a guardarsi intorno, per scovare altri Cabrini o Paolo Rossi, i giovani del vivaio, i giovani che, anche per questioni generazionali, praticano un calcio diverso, più moderno, più aperto alle nuove tattiche, meno stantio e coperto di muffa.

In questo dovrebbero assecondarlo gli allenatori delle squadre di club, specie i più anziani, ancora e sempre abbarbicati alla conquista del punto ad ogni costo, per salvare pane e… panchina. Ma, dice Bearzot «io spero che ciò possa accadere perché la Nazionale, specie quando vince, è sempre la squadra trainante di tutta una scuola calcistica». Ragionamento che non fa una grinza: anche se venato di ottimismo. Hanno certi duri craponi, i nostri allenatori (che, fra l’altro se ne sono stati tranquillamente in Italia, ad eccezione di un poker di lusso: Trapattoni, Radice, G.B. Fabbri e Gianni Di Marzio).
Ancora Bearzot: «L’avete ripetutamente battuto il tasto della eccessiva stanchezza della squadra perché ho fatto giocare i titolari contro l’Argentina, a qualificazione già ottenuta. E’ il mio orgoglio più grande. L’orgoglio di avere mostrato al mondo un’Italia pulita, onesta, che si è rifiutata alle meschine manovre di corridoio di cui, ricordate? si cianciò per due giorni. Volevano vincere, abbiamo vinto. Respingo ogni accusa».

Bene: abbiamo mostrato al mondo un’Italia con la faccia pulita, ma abbiamo, forse, fiaccato la squadra. Che, onestamente, contro Germania, Austria, Olanda e Brasile non ha più fatto faville come era accaduto contro la Francia, Ungheria e soprattutto contro l’Argentina. I nostri calciatori non hanno nelle gambe e nei polmoni sette partite in ventitré giorni, non ce la fanno proprio. Un ragionevole avvicendamento, avrebbe, forse, consentito alla Nazionale di fare un passettino più lungo nel «Mundial». Ma non bisogna dimenticare un fatto incontrovertibile: mentre, ad esempio, Germania e Olanda avevano avuto un sorteggio estremamente benigno, l’Italia era piombata nel così detto «girone di ferro». Cominciare adagio per aumentare la velocità progressivamente, avrebbe significato, senza alcun dubbio, l’eliminazione al primo turno. Bearzot è partito sparato ed è arrivato in riserva… Ma, penso, non c’era nient’altro da fare.

Perfettamente d’accordo anche tutti i giocatori. Da Bettega che dice: «Penso che abbiamo fatto più di quello che ci si aspettava da noi. Questa volta i famosi pomodori resteranno in cucina… abbiamo sbagliato qualche gol già fatto, ma sono cose che succedono. Non mi allineo con gli accusatori di Zoff. Per esempio: sul gol di Nelinho io ero a un passo dal brasiliano, ho allungato la gamba cercando di ostacolarlo, non ci sono riuscito. Ma ho visto che colpiva d’esterno, con forza eccezionale; ed ho visto la palla frullare nell’aria come impazzita. Dino non avrebbe assolutamente potuto respingerla». Commovente solidarietà Juventina, ribadita in un lungo colloquio riservato fra Bettega e Zoff, per un certo articolo, maligno, uscito su un giornale italiano che Bettega ha smentito duramente…

Lietissimo Scirea del suo Mondiale: «So bene che nessuno mi voleva in squadra, dicevano che non ero un uomo da Nazionale. Adesso tutti mi coprono di elogi, ho perfino sentito dire che sono il migliore degli azzurri. Non è vero, abbiamo giocato tutti per lo scopo comune, non ci sono i buoni e i cattivi…». Ineffabile Scirea, taciturno e serioso come sì conviene ad un juventino di buona razza. Invece è proprio vero: con Romeo Benetti, sei stato fra gli azzurri più brillanti e continui, anche se la punta di diamante, il gioiello più ammirato è stato lui, Pablito Rossi, lo scoiattolo azzurro, imprendibile nelle sue fulminee scorribande in area di rigore. Ma Scirea ha giocato alla grande, alimentando il gioco di centrocampo, chiudendo i varchi in difesa, non sbagliando una sola partita.

E pensare che certi nostalgici invocano il ripescaggio (impossibile) del malinconico capitano non giocatore, Giacinto Facchetti… Grintoso, e sicuro di sé, sul campo e fuori, Gentile. «Ho marcato le punte più pericolose, nessuna mi ha particolarmente impressionato. Credevo che un Mondiale proponesse avversari ben altrimenti difficili». Il fatto è un altro: Claudio Gentile ha fatto passi da gigante sulla strada di un vistoso miglioramento. Quando Bernardini diceva di lui «Metto dentro Gentile, così ogni tre interventi becchiamo quattro punizioni», aveva perfettamente ragione; Ma oggi Gentile è un difensore perfetto. A me ricorda nella aggressività, netto stile, nella caparbietà nei contrasti, nel vigore fisico, un famoso difensore tedesco: l’ex campione del mondo Berti Vogts (quello vero, mica la sbiadita figura che si è penosamente esibita qui ai Mondiali). Abbiamo anche noi il nostro Vogts: e… un pezzettino di Beckenbauer in Gaetano Scirea.

Conclusione: Bearzot è tornato in Italia soddisfatto, anche se, a precisa richiesta, ha risposto che «Non intende, per ora, rinnovare il contratto con la Nazionale, come gli è stato proposto». Una semplice civetteria, ovviamente, perché di lasciare gli azzurri non ci pensa nemmeno. Evidentemente vuole guardarsi ancora attorno, studiare la situazione, chiedere a Carraro un programma più impegnativo di quello ventilato finora perla preparazione ai Campionati europei ai quali, come nazione organizzatrice, siamo ammessi di diritto. Quindi mancheranno i severi collaudi della eliminatoria. Bearzot crede nei gioco, crede nell’Italia, crede nei giovani. Ammette che «Il blocco sarà questo, un nucleo di giocatori sui quali posso contare a occhi chiusi. Ma starò sempre bene all’erta per cercare di non farmi sfuggire i nuovi talenti che dovessero sbocciare nel calcio italiano».

Alfeo Biagi, giugno 1978