Mondiali 1978 – La guerra continua…

Dal girone di ferro delle qualificazioni al girone di ferro delle semifinali: per l’Italia non c’è tregua…

BUENOS AIRES. Subito Italia-Germania, e subito i dolci fantasmi di Mexico Settanta che ci assalgono, caricandoci di speranze e di paura, di orgoglio e di prudenza. Poi, il tempo di fare una crocetta sul calendario delle semifinali, e ancora a caccia di guai o di gloria con l’Olanda e l’Austria. Siamo usciti da un girone di ferro per entrare in un girone d’acciaio. Vada come vada, potremo tornare in Italia a testa alta: il «Mundialito» della qualificazione l’abbiamo vinto noi, dominando la scena non per fortuna (come sta dicendo i mio amico Helenio dalle colonne del «Clarin» di Baires che non è il «Guerin» di Bologna) ma per indubbi titoli tecnici e agonistici arricchiti da quel pizzico d’intelligenza tutta italiana che ha indispettito Luis Cesar Menotti.
«Ohibò — ha detto costui dopo avere incassato gol e sconfitta al River Plate—: io avevo predisposto una squadra per contenere la nuova Italia di matrice offensivistica e invece mi hanno ingannato col contropiede»: se fossi stato in lui, avrei evitato di dir fregnacce e di fare una figura barbina; credo che si dica anche in Argentina: «Un bel tacer non fu mai scritto». Menotti, alla vigilia della grande sfida, aveva raccontato ai suoi numerosi lettori: «Come batteremo l’Italia».
Ed è stato ricco di annotazioni futuristiche. Dopo, non ha usato altrettanta chiarezza per spiegare: «Come ho perduto la sfida con l’Italia». Ma se Dio vorrà, questi discorsi verranno buoni per il 25 giugno: che se non ci capiterà per via qualche accidente – e tocchiamo subito ferro – al River Plate il giorno della finalissima potremmo esserci noi, e magari proprio con l’Argentina. Dicevo prima il «Mundialito» l’abbiamo vinto noi: il rapporto fra la qualità del gioco italiano e duello espresso dalle altre nazionali dice che c’è un abisso fra l’Italia e il Resto del Mondo.

AD UN’OSSERVAZIONE rapida, si può dire che in questa fase del Mundial solo Perù, Francia e Austria hanno onorato il gioco; buona anche la prova della Scozia con l’Olanda, ma era del tutto platonica. Nei primi due confronti con francesi e magiari, abbiamo potuto mostrare la nostra capacità offensiva, nata prima dalla necessità (rimontare il gol malefico di Lacombe) poi dal ragionamento e dall’innesto felice di Paolino Rossi nella «nazionale juventina»: e non si parli, per favore, di propensioni offensivistiche in chiave qualunquistica; chi ha celebrato i fasti di una Nazionale d’assalto una volta dippiù ha mostrato di masticare poco il calcio; la realtà della nostra efficacia in area di rigore avversaria nasce soprattutto da un centrocampo roccioso in cui un grandioso Benetti, un Tardelli ritrovato quasi in dimensioni mondiali e un Causio che finalmente ha sposato coraggio a fantasia hanno saputo offrire ottimi rilanci e un rifornimento di palloni alle punte (Rossi e Bettega) con una costanza e una precisione inedite.

MA NON DIMENTICHIAMO che queste stesse punte, all’occorrenza, han saputo ripiegare a centrocampo e financo in difesa: e Bettega ha per l’occasione palesato la sua grandezza, smentendo tutti coloro che vedevano nei suoi arretramenti motivi di insufficienza fisica. E’ vero — invece — che il fuoriclasse juventino ha portato in Nazionale la misura vincente propria del suo club, quella rabbia agonistica mai evidenziata a livelli di frenesia, quella prudenza tattica che ha fatto parlar taluno di mediocrità mentre era uno dei segreti del successo. Per la Nazionale di Bearzot (cui va l’enorme merito di avere innanzitutto creato nel Club Italia un clima di serenità e di fratellanza inusitati da almeno quarant’anni) oggi come oggi si possono stendere solo elogi, ma un appunto voglio farlo ad un giocatore, soprattutto perché si tratta di un ragazzo che ha sempre avuto l’appoggio e la simpatia di questo giornale: dico di Antognoni, l’unico degli azzurri che sia rimasto «straniero» nel corpo di una squadra compatta e arricchita da felici automatismi. Questo dovevo dire, insieme ad un «grazie» a Franco Causio per avere smentito i timori che coltivavo alla vigilia sulle sue possibilità. Il «barone» ha veramente rappresentato il meglio del «Mundialito» sotto l’aspetto tecnico-spettacolare e agonistico, così come Benetti e Bettega hanno sbalordito la critica mondiale recitando da primattori il ruolo di cuore e cervello della nuova Italia.

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COSA ACCADRÀ’ adesso è impossibile prevederlo. Non sono in vena di profezie, voglio solo dire che questo Mondiale per noi sarà più facile vincerlo che perderlo, e che quindi solo errori macroscopici, o colpi di sfortuna apocalittici, o interventi esterni massicci potranno toglierci la soddisfazione di fare almeno un passo avanti. Temo – tuttavia – che intorno alla squadra azzurra potranno verificarsi eventi spiacevoli se la critica sportiva nostrana non saprà temperare i propri furori distruttivi, e la mania scandalistica che l’affligge: quel ch’è successo alla vigilia di Argentina-Italia ha detto di una stampa immatura che alla collaborazione per la riuscita di un evento di comune utilità preferisce il masochistico gioco dei personalismi sciocchi. Così come prima di partire per l’Argentina ho superato certi miei antichi pregiudizi schierandomi (fra i pochissimi) a fianco di Bearzot e della squadra, oggi dico: lasciamoli lavorare in pace, e cerchiamo di onorare il mestiere del cronista narratore della realtà piuttosto che quello del ««mammasantissima» ispiratore di scelte opinabili.

OGGI A BAIRES c’è festa. I milioni di italiani che timorosi hanno taciuto nei giorni del «festival argentino» mettono fuori la testa e le bandiere e si preparano ad appoggiare con calore le nostre speranze di successo. Non dico che ci vogliano campioni, ma senza dubbio si augurano di vederci in finale contro l’Argentina. Non sarà facile – dicevo – sortire indenni dal «girone d’acciaio» delle semifinali: la Germania non ha scoperto del tutto le sue carte e può rappresentare un ostacolo durissimo, così come le altre squadre assegnateci dal gioco e dal sorteggio. Né abbiamo motivo di recriminare sul destino che, con la vittoria di Baires che doveva allontanarci (si pensava) da Germania e Olanda, proprio a queste squadre ci ha opposto: i risultati dei precedenti scontri sostenuti dalle nostre avversarie ci dicono che se qui a Baires c’è da piangere, a Rosario non c’è da ridere; le otto semifinaliste son tutte forti, e per un verso o per l’altro sapranno offrire in questa fase del Mondiale il meglio delle rispettive risorse tecniche e agonistiche. Speriamo anche noi di mantenere il passo vittorioso, di confermare il nostro giusto diritto ad altre e più grandi soddisfazioni: ma se ciò non dovesse avvenire, prepariamoci ad essere più tolleranti che in passato.

I FATTI fin qui verificatisi ci hanno insegnato che la prudenza è una gran virtù, che l’ottimismo è una qualità. Giro per Baires fra gente che mi scruta il cartellino appeso al collo e che precisa la mia nazionalità: ricevo sorrisi, strette di mano, complimenti come se fossi uno di quei meravigliosi ragazzi in maglia azzurra che fin qui hanno onorato il Mundial. E mi sento improvvisamente orgoglioso d’essere italiano. Non è poco, di questi tempi. E allora, grazie azzurri: per le vittorie di ieri, le gioie di oggi e – speriamo – per quelle di domani.

Italo Cucci, giugno 1978