Mondiali 1978 – E’ comunque un Italia mondiale

Gli azzurri hanno lasciato per strada la Francia, l’Ungheria, l’Argentina e la Germania campione.

BUENOS AIRES. Esco da una doccia scozzese. Un pomeriggio gelido di tribolazioni al River Plate, davanti a una Italia che ti fa soffrire per novanta minuti, e una notte bollente per le vie di Buenos Aires attra-versate da una folla di pazzi scatenati vestiti di bianco e di azzurro. Questo — amici lettori — non è un pezzo meditato, piuttosto il diario di poche ore nelle quali ho visto racchiuse le realtà più importanti del Mondiale: quelle prettamente attinenti al calcio giocato, quelle che riguardano l’ambiente, il calcio parlato, i messaggi spirituali che al calcio si chiedono insieme ad una accozzaglia di motivi sentimentali che distinguono atleti, uomini, razze, civiltà, Paesi. L’Italia ha vinto, e certamente con la sua quarta vittoria e con la quinta partita utile consecutiva ha vinto anche il suo Mondiale. Scrivo quando ancora ha da giocarsi Italia-Olanda, la partita che deciderà del nostro futuro, e tuttavia — succeda quel che succeda — non ho ritegno a dire che questa Italia, piccola e piena di cuore, non ricca di campioni ma dotata di una forza d’anima sensazionale, un’Italietta degna di quella che amava Leo Longanesi, ha già moralmente ipotecato la Coppa del Mondo, dimostrandosi più forte di tutti gli avversari perché ha sgombrato il campo di una lista di squadre per vari titoli certamente le più attese al «Mundial 78».

LA FRANCIA, rivelazione del calcio europeo sicuramente anche del «Mundial», è stata piegata dagli azzurri prima che l’Argentina la demolisse con la compiacenza dell’arbitro. L’Ungheria, che gli argentini ci hanno «passato» già giustamente distrutta nel fisico e nel morale, ha fatto la stessa fine piegandosi più al nostro gioco che alla sfortuna indubbiamente sconosciuta. L’Argentina, superba e arrogante, è stata battuta nella sua tana, nella «cancha» ribollente di nazionalismo e di follia collettiva, ed è stata sconfitta nel migliore dei modi per noi: non dal brio di un manipolo di giovani ritrovati felicemente vivi all’appuntamento con il Mundial, ma dalla loro intelligenza, da un senno tattico ritrovato che ha ridicolizzato — senza eccessiva spesa di energia — il calcio forsennato predicato dal signor Menotti, un ginnasiarca qualunquista che ha chiesto alla folla argentina, più che ai giocatori, il titolo mondiale. La Germania campione di Helmut Schoen è stata letteralmente umiliata, costretta alla indecorosa gioia di un pareggio a reti inviolate ottenuto con un «catenaccio» vergognoso e con una fortuna che è completamente mancata agli azzurri: al meraviglioso Cabrini del primo gol mancato, al grande Bettega che per due volte ha veduto i suoi tiri insidiosi vanificati dalla malasorte.

L’AUSTRIA, infine, ci ha costretto a soffrire col cuore e col cervello, giocando l’unica partita che ci abbia messo a disagio facendo ricorso ad un espediente tattico che ci ha messo in crisi: la marcatura a zona nella quale gli azzurri — che non riescono a digerirla — sono caduti come mosche nella ragnatela. Eppure, abbiamo battuto anche l’Austria, abbiamo ridicolizzato Krankl, l’osannato «botin de oro», il goleador europeo, e con il solito tocco rapinoso di Paolo Rossi abbiamo sfatato anche la leggenda viennese nata sulle ceneri della Spagna e della Svezia. Eppure questa indiscutibile supremazia del calcio italiano al «Mundial» argentino viene ancor oggi discussa; e si cercano fra i critici e fors’anche fra i sostenitori quei motivi che potrebbero far velo alla nostra fresca gloria «Mundial» conquistata già alla vigilia dell’ultimo atto dell’avventura. Facce scure, fra noi, e paura del futuro. Ma perché? Forse perché con nove punti in classifica l’Italia potrebbe comunque saltare la festa delle quattro finaliste? No. Stringiamo la mano agli azzurri, diciamogli grazie, ricordiamo con quale animo li abbiamo accompagnati in Argentina, tre settimane fa, dandogli un viatico velenoso piuttosto che il calore della nostra amicizia, della nostra fiducia.

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QUESTO RIPENSAVO mentre arrancavo per le vie di Buenos Aires cercando di arrivare all’appuntamento con la macchina da scrivere. Avevo già assistito all’esplosione di follia degli argentini la notte di Argentina – Polonia. Folla per le strade di Baires, cortei di auto, carri, camion e pullman sovraccarichi di tifosi e di bandiere, la «hinciada» esplosa come se il Mundial lo avessero già in tasca, la città immobilizzata, la polizia impotente a reggere l’impatto coi tifosi o forse addirittura complice della loro notte brava.

INTANTO uscivano i quotidiani in edizione straordinaria e rilanciavano dalla prima pagina l’immagine del colonnello generale Jorge Rafel Videla, presidente della Nacion, che mostrava i pollici alti in segno di vittoria. Più tardi, l’immagine del primo tifoso d’Argentina si sarebbe mescolata con quelle – meno divertenti – del primo cittadino italiano, Giovanni Leone, costretto a dimettersi per accuse infamanti. E un collega argentino che certo aveva memoria di antichi slogan nostrani, mi diceva ridendo: «Meglio un giorno da Videla che cento da Leone».
Mi permettevo di rispondergli che, trovandosi i due uomini politici davanti ad accuse di diversa «qualità», l’uno sospettato di aver frodato il fisco, l’altro di aver frodato i diritti umani, l’antico slogan poteva essere anche capovolto: ma vaglielo a far capire a questa gente che dopo anni di sangue e di tragedia e di paura e di miseria ha ritrovato l’ordine, la tranquillità, la sicurezza e un barlume di resurrezione economica.

VAGLI A FAR CAPIRE che da noi non è ancora perduta la speranza in un futuro migliore costruito sulla democrazia, ancor viva seppur malata, piuttosto che su milioni di baionette. Avevo avuto – dunque – sentore di quel che avrebbero potuto essere i festeggiamenti della folla argentina se avessero battuto il Brasile o addirittura vinto il «Mondiale». Ma mi ero ingannato nel valutare le risorse di speranza, di entusiasmo, diciamo anche di illusione che i nostri ospiti posseggono.

HO SEGUITO Argentina-Brasile dai lussuosi studi del «Centro Tivucolor», una realizzazione di cui giustamente gli argentini menano vanto, e ho partecipato ai collegamenti notturni della RAI che mi hanno permesso di essere a fianco dei bravi colleghi del microfono e più vicino agli italiani che come me, decine di migliaia di chilometri di distanza, stanno vivendo le gioie azzurre e le emozioni di questo «Mundial»; poi, a notte, sono uscito per raggiungere il Centro Stampa e sono stato travolto dalla esultanza di gente che poco prima aveva veduto la squadra amata, l’Argentina, vacillare sotto la spinta fortissima ma stupida del Brasile, una entità tecnica rilevante, eppure priva di quei risolutori che avrebbero consentito a Coutinho di vincere la sua guerra privata con la critica più feroce del mondo che lo ha demolito inesorabilmente o difeso solo per amor di contraddittorio. Ho fatto un salto a Rio de Janeiro, nei giorni scorsi, e ho registrato un clima di guerra civile: fautori e detrattori di Coutinho si affrontano anche cruentemente per le strade; i giornali lo linciano o lo difendono; quelli che non hanno saputo che pesci pigliare se la sono cavata brillantemente dedicando prime pagine, copertine, manifesti e pagine e pagine alla Nazionale italiana, sommersa di elogi e di punti esclamativi.

A BUENOS AIRES, invece, il Mondiale sono convinti di averlo vinto loro, direi quasi che si comportano come se il successo finale gli spettasse di diritto: ed è questa strana sensazione, unita al fastidio che mi ha arrecato vedere l’impotenza delle forze dell’ordine davanti ai folli che hanno stretto d’assedio la capitale impedendole di vivere normalmente per più notti, che mi fa dire che non è augurabile per nessuno battersi nella finalissima con l’Argentina.
E’ vero, il generale Merlo, presidente dell’Ente Autarchico Mundial, ha detto più d’una volta che l’Argentina vuole mostrare al mondo il suo volto civile e quindi non farà ricorso a favori esterni per «Ganar el Mundial»: ma è altrettanto vero che al River Plate farà molto caldo, il 25, se ci sarà l’Argentina; come è vero che Jorge Rafel Videla sarà là, nel palco d’onore, pronto a levare i pollici in alto, come si faceva nel circo romano quando i Cesari decretavano vita e vittoria per qualcuno. Ancora, mentre scrivo, rullano i tamburi per le strade di Baires, e gli strilloni offrono le edizioni straordinarie, e la gente canta e suona dimenticando antiche e presenti miserie. E’ carnevale, e si dimentica il freddo; i «descamisados» passano davanti alle vetrine che mostrano abbigliamento e articoli sportivi per una vacanza fra le nevi di Mendoza e del Bariloche. Mentre all’Hindu Club, nella quiete verde e nebbiosa che soltanto all’alba è rotta dal gracchiare insistente, quasi un abbaiare, degli «uccelli-cane», gli azzurri dormono un altro sonno da giusti.

TUTTI BRAVI, tutti eroi di questo «Mundialito» che continua ad essere di marca azzurra, tutti interpreti di primo piano della festa in cui si danza un tango più italiano che argentino: tutti egualmente meritevoli di un altro passo avanti. Ripenso alle copertine del «Guerino Mundial»: prima Rossi, la forza prorompente della giovinezza che ha travolto francesi e ungheresi; poi Benetti, il gladiatore saggio che ha retto la spinta con avversari di rango mondiale. Oggi c’è Causio, in primo piano, perché rappresenta la ritrovata sicurezza di questa squadra che abbiamo fin troppo criticato, nella quale abbiamo troppo poco creduto. Al River Plate, il giorno in cui l’Austria ha tentato di farci fuori dal gioco, c’era questo «barone» baffuto, antica preda di paure, che distribuiva palloni e mazzate con identica sicurezza e disinvoltura. Un giorno chiederò a Bearzot cosa gli ha fatto, a questi ragazzi, per dargli tanta vita. Dopo, sapremo come dividere i meriti di questo viaggio in Argentina che — come dicevo all’inizio — anche se finisse oggi ci vedrebbe vincitori del Mundial.

Italo Cucci, giugno 1978