Mondiali 1978 – I migliori del mundial

Grazie a Rossi, ma soprattutto al grande cuore, questa Nazionale è per ora la più ammirata

MAR DEL PLATA – L’Italia è arrivata alle semifinali del Mundial. Le più ardite speranze si sono realizzate. Non mi vergogno a confessare che scrivo con un groppo alla gola. Ho provato una delle più grandi emozioni della mia vita di cronista sportivo. Perché ho assistito al trionfo di una squadra che finalmente ha giocato col cuore, rigettando tutte le meschinità che fan parte del bagaglio che i «ragazzi d’oro» del nostro sballatissimo pallone si portano appresso.
Un’Italia che ha voluto farsi onore davanti a un’altra Italia, quella trapiantata in ..questo amaro e amato Paese. Ho veduto gente piangere, intorno a me, come il giorno che sono arrivato a Buenos Aires e ho messo piede nella «cancha» del Boca: ma queste, amici, erano lacrime diverse, come quelle che mi sento scoppiare negli occhi e che respingo dicendomi ma via, che fai, sciocco: in fondo è una partita di calcio.

GIA’, in fondo è una partita di calcio, in fondo abbiamo soltanto sconfitto l’Ungheria, cosi come abbiamo sconfitto la Francia. Ma se è vero che in Perù il presidente della repubblica s’è salvato il posto per i gol di Cubillas; se è vero che in Italia sappiamo che si sono verificate manifestazioni di giubilo somiglianti a quelle delle notti «messicane», è altrettanto giusto che il vostro povero cronista raggelato dall’inverno platense e riscaldato dai gol di Rossi e compagni provi oggi un senso di grande felicità e cerchi di trasmettervelo. Oggi a Mar del Plata, dopo che abbiamo sconfitto anche l’Ungheria, non è stata festa per tutti: certo, a chi è partito dall’Italia con la penna-mitra nel taschino questo trionfo azzurro non va giù. Diomio, ripenso a quella notte di Italia-Jugoslavia, a Roma, e mi vergogno. Per i colleghi, naturalmente, che hanno tentato di imbastardire la Nazionale figlia de campionato suggerendo chissà quali rivoluzioni, vomitando sugli azzurri critiche che meritavano forse d’esser proposte, ma civilmente, senza la libidine di distruzione ch’è abituale ai nostri mamma-santissima. Oh, sapeste quanto sono orgoglioso del poco o niente che conto, del fatto che certe mie critiche abbiano voluto aiutare a costruire una Nazionale migliore e mai a demolire quel che si stava faticosamente costruendo: di questo mi è stato dato atto, e ne sono pago. Così come ho dato atto a Franco Causio di essermi sbagliato sul suo conto, quando ho pensato che fosse meglio sostituirlo: loro, i giocatori, sono, stati leali con noi, dandoci la più grande delle soddisfazioni; e allora cerchiamo di ricambiarli.

NON E’ MAI troppo tardi per riconquistare la fiducia e la stima della gente del calcio, quella che lo fa e quello che lo chiacchiera. Ora sono pienamente soddisfatto della scelta che feci alla vigilia del Mundial, quando volli incamminarmi sulla via della serenità e dell’ottimismo, una via sulla quale fui indirizzato dalle parole di Bearzot, dalle confidenze serene dei giocatori, dal livore idiota di certa critica. Una scelta difficile, che ha motivato in parte (è una spiegazione che devo ai lettori, perché il nostro rapporto continui ad essere chiaro e onesto) il «divorzio mondiale» fra noi del «Guerino» e Helenio Herrera, giunto a Baires con la convinzione di dover assistere al funerale del calcio italiano, forse frastornato dal clamore delle Cassandre, lui che aveva tanta esperienza per evitare un così grave errore di valutazione.

L’AVVENTURA ARGENTINA continua grazie soprattutto alla solidarietà di gruppo esplosa improvvisamente nel clan azzurro, laddove da sempre erano esistiti padrini, mafie, gruppuscoli di scontenti e di contestatori; in Nazionale abbiamo veduto per la prima volta ragazzi come Graziani accettare senza batter ciglio le scelte del tecnico; abbiamo registrato per la prima volta l’assenso di uno Zaccarelli all’ordine di ritornare in panchina, dopo che proprio lui, il modesto ma generosissimo «Zac», era stato l’artefice della prima, importante vittoria sulla Francia. Abbiamo poi veduto gli juventini stringersi intorno al «fratello mancato», quel Paolino Rossi che è stato il deus-ex-machina della meravigliosa rappresentazione azzurra in Mar del Plata. Bearzot me l’aveva detto a Budapest, dopo che s’era vista all’opera un’Ungheria giustamente valutata per quel che poi si è mostrata, una squadra dotata di buona tecnica e di gran carattere: stava pensando a Rossi, al ruolo che avrebbe potuto ricoprire al Mundial. Ci ha pensato, con molta calma, respingendo le chiamate del popolo romano che voleva Paolino in campo contro la Jugoslavia solo per esasperare l’umiliazione di Graziani, e trovandogli il giusto ruolo.

OGGI SAPPIAMO che l’Italia ha trovato un vero grande campione. Oggi forse Giampiero Boniperti sta pensando che forse quei due miliardi e passa non erano poi tanti, se rapportati al valore del ragazzo. E Farina se lo stringe al petto contento: vada come vada, il tesoro del calcio italiano lo conserva gelosamente lui, a Vicenza. E’ facile oggi parlar bene di Paolo Rossi impressionati dai suoi gol che hanno sbloccato i trionfi azzurri. Ma il suo apporto non va valutato singolarmente, ma per il peso che ha avuto sull’intero gioco di squadra. Se avete seguito bene le due partite degli azzurri, avrete notato che per la prima volta l’Italia ha scelto la via dell’offensiva ragionata, quel progetto in apparenza assurdo che prima Bernardini (l’inventore dei «piedi buoni») eppoi Bearzot avevano studiato di realizzare, imbattendosi in più d’un ostacolo. Il primo incentivo a questa nuova e importante scelta tecnico-tattica è venuto dal destino, vale a dire dal gol-lampo realizzato da Lacombe al trentaduesimo secondo di Francia-Italia (stando ai testi sacri, solo un altro francese, Nicolas, segnò un gol più rapido ai Mondiali, al trentesimo secondo di Francia-Belgio del ’38, l’anno in cui l’Italia vinse il suo secondo Mondiale… che sia di buon augurio? facciamo corna, come Leone, e tiremm innanz): quell’incidente (chiamiamolo così, anche se sappiamo che la nostra difesa, di questi incidenti, potrebbe riservarcene altri…) ha costretto l’Italia a svelare le sue naturali qualità forzatamente celate dalla modestia del nostro tecnico; la seconda spinta a battersi da uomini e non da pecore è venuta dal cuore ritrovato; la terza spinta (ma forse la più importante) dalle caratteristiche tecniche di Paolo Rossi, che ha riportato la prima linea azzurra ai livelli di rendimento che aveva conosciuto soltanto davanti alla Finlandia, tenendo conto — ovviamente — del diverso livello tecnico fra finlandesi, francesi e ungheresi; vale a dire che Rossi ci ha fatto fare un grande passo avanti realizzando con Causio e Bettega quell’intesa ideale che potrebbe aver trasformato il nostro attacco in una macchina da gol.

PAOLO è giocatore di discreta classe, di media resistenza fisica, ma soprattutto di incredibile intelligenza tattica: il suo «movimento» è senza dubbio la realizzazione delle chimere heribertiane, perché non accenna a sprechi, non ha radici in teorie da ginnasiarchi, è pura espressione calcistica, continua minaccia ai difensori avversari, ininterrotta presenza per la collaborazione con i compagni del centrocampo e dell’attacco. Si deve ancora stabilire se sia stata miracolosa la facilità con cui Rossi si è inserito nel tessuto di una Nazionale già schematizzata diversamente, in un attacco che s’era dato al ben diverso rapporto intercorrente fra Graziani e Bettega, o se invece il miracolo l’abbia compiuto la squadra, «adottando» con tanta disinvoltura il ragazzino dalla «cara limpia» (faccia pulita, come dicono qui) e dal cervello fino, quando aveva rifiutato altri importanti trapianti. Cosa volete che dica, che Bearzot s’è rivelato un Barnard? No: molto semplicemente che forse Paolo Rossi era quel cuore che ci mancava, l’unico capace di resistere alla crisi di rigetto. Ma il ragazzo — che non è stupido — s’è affrettato a dire chi l’ha aiutato a trovare così rapida intesa con la squadra: Bettega. Già, Bettega: qualcuno l’ha definito padrino, ma di allocchi è pieno il mondo. Bettega, amici miei, non ha nulla a che spartire con gli abusati «padrini» e «Richelieu» del nostro povero calcio: se amate leggermi (o appena mi sopportate) avrete appreso da tempo quel che penso di lui: che è grande calciatore, grande uomo. E non ho bisogno di aggiungere altro, se non che ha fatto coppia con un grande calciatore e un grande ragazzo che ormai da queste parti chiamano così, con dolce e delicata enfasi: Paolino.

QUESTO MUNDIAL, lasciatemelo dire, non è un gran Mundial: la sua «cifra tecnica» (come dicono i sapienti) è assai modesta: più ricca la sua parte romanzesca, dove figurano un incredibile Perù (che ha umiliato la mia Scozia), una dignitosissima Tunisia, una lodevole Svezia, un amaro Brasile, una quadratissima Austria, una spenta Spagna e un’incertissima Germania. E se ci fate caso — non da tifosi, ma da gente che capisce calcio — il meglio è venuto proprio dal nostro girone; da un’Ungheria che solo le trappole argentine potevano ridurre a miti consigli; da una Francia che solo le astuzie argentine (leggi arbitri) potevano rispedire a Parigi con un fardello di sogni infranti; ma soprattutto da un’Italia che invece si è fatta avanti onorando il gioco e la lealtà sportiva, superando la Francia che già l’aveva messa in ginocchio, godendo soltanto (e certo non è poco) dell’assenza di quei due fantastici e sciocchi ragazzi che sono Torocksik e Nyilasy, vittime della scatenata Argentina e della sua hinchada (tifoseria) che vuole a tutti i costi la squadra di Menotti finalista dell’undicesimo Mundial.

MAGARI CON L’ITALIA, anche se dopo le «rappresentazioni azzurre» di Mar del Plata questo desiderio s’è un po’ raffreddato: adesso l’Italia fa paura, ragazzi miei, perché ha chiaramente dimostrato d’essere, fin qui, la migliore squadra del Mundial, perché la più forte del «girone di ferro» e penso che sabato al River Plate si avrà un saggio di questo incontro fra amiche-rivali. Come stanno le cose ora, l’Argentina non può più sperare di giocare con l’Italia una partita-camomilla, truccata insomma, come quella organizzata in apertura da Germania e Polonia; non può, perché se non vince rischia di dover lasciare l’adorata sede di Buenos Aires, e spostarsi a Rosario, dove certamente si troverà davanti l’interrogativa Germania. E d’altra parte l’Italia non può regalare a Menotti la partita, rinunciando alle comodità logistiche e quasi certamente tecniche di Baires. Sarà dunque un altro capitolo avvincente — me lo auguro — quello che si scriverà sabato al River Plate. Già c’è chi pensa ad una sorta di bis di Italia-Germania del 70, in Messico 70. Dite che potrebbe costarci caro per le partite successive? Dite quel che vi pare: io credo al proverbio che dice: l’appetito vien mangiando, e la voglia di vincere viene vincendo. Così, coraggio Bearzot, affrontiamo decisi anche questa battaglia che si voleva fosse platonica; ormai la qualificazione ce la siamo guadagnata, rischi non ne corriamo, e addirittura ci può essere fornita l’occasione di sperimentare una difesa più solida, che i nostri problemi son tutti qui, e riusciremo a risolverli fino a che l’attacco girerà a pieno regime come in questi giorni, i bellissimi giorni azzurri che hanno presentato al mondo Paolo Rossi, el angel da la cara limpia, l’angelo dalla faccia pulita.

Italo Cucci, giugno 1978