27 dicembre 1970: Inter Juventus 2-0, l’inizio della lunga ricorsa

interjuv70corso

Campionato 1970/71: dopo un inizio al ralenty, e in seguito all’esonero dell’odiato Heriberto Herrera, con Invernizzi in panchina ha inizio la lunga rincorsa che porterà Fraizzoli alla conquista del suo primo scudetto…

NELL’EPISODIO del trasferimento di Anastasi dal Varese alla Juve, c’è, condensata, tutta la storia della eterna rivalità fra la Juve e l’Inter. Pietruzzo gioca a Milano, con la maglia nerazzurra dell’Inter, una specie di «provino» ad affare apparentemente già concluso. C’è soltanto da espletare un’ultima formalità: la firma sul contratto che deve sancire il passaggio del giocatore da una società all’altra. Mentre Anastasi gioca (ed entusiasma) il contratto viene firmato. Ma c’è un piccolo… dettaglio da chiarire: lo firma la Juventus che si assicura così il contesissimo, giovane attaccante. Entra in ballo la «potenza» della famiglia Agnelli, che fa pesare sulla bilancia il volume di affari che intrattiene col Patron del Varese, il commendator Borghi: e l’Inter resta con un palmo di naso… Un episodio come tanti, per focalizzare la rivalità, sempre accesa, a volte aspramente astiosa, che divide dagli albori del calcio le due Società più gloriose e le due squadre più amate del calcio italiano. Inter e Juve si «odiano» cordialmente: e quando possono, un bel dispettuccio se lo fanno molto volentieri.

COME NON RICORDARE le vicende dello scudetto vinto dall’Inter nell’oramai lontano campionato ’70-’71. I nerazzurri, il cui ultimo successo risaliva a ben cinque tornei antecedenti, erano partiti tra la sfiducia generale. Allenatore Heriberto Herrera, il brasiliano di ferro, l’implacabile profeta del «Movimiento» che a Milano (forse per essere stato in precedenza alla guida della Juventus…) non era mai riuscito a conquistarsi la popolarità. Dunque: l’Inter inizia il campionato a passo blando ed incerto (bruciante il pari a San Siro, alla seconda giornata, imposto dalla Roma dell’altro Herrera, il Mago, passato a cercare gloria nella Capitale), poi pareggia male a Bologna e infine incappa in una sonora sconfitta, in casa, col Cagliari: 3 a 1…. E’ la vigilia del derby col Milan di Nereo Rocco, l’ambiente nerazzurro è a subbuglio, i nervi sono sempre più tesi, Heriberto Herrera finge una imperturbabilità che è ben lungi dal provare. Heriberto viveva a Milano in un appartamento da scapolo diviso insieme ad uno stravagante suonatore di chitarra argentino, e come vizietto si concedeva un pò whisky (diciamo che era la sua mania), ripetendo: «uicchi non fa male». Comunque Heriberto sembra incurante della tempesta che sta montando contro di lui. E ribadisce i suoi concetti: movimiento, movimiento, movimiento. Niente Bedin («non è giugadore»). Cella libero. Fabbian mediano di spinta. «Gio no cambio perche la piazza strepita, gio conocco calcio, gio ho sempre ragione». Ha talmente ragione che il derby lo vince il Milan per 3 a 0 e lui, Heriberto, lo cacciano il lunedì successivo…

Invernizzi abbraccia Corso, mattatore del match

GLI SUCCEDE un tecnico fatto in casa, Gianni Invernizzi, via i profeti del gioco per il gioco, fiducia alle «formichine» che pensano prima ai risultati poi ai lustrini… E, infatti, l’Inter quel campionato finì per vincerlo!
Invernizzi inizia la sua opera battendo un modesto Torino per 2 a 0 (era il grigio Torino di Cadè, soprannominato il «baritono» per via del cupo vocione). Poi una doccia fredda a Napoli (sconfitta per 2 a 1) quindi una sorprendente collana di successi col Catania, a Vicenza, a Varese rilanciano le speranze nerazzurre. Ma la vetta della classifica è ancora lontana: e il 27 dicembre del ’70 c’è la Juve che si profila a San Siro…. Invernizzi aveva operato alcuni determinanti ritocchi nella formazione. Bedin punto fermo del nuovo centrocampo (e sarà proprio Bedin uno degli elementi di maggior spicco di tutto il campionato). Bellugi terzino in coppia con Facchetti per consentire a Burgnich di rilevare Cella (modestino anzichenò) nel ruolo di libero. Prima linea formata da Jair, Bertini, Boninsegna, Mazzola, Corso (un grandissimo Corso, che orchestrò la squadra da superbo regista). Fuori Reiff, Pellizzaro, Cella, gli uomini di Heriberto… Una rivoluzione che ebbe la sua consacrazione clamorosa nello scontro, come sempre atteso e temuto, con la Juve.

LE SQUADRE si schierano così: l’Inter con Vieri; Bellugi, Facchetti; Bedin, Giubertoni, Burgnich; Jair, Bertini, Boninsegna, Mazzola, Corso. La Juve: Tancredi; Spinosi, Furino; Cuccureddu, Morini, Salvadore; Causio; Haller, Anastasi, Marchetti, Bettega. L’allenatore è Armando Picchi, clamorosamente approdato alla corte della Vecchia Signora lui, il libero della grande Inter di Moratti e di Helenio Herrera, l’alfiere di tutti i successi mondiali di una Inter irripetibile e fantastica che il calcio italiano sta ancora rimpiangendo… Ma il calcio vive anche di queste bizzarrie, e allora ci sarà ancora più gusto a battere l’odiata rivale che ha strappato a Milano uno dei giocatori più amati e celebrati di tutta la storia nerazzurra (Picchi, purtroppo, non riuscì nemmeno a concludere quel campionato, un destino atroce era in agguato: per la prima volta accomunate Inter e Juve lo piansero assieme, solidali nel cordoglio e nel rimpianto di un uomo, e di un tecnico, che non sarà dimenticato).

LA PARTITA fu un lungo calvario per i bianconeri. Corso, fantastico e impossibile da controllare, segna al 10′ minuto con una delle sue proverbiali «colombelle», che manda in delirio San Siro. La Juve cerca di arginare le folate rabbiose e improvvise dell’Inter, che attacca con due punte terribili, Jair e Boninsegna, la gazzella eil guerriero, orchestrate da Corso, da Sandrino Mazzola (che mordeva il freno per aver dovuto cedere il ruolo di centravanti a Bonimba, ma che metteva disciplinatamente la sua classe al servizio del collettivo). Ferrea in difesa dove i leoni Bellugi, Burgnich e Giubertoni, elegante e sciolta in Facchetti, il terzino che scivola verso il gol con falcate morbide e felpate. Insomma: segna ancora Boninsegna, nella ripresa, e San Siro, alla fine è tutto uno sventolio di drappi nerazzurri, Picchi viene salutato da pochi applausi di stima, i bianconeri escono a testa bassa, benché quella fosse già, in embrione, la grande Juve che, di lì a dodici mesi, sarebbe esplosa fragorosamente conquistando scudetti a raffica (altro particolare interessante: il DT era Italo Allodi, anche lui come Picchi artefice massimo dei successi dell’Inter di Moratti e di Herrera…). Il successo sulla Juve lancia l’Inter ai sette cieli. Ha inizio una fantastica galoppata che porta la squadra di Invernizzi ai vertici della classifica perché l’Inter chiude il campionato senza perdere più una sola partita! E alla resa dei conti, con 46 punti distacca il Milan (42), il Napoli (39) e soprattutto l’aborrita Juventus (35). La galoppata continuerà anche in Coppa Campioni, dove l’Inter elimina l’AEK di Atene, il Borussia di Moenchengladbach, lo Standard di Liegi, il Celtic di Glasgow per cedere soltanto al grande Ajax di Giovannino Cruijff nella finalissima di Rotterdam, con due reti di Sua Maestà….

COSI’ IN CAMPO A SAN SIRO IL 27 DICEMBRE 1970
INTER-JUVENTUS 2-0
INTER; Vieri; Bellugi, Facchetti; Bedin, Giubertoni, Burgnich; Jair, Bertini, Boninsegna, Mazzola, Corso. Allenatore: Invernizzi.
JUVENTUS: Tancredi, Spinosi, Furino; Cuccureddu, Morini, Salvadore; Causio, Haller, Anastasi, Marchetti, Bettega. Allenatore: Picchi.
Arbitro: Toselli di Cormons.
Marcatori: Corso al 10′, Boninsegna al 87′.