KEEGAN Kevin: il baronetto inglese

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Piccolo, incontenibile, fantasioso. Un re del calcio non ha bisogno di giganteggiare in altezza, gli basta farlo sul campo. Kevin Keegan, coi suoi centosettanta centimetri di agilità e guizzi imprevedibili, scorrazzava sulla fascia destra e lasciava il segno sui sentieri del calcio. Impossibile perderlo di vista, nemmeno in mezzo a mastini meglio piantati di lui. Nessuno poteva togliere la ribalta a King Kevin, quando decideva di distribuire magie sui suoi palcoscenici.

Il fenomeno Kevin Joseph Keegan nasce ad Armthorpe, nello Yorkshire. Papà Joe fa il minatore, lui cresce (po­co) con la testa nel pallone. «Noi ragaz­zi impazzivamo per le imprese del Wolverhampton. eravamo tutti tifosi dei lu­pi, e quando si giocava io facevo la par­te di Billy Wright, capitano della squa­dra e della Nazionale inglese». Il ragaz­zo va in collegio, e disperde un po’ le attenzioni. «Giocavo anche a cricket, ero il capitano della squadra. E soprat­tutto me la cavavo bene nell’atletica, mezzofondo e cross».

La strada giusta gliela indica un talent-scout decisa­mente speciale. «Non so quanti siano i calciatori che possono dire di essere stati scoperti da una suora. A me andò esattamente cosi: la direttrice della scuola saveriana di Bally Bridge, a Doncaster, era suor Mary Oliver. Fu lei, un giorno, a scrivere sul mio diario che riteneva che la mia voglia di giocare a calcio andasse incoraggiata. Quelle parole mi vennero in mente quando firmai un contratto da ottocento milio­ni con l’Amburgo, il 3 giugno del 77. Aveva ragione, suor Mary».

A Don­caster il presidente della società di rugby locale lo se­gnala a Jeff Barker, osservatore per lo Scunthorpe, che milita in Quarta divisione. «Il nostro manager si chiamava Ron Asham. Si presentò a noi giovani con queste parole: se credete di essere qui per giocare a calcio, sbagliate. Il vostro compito è quello di tenere in ordine i servizi!» Il ragazzo ha appena quindici anni; nonostante l’accoglienza, conqui­sta in fretta un posto in prima squadra. La stagione 70-71 è particolarmente felice: si mette in luce in campionato e trascina la squadra nell’impresa storica di battere lo Sheffield Wednesday in Coppa d’Inghilterra.

È nel mirino dei grandi club, la proposta più interessan­te arriva dal Newcastle. «Ma c’erano anche, a sentire i giornali, lo Sheffield, l’Arsenal, il Leicester, il Sunderland, il Millwall, il Preston. Ero frastornato». È a quel punto che entra in scena Bill Shankly, il navigatissimo manager del Liverpool, che gli offre un ingaggio da 45 sterline a settimana. Proposta così allettante che il ragazzo resta di stucco, incapace di controbat­tere. E Shankly, che sa come andare dritto al cuore della gente, approfitta del silenzio per lanciare la stoccata de­cisiva: «Okay, facciamo cinquanta e non se ne parli più!».

È fatta, Keegan veste la maglia dei “Reds” e si acco­moda nella squadra riserve. Ci resterà per poco: il 5 agosto dello stesso anno debutta in prima squadra, davanti agli occhi di un orgogliosissimo papà Joe, e va in rete dopo appena tredici minuti di gioco. Nel 72-73, stagione da 22 gol per il nuovo minuscolo idolo dei tifosi dei “Reds”, il Liverpool vince titolo in­glese e Coppa Uefa. Lui segna una doppietta nella finale d’andata del tor­neo continentale, contro il Borussia M’gladbach. Nel 74 piega pratica­mente da solo, in finale di FA Cup, il Newcastle: due gol nel 3-0 finale.

Nel 76 fa il bis in Coppa Uefa, lascian­do il segno in entrambe le par­tite della finale contro il Bru­ges. A Liverpool i fiammin­ghi si scatenano, vanno in vantaggio 2-0, poi si fanno riagguantare: è Keegan a segnare il gol del 3-2 con­clusivo; al ritorno, in Belgio, i padroni di casa ci riprova­no: vanno in vantaggio e po­co dopo King Kevin spe­gne il loro ardore, met­tendo in rete il pallone dell’1-1. L’ultimo acuto internaziona­le con il Liverpool arriva nel 77. La squadra semi­na il panico in Coppa dei Campioni e si ritrova in finale col Borussia M’glad­bach.

È un nuovo successo, ancor più grande e sentito di quello di quattro an­ni prima in Uefa. Finisce 3-1, Keegan non segna ma fa ammattire sulla fa­scia un guardiano grintoso come Berti Vogts. A fine anno, nonostante questo trionfo, è secondo nella classifica del Pallone d’Oro, dietro a Simonsen. Sa­lirà sul trono un anno dopo, in una sta­gione in cui renderà al massimo pur non conquistando alcun riconoscimen­to in campo internazionale. A quel pun­to, avrà una nuova maglia addosso. Quella dell’Amburgo.

Keegan arriva in Germania all’inizio della stagione 77-78, ma l’idea di an­darsene dal calcio inglese si era con­cretizzata molto tempo prima, nella mente dei giocatore. «Ricordo anche una data precisa: il 30 marzo 1976, quando scesi in campo al “Calderon ” di Barcellona, per la semifinale di Coppa Uefa contro il Barca, davanti a 85.000 spettatori. Uno spettacolo fantastico. Vincemmo 1-0, segnò Toshak su un mio passaggio, ma quella partita per me ebbe anche altri significati: mi resi conto, più di quanto non avessi fatto fi­no a quel momento, che il calcio non si fermava in Inghilterra».

A dirla tutta, c’era anche un altro motivo importan­te. «Quando imparai che Cruijff aveva appena firmato col Barca per diecimila sterline, quasi mi venne un attacco di gelosia, lo sono sempre stato ambizioso, volevo essere il primo in tutto. Cosi misi in giro la voce che volevo andarmene». Non prima di portare il Liverpool sul tetto d’Europa, però. A missione finalmente compiuta, il re abbando­na davvero il suo regno. In Germania è il giocatore più pagato d’Europa, ha raggiunto il suo scopo.

Ma con lui il nuovo club fa scintille: nello stesso an­no Kevin viene eletto miglior giocatore della Bundesliga, e vince appunto il Pallone d’Oro. Il primo, perchè l’anno seguente, dopo aver conquistato il tito­lo, fa il bis. Due anni da migliore d’Eu­ropa, e una dedica speciale dopo la conquista del primo riconoscimento: «A mio padre Joe, a Bill Shankly, agli ami­ci dello Scunthorpe, a quelli del Liver­pool e ai compagni dell’Amburgo. Per­ché nessuno, nel calcio, può vincere da solo». Con l’Amburgo, nel 79, manca d’un soffio l’appuntamento con la seconda Coppa dei Campioni. Stavolta perde di misura (1-0) dal Nottingham Forest. Torna in patria nell’estate dell’80, e divide equamente gli ultimi quattro anni di carriera tra Southamp­ton e Newcastle.

Nel 1991 ottiene il patentino di allenatore professionista e l’anno successivo guida il Newcastle alla promozione nella Premier League. Con i bianconeri arriva secondo nella stagione 1995/96 dietro al Manchester United, grazie anche all’acquisto del grande attaccante Alan Shearer, da molti considerato il suo erede. Tuttavia l’8 gennaio del 1997, dopo un avvio stentato di stagione, si dimette dall’incarico di commissario tecnico, accettando un’offerta come telecronista.

Nel 1998 Keegan ritorna in pista accettando la proposta del Fulham, in Prima Divisione. Con la squadra di Londra ha due annate ottime, culminate con la promozione nella Premier League e la qualificazione per la Coppa Uefa. Di fronte a questi ottimi risultati, nel 2000 arriva la chiamata alla guida della Nazionale inglese, con la quale però viene eliminato al primo turno della fase finale del Campionato europeo di calcio 2000. Il 7 ottobre dello stesso anno in seguito ad una sconfitta casalinga contro la Germania, Keegan si dimette. Seguiranno due brevi comparsate alla guida del Manchester City e del Newcastle.