LAJOS DETARI: IL PIBE D’UNGHERIA

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«A Bologna le cose non andarono come avremmo voluto, siamo stati colpiti dalla sfortuna e dagli infortuni, io per primo. Ma di quelle stagioni ho anche ricordi bellissimi.»


Lo fa ancora adesso. Quando non capisce una domanda, spalanca gli occhi. O meglio, quando gioca a non capirla. Perché in questo marzo ungherese, Lajos Detari, classe 1963, riesce a scaldare il clima con una risata. Spiazzando chi crede di conoscerlo, sfuggendo ogni volta all’idea che se ne è fatti. E colpisce con il suo italiano, mai dimenticato. Il calcio è parte integrante della sua vita. Terminata l’esperienza in giro per l’Europa, Lajos è tornato in Ungheria, affiancando Peter Bozsik alla guida della nazionale e oggi allena, con alterne fortune, il Balaton FC Siòfok, serie A magiara.
Ma continua a seguire con passione i campionati degli altri. A cominciare dai rossoblù delle Due Torri.

«A Bologna le cose non andarono come avremmo voluto, siamo stati colpiti dalla sfortuna e dagli infortuni, io per primo. Ma di quelle due stagioni ho anche ricordi bellissimi. I bolognesi amano il calcio e soprattutto lo amano in maniera civile. Ricordo che nei due anni in cui sono stato lì era un piacere passeggiare in centro, fermarsi con i tifosi per parlare della partita. Tra le cose che mi piacevano c’era anche la musica. Oltre a Lucio Dalla ho conosciuto Gianni Morandi che in Ungheria era un idolo. Tra i miei amici c’era anche un ristoratore, era bello sedersi a tavola nel suo locale e poi fare due chiacchiere. A volte, dopo l’allenamento, andavamo a mangiare il pesce a Riccione. Sì, Bologna e i bolognesi mi sono rimasti nel cuore, tanto che appena posso torno».

Perché le piace tanto il calcio italiano?
«Perché è il migliore. Quello inglese è noioso, dietro le prime tre, quattro squadre in cima alla classifica c’è il vuoto. Quello spagnolo è spettacolare, ma lascia troppo spazio agli avversari. Quello italiano, invece, è completo: oltre alla tecnica c’è molta tattica. Mi piace l’idea che si studi l’avversario per non farlo giocare e poi colpirlo nel suo punto debole. È stimolante per un allenatore».

Sarà, ma intanto le squadre inglesi hanno eliminato tutte le italiane dalla Champions…
«Perché gli inglesi, al di là della poca spettacolarità del loro campionato, sono comunque più combattivi. E, soprattutto, più veloci».

Quando pensa di tornare in Italia?
«Vorrei venire per un aggiornamento professionale, una settimana di studio, andando a vedere gli allenamenti di alcune squadre di serie A e B. Includendo nel programma anche Bologna, ovviamente».

Come ha vissuto il suo ritorno in Ungheria? Cosa ha ritrovato?
«Un paese in crisi, pieno di problemi ancora irrisolti. L’ingresso nell’Unione europea non è servito a granché. Non riusciamo a stare al passo, per esempio, di ceki e polacchi. Basti pensare che su 10 milioni di abitanti, mi risulta che ci siano almeno 4 milioni di poveri. È doloroso vedere l’Ungheria in queste condizioni».

Non ha mai pensato di darsi alla politica?
«Per carità. Non voglio diventare bugiardo. Perché è questo che bisogna fare quando si ricoprono certi ruoli».

Sta dicendo che nel calcio sono tutti sinceri…
«No, certo. Ma quello del calcio è un ambiente che conosco e in cui posso ancora permettermi di essere quello che sono. Anche perché, a 46 anni, sono fatto così e non ho voglia di cambiare».

Nemmeno se venisse ad allenare in Italia?
«In effetti è il mio sogno. Tra l’altro ho notato che ultimamente c’è una maggiore apertura verso gli allenatori stranieri. Ma per quello che mi riguarda devo fare ancora esperienza, guardando magari con più frequenza i vostri allenamenti».

Ci sarà qualcosa del nostro calcio che non le piace…
«In effetti non ho mai sopportato tutte le chiacchiere dopo la partita: le polemiche su quel rigore che non c’era o su quell’altro che l’arbitro non ha visto… Si parla troppo e a volte si dicono anche cose non vere. O esagerate».

Sta pensando a quello che si diceva su di lei?
«Perché, non è vero che avete esagerato? Si diceva che ero volubile, che facevo i capricci. Ma il mio unico difetto era quello di dire tutto quello che mi passava per la testa. E questo dava fastidio a molti. Non sono mai stato, come dite voi, un ruffiano. E non mi sono mai piaciuti quelli che lo sono».

E allora quei capricci per avere sulle spalle quel famoso numero dieci?
«Anche quella è diventata una specie di leggenda. In Ungheria mi hanno dato anche il 2, il 5, il 6. Quello che conta è il ruolo in campo. E poi, ormai, di numeri dieci ce ne sono sempre meno. Forse l’ultimo vero, grande numero dieci che avete avuto in Italia è stato Roberto Baggio».

In Ungheria esiste il problema del doping? E cosa pensa della Sla, una malattia che colpisce con allarmante frequenza i calciatori?
«Da noi il doping non c’è. O comunque non è un problema per il mondo del calcio. Della Sla ho sentito parlare, come tutti. Anche perché ha colpito Signorini che ho conosciuto quando ero al Genoa. Non posso però dire altro, perché non ho mai visto nessuno prendere sostanze proibite, né mi è mai stato chiesto di prenderle».

In Italia c’è anche tanto spazio per i giocatori stranieri. Qualcuno dice persino troppo…
«Quando c’ero io di stranieri se ne potevano avere al massimo tre per squadra. E, a parte qualche caso, arrivava gente di qualità. Ora non è tanto questione di spazio, ma di scelte. Nel senso che non tutti quelli presi per il calcio italiano sono dei fuoriclasse. Arrivano anche dei bluff».

E se ne trovasse uno in squadra lei? Spalanca gli occhi e alza le sopracciglia. Come 15 anni fa, davanti a una domanda che non gli piaceva, e faceva finta di non capirla. Detari che non avrebbe potuto fare altro che il calciatore. Che ha bruciato le tappe (si racconta che a 12 anni gli falsificarono il cartellino per farlo giocare) e che in fondo al cuore ha soprattutto il bianco e nero di una maglia. Quella della Juve. Il suo grande sogno.

Di Daniela De Blasio

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LA SCHEDA:

Lajos Détári (Budapest, 24 aprile 1963)
Trequartista geniale ed elegante, è salito alla ribalta nelle file della Honvéd di Budapest con la quale ha vinto 3 campionati ungheresi e altrettanti titoli di capocannoniere, nell’estate del 1987 Lajos Détári viene acquistato dai tedeschi dell’Eintracht Francoforte con il quale vince subio la Coppa di Germania. L’anno successivo passa ai greci dell’Olympiacos Pireo. Nei due anni che passa ad Atene Lajos dà spettacolo, ma l’arresto del presidente del club lo costringe a fare di nuovo le valigie.
Nell’estate del 1990 lascia la capitale ellenica e approda al Bologna. Anche con i rossoblu Détári gioca per due stagioni diventando un idolo dei tifosi grazie ai bellissimi gol che segna e alle grandi giocate che sfodera, ma una serie di infortuni spesso lo costringono a lunghi periodi di inattività. Dopo il Bologna, il fantasista danubiano passa all’Ancona e quindi al Genoa. In Liguria, però, trova poco spazio e così decide di lasciare l’Italia per trasferirsi in Svizzera al Neuchâtel Xamax dove regala sprazzi di grande classe nonostante i contrasti con l’allenatore francese Gilbert Gress.
Dopo un anno di attività si trasferisce in Austria al VSE St. Pölten, ambiziosa formazione di seconda divisione. Nel novembre del 1998 il fuoriclasse ungherese, ormai 35enne, torna in patria dove vestirà le maglie del BVSC Budapest e del Dunakeszi ma, dopo un breve periodo in Romania nelle vesti di allenatore del Bihor Oradea, va a giocare in una sconosciuta squadra slovacca, l’Horna Poton. Dopo questa esperienza Détári smette di giocare e inizia la carriera di allenatore a tutti gli effetti.