LELE ORIALI – aprile 1984

Uno dei Grandi di Spagna, ha trovato nella Fiorentina una collocazione soddisfacente diventando ben presto un beniamino dei tifosi viola. Ecco le sue «confessioni»: il distacco da Milano, la conquista di Firenze

Con un Arno di più…

FIRENZE. Si definisce casalingo. Campione del mondo e casalingo. E Gabriele Oriali, un ragazzo di quasi trentadue anni calato a Firenze per vivere un’altra bellissima stagione. Caschetto biondo, faccia dura da nordico, jeans e giubbottino casual, conferma e spiega: «Questa professione ci porta lontano dalla famiglia. Il poco tempo che mi resta devo dedicarlo alle figlie e alla moglie». In queste poche parole c’è molto di Oriali. Difficile, complesso, senz’altro introverso e forse addirittura diffidente, duro anche con se stesso, senza compromessi, professionista senza mezze misure.
È a Firenze, sa di essere nella culla dell’arte. Sa di avere a tiro «tutte quelle belle cose viste sui libri», eppure non muove un passo, per scendere dalla collina di San Domenico. Perché il suo posto è lì accanto alla moglie Delia e alle figlie, Veronica, Francesca e Valentina. «Crescono e, se non ci stai attento, te le ritrovi grandi senza accorgetene». Geloso, tanto da definirsi «uno dei più fortunati». Per le tre figlie.
«Dicono che ci voglia il maschio. Sono felice e soddisfatto, invece. Le bambine sono più attaccate al padre. Se buon sangue non mente, vuol dire che giocheranno al calcio femminile». Veronica, la più grande, ha otto anni. Francesca e Valentina, gemelle, cinque.

Il trasferimento da Milano poteva essere un problema anche per loro. La scuola, le prime importanti amicizie. «Per fortuna, nessun problema. Veronica si è integrata benissimo nella nuova scuola. Le gemelle non hanno di questi problemi: si fanno compagnia da sole». Anche la signora Delia si è ambientata subito. E poi la fortuna di trovare casa a San Domenico, sulle pendici della collina che porta a Fiesole. Firenze è lì sotto.
«È la città più bella del mondo, ma non so approfittarne perché mi dedico tutto alle mie donne».

NERAZZURRO. Milano, l’Inter, gli sono rimaste nel cuore. «Ma a Milano non si poteva più stare. Il perché ancora lo devo capire. Ma non si poteva più stare».
Oriali è proprio il tipo che non farà mai nulla per far scoppiare una polemica. Neppure per alimentarla, anche se fosse in gioco qualcosa di suo. Sull’argomento, per un anno, ha mantenuto il silenzio più rigido. E vuole mantenerlo ancora. Rispettiamolo.
«Quando è arrivata l’offerta della Fiorentina, il discorso con l’Inter era già chiuso.
Era già arrivato il momento di dire basta. E ancora non ho capito perché. La mia parola si era persa nel vento». E ancora, con molta amarezza: «Forse mi hanno dipinto in maniera diversa. Non mi hanno capito, quella volta. Ma quando parlo dell’Inter, parlo di tredici anni di vita. Non posso dimenticare tante cose piacevoli. Mi fa dispiacere invece quel distacco e non aver ancora capito il perché. Loro hanno dato delle giustificazioni futili, da autodifesa. Ma non hanno convinto nessuno. Non ho mai voluto replicare, non mi sembra il caso. È ormai sono a Firenze e a Firenze sto bene».
Firenze lo ha accolto con le braccia aperte. Da anni la Fiorentina cercava di assicurarsi la sua serietà, la sua bravura. Con Allodi c’è riuscita al primo colpo.
«Sì, è stato Allodi a chiamarmi al telefono, la prima volta. Ma sapevo già che la Fiorentina mi aveva cercato. Sono stato fortunato, perché Firenze è una delle poche città che avrei accettato volentieri. Avevo delle preoccupazioni per la famiglia. Capirete: eravamo sempre rimasti nella casa natia. E andato tutto bene, perché Firenze è accogliente come la descrivono».

MAGLIA VIOLA. Il primo anno di Oriali in maglia viola volge al termine. Forse è il caso di tirare un primo bilancio. «Credo di essere andato abbastanza bene. Ero preoccupato all’inizio perché avevo giocato sempre nella stessa squadra». Vuole essere modesto e dice abbastanza. «Se c’è da dire di più, lo lascio agli altri».
Ma poi aggiunge, tanto perché il suo pensiero non resti nell’ombra: «Spero di aver accontentato la società e l’allenatore. Spero cioè di poter giocare ancora a Firenze e di concludere qui la mia carriera. Il mio contratto scade fra un anno, ma se non mi vogliono più, possono mandarmi via. Spero proprio di no».
Sei gol, qualche palo, un paio di rigori contro, qualche pallagol sbagliata clamorosamente, una squalifica.
Oriali a Firenze non è passato inosservato. Se tanto equivale all’impegno, alla presenza, vuol dire che Oriali si è dato un gran daffare. «I sei gol rappresentano una punta buona nella mia media. I due rigori causati, invece, una macchia. E per di più tutte e due in favore del Milan. I gol sbagliati, una costante. E il mio modo di giocare che mi porta in buona posizione, ma qualche volta mi ci porta stremato e quindi in condizioni tali da poter sbagliare anche le cose più facili. La squalifica, invece, un’eccezione. In tredici anni di Inter ho avuto una sola giornata di squalifica. Come a Firenze, ma in una sola stagione».

GOL. È dispiaciuto veramente per questo: «Certo, perché potevo evitarlo benissimo. Specie l’ultima ammonizione potevo risparmiarmela. Ma è facile dirlo ora».
Tanti gol sbagliati, uno per tutti: «Quello con l’Inter. E non era un tiro tanto sbagliato, poi, si perdeva già due a uno. Mi trovai solo davanti al portiere e tirai abbastanza bene. Zenga fu bravissimo. Peccato, perché sarebbe stato davvero un bel gol».
La Fiorentina, comunque, lo ringrazia. La Fiorentina che ad un certo punto di questo campionato sembrava addirittura in grado di inserirsi nel duello per lo scudetto. «Se all’inizio ci avessero detto che potevamo finire in questa posizione, tutti avremmo accettato volentieri. Ora meno perché ci siamo resi conto che potevamo fare anche qualcosa di più».
E il momento delle recriminazioni. Cosa è mancato allora alla Fiorentina, quest’anno? «Un po’ di fortuna, qualche errore di meno e la convinzione. Soprattutto la convinzione nei nostri mezzi. Eravamo i più forti e non lo sapevamo. Il tempo di rendercene conto e la mazzata dell’incidente ad Antognoni. Ecco la fortuna che c’è mancata. E poi gli errori. Contro la Juventus, nel girone d’andata, sul tre a due per noi, io e Iachini abbiamo preso un palo e una traversa. Poi la Juventus pareggiò grazie a un’autorete di Contratto. E quelli sono due punti, fra noi e Juventus. Poi il gol di Iachini contro la Roma che era buono e l’arbitro ce lo annullò. Poi altre sviste arbitrali a Udine. Insomma potevamo avere tranquillamente qualche punto in più e essere più vicini alle prime».

ARBITRI. Per migliorare, cosa deve fare ancora la Fiorentina? «Ora sappiamo d’essere forti, quindi dovremmo ottenere di più. E poi il recupero pieno di Antognoni».
Errori, sviste arbitrali. Non è il caso di farne un dramma. Oriali, se qualcuno non lo avesse capito, vuole essere il primo a sdrammatizzare. «No, non voglio dare la colpa a nessuno. Fare l’arbitro è difficilissimo. Ce ne accorgiamo anche noi, in allenamento. A turno tocca a tutti. È difficile decidere in un attimo. La buona fede di un arbitro non è neppure in discussione. Il calcio non è solo un gioco, ma c’è un risultato che conta e per questo, quando una svista ti ha tradito, non puoi fare a meno di sottolinearlo».
Dagli arbitri alla moviola, dalla moviola al gran festival del «Processo» di Biscardi e company.
«La moviola è un’arma a doppio taglio. Non sappiamo usarla per quello che vale. Mette in risalto gli errori, ma non si tiene conto che un arbitro non può cambiare la velocità dell’azione, come può fare la moviola. Il processo fa discutere. Oggi si discute di tutto e su tutti. Si vuol cercare il colpevole, anche quando un colpevole non c’è».
Oriali lo scontroso, il taciturno, quasi scostante e indisponente la domenica, alla fine di ogni partita, ora sta al gioco, parla volentieri: «Dovete scusarmi. Ma io sento davvero le partite. Fino al martedì, dopo l’allenamento».
Parla della Juventus che si avvia a vincere un altro scudetto: «È giusto. Ha dimostrato d’essere la più forte, d’avere più gioco, e gli uomini migliori. In più un po’ di fortuna, il che non guasta».
E anche dell’Inter che promette di rinnovarsi. «Con Rummenigge farà un altro lungo passo verso la vetta. Già quest’anno, se non avesse avuto quella brutta partenza,sarebbe stata sempre con le prime. Sono curioso di vederla ancora in lotta per lo scudetto».
Parla ancora, e volentieri, della Nazionale. «Bearzot fu molto chiaro: con l’eliminazione dagli Europei avrebbe voltato pagina per dare esperienza ai più giovani. Ma per i Mondiali del Messico avrebbe scelto i più in forma. Mi ha fatto molto piacere sentirgli dire che se dovesse scegliere i più in forma chiamerebbe anche me: sono ancora sul suo taccuino». Vuol dire che Gabriele Oriali spera di fare il bis sugli altipiani del Messico. Avrà quasi 34 anni.

AVVERSARI. Intanto non pensa al dopo. «Gioco troppo volentieri per pensare a quello che farò quando non potrò più giocare al calcio. Sarà dura uscire da questo ambiente. Prima di smettere vorrei, però, centrare un obiettivo qui a Firenze. Per questo pubblico stupendo».
È campione del mondo e non lo dimenticherà mai: «Quando l’arbitro fischiò la fine è stato il momento più bello di tutta la mia vita calcistica, ancora non mi pare vero».
Tredici campionati con l’Inter, due scudetti, due Coppe Italia, una finale di Coppa dei campioni, 28 partite con la Nazionale: una vita per il calcio. Potrebbe raccontarci tante altre cose. Si ferma invece agli avversari diretti che ha avuto.
«Il più difficile Cruijff. Avevo 19 anni, e lui era al massimo della sua carriera. Finale di Coppa dei Campioni. Fece due gol e noi perdemmo due a zero. Poi ricordo Jonhston, l’ala del Celtic, e Dzaijc l’ala sinistra della Jugoslavia. E poi Maradona. In Italia, invece, Rivera, Causio, Claudio Sala e Antognoni. Per fortuna sono a Firenze, e Antognoni non lo devo marcare più. Era difficilissimo, quando partiva in progressione. Un altro avversario diretto che non potrò mai dimenticare è De Sisti. Si spostava per tutto il campo, e non sapevi mai dove andarlo a ritrovare».
Ventotto partite in Nazionale e un solo gol. «Non per nulla l’ho fatto proprio a Firenze, nel 1978, contro la Svezia».