Eigendorf, una morte scomoda

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Un incidente che nasconde un omicidio? O una semplice casualità che il tempo, le coincidenze e i buchi neri della storia hanno coperto di significati sinistri? La storia di Eigendorf, una promessa del calcio della DDR morto per dare un’occhiata al di là del Muro.

L’autobus della Dynamo Berlino si ferma a Giessen, nella Germania Ovest. È il 19 marzo 1979. La sera prima la squadra della Germania Est ha giocato, e perso 4-1, un’amichevole con il Kaiserslautern. Per i giocatori è stata un’occasione unica: per la prima volta hanno potuto vedere com’è il mondo dall’altra parte del Muro. Per questo, prima della partenza, tutti i giocatori sono stati sottoposti per due giorni a seminari, letture, indottrinamenti e probabilmente anche minacce da ufficiali, politici e poliziotti. In passato, infatti, l’allenatore Jorg Berger, il centrocampista Norbert Nachtweih e il portiere Jurgen Pahl avevano defezionato ed erano passati “al nemico”.

La sosta serve a permettere ai giocatori di spendere un po’ di valuta straniera (così da non portarla indietro) in jeans Wrangler o in dischi dei Bee Jees. Scende anche il ventiduenne Lutz Eigendorf, un centrocampista offensivo di grande talento che ha debuttato in squadra sette mesi prima. È stato l’ultimo a salire sul pullman della squadra alla partenza, alle sei e un quarto, quella mattina. Ma non entra dentro a comprare oggetti da tenere o regalare, non è lì per comprare scatole di caffè o vestiti. Sparisce tra la folla, trova un taxi libero, entra e chiede al tassista di spingere a tutta sull’acceleratore: Eigendorf smette di essere un giocatore, diventa un rifugiato politico.

E inizia a scrivere la sua condanna. Perché la Dynamo non è una squadra come le altre. Non è un caso se in molti stadi della Repubblica Democratica Tedesca si diffondano cori ironici e dispregiativi secondo cui per passare all’Occidente capitalista basta giocare per la Dynamo. Il presidente della squadra è infatti Erich Mielke, il ministro della Sicurezza dello Stato, in altre parole il capo della Stasi. Calcio e politica, infatti, in Germania Est non sono mai stati separati. E Mielke prende il “tradimento” di Eigendorf come un affronto personale.

La rosa della Dinamo Berlino per la stagione 1978/79. Eigendorf è il terzo alto da sinistra

Lo chiamavano «il Beckenbauer dell’Est» quel ragazzo che, forse con un po’ troppa fretta, scappa in Occidente. A casa, ad aspettarlo, ci sono ancora la moglie Gabriele e la figlia, Sandy, che ancora non sanno che Lutz non ha intenzione di tornare. Evidentemente spera di poter trovare la strada per far, un giorno, trasferire anche loro e riunire la famiglia nella Germania Ovest. Non sa però che Erik Mielke, capo supremo della Stasi (la nota organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est) ha ben altri progetti. E’ il giornalista Heribert Schwan, autore del documentario Tod der Verrater (Morte di un traditore) per la Ard, a scoprire documenti segreti che svelano i retroscena di quegli anni.

Il capo della Stasi piazza una cinquantina di agenti sotto copertura per spiare Eigendorf e registrare ogni singola mossa. Ed è solo l’inizio. Lancia anche l’operazione «Rose», e i documenti scoperti spiegano perché Gabriele non abbia mai tentato di restare in contatto con il marito, arrivando anzi a chiedere il divorzio. La polizia segreta della Rdt ha usato diversi agenti «Romeo», impostori particolarmente abili nell’arte della seduzione con il compito specifico di instaurare relazioni amorose con Gabriele. Uno di questi, l’Im «Peter» l’ha addirittura sposata prima della fine del 1979 e ha accettato di adottare Sandy.

Eigendorf sa che il suo abbandono improvviso del club gli costerà una multa dalla Fifa. Ma il Kaiserslautern offre una cifra a quattro zeri come compensazione per il mancato rispetto del contratto del giocatore. La Dynamo però rifiuta, e vede così svanire la possibilità di monetizzare l’addio di un campione che avrebbe, e ha, comunque perso.

Eigendorf viene così sospeso per un anno, ma guadagna bene, trova un nuovo amore e si risposa. In più trova nuovi amici, come Karl-Heinz Felgner, ex campione nazionale della Rdt di pugilato nei pesi leggeri e pesi piuma. I due hanno trascorso parecchie serate, e nottate, insieme nella Repubblica Democratica. Eigendorf è sorpreso di vederlo lì in Occidente, Felgner lo rassicura: ha avuto un regolare permesso per lasciare la Rdt dalle autorità in quanto lo considerano un cittadino non gradito, gli dice.

La carriera del Beckenbauer dell’Est, però, non procede come il suo talento avrebbe lasciato presagire, e si mantiene nella mediocrità tipica delle promesse che hanno posto sulla loro testa obiettivi superiori alle proprie possibilità. Gli manca la continuità, l’allenatore lo mette spesso in panchina e nel giugno del 1982 viene ceduto all’Eintracht Braunschweig per quattrocentomila marchi. Nelle prime ventitré settimane della stagione 1982-83, penalizzato da una serie di infortuni, gioca solo otto partite. Il 21 febbraio del 1983, sulla Ard, va in onda un’intervista di Eigendorf che esalta le attrattive della Bundesliga per i calciatori della Rdt.

Due settimane dopo, alle 23.08 del 5 marzo 1983, un’Alfa Romeo nera si schianta contro un albero all’altezza di Brunswick, nella Bassa Sassonia, su una delle curve notoriamente pericolose della strada Braunschweig-Querum. Alla guida dell’Alfa c’è Lutz Eigendorf, che sopravvive trentaquattro ore prima di morire per le gravi ferite alla testa. Non è arrivato a vedere la ventiquattresima settimana di campionato. La polizia determina un incredibile tasso alcolemico di 0.22 e chiude il caso come incidente dovuto alla guida in stato di ebbrezza.Ma c’è chi avanza dei sospetti su quella morte, e il documentario di Schwan li rende ancora più concreti.

I documenti degli archivi lasciano ipotizzare che l’incidente sia stato solo inscenato, che si sia in realtà trattato di un omicidio politico orchestrato dalla Stasi. Il pomeriggio della sua morte Eigendorf rimane in panchina nella partita persa dall’Eintracht Braunschweig per 0-2 in casa contro il Bochum. Intorno alle 21.30 entra in un bar, vi rimane per circa un’ora bevendo un paio di birre. Due ore dopo l’incidente fatale. Secondo il giornalista Jochen Döring: «Mielke, un uomo brutale, deve aver percepito il gesto di Eigendorf come un affronto personale. Non poteva accettare che proprio il capitano della sua squadra fosse passato al nemico. Nella logica di Mielke, doveva essere riportato sulla retta via».

Un documento manoscritto di trentadue pagine, datato 19 settembre 1983, e proveniente dal Dipartimento XXII del Ministero per la Sicurezza dello Stato, responsabile anche per le pratiche di antiterrorismo, sembrerebbe rafforzare l’ipotesi di Döring. La nota descrive, tra gli altri argomenti, una sostanza chimica che agisce sulle cellule nervose impedendo la visione e può essere usata anche come gas venefico in spazi ristretti. In una delle pagine si accenna anche alla possibilità di organizzare un falso incidente d’auto e compare l’indicazione «abbagliare».

Secondo il giornalista, Eigendorf sarebbe stato rapito e costretto, magari sotto la minaccia di una pistola, a ingerire un gran quantitativo di alcool mescolato con questa sostanza. Sembra plausibile che sia stato poi rilasciato alla guida della sua auto, sotto l’effetto della paura, dello shock e della neurotossina e che, sulla strada, un secondo agente in auto in direzione contraria lo abbia abbagliato mandandolo fuori strada. La pratica di accecare il guidatore per fargli perdere il controllo della propria auto (particolarmente pericolosa se messa in atto nei pressi di curve strette) era stata già usata altre volte dalla Stasi perché fa passare un omicidio premeditato come un semplice incidente ed è praticamente impossibile da smascherare. Schwan non ha i mezzi per fare i nomi degli esecutori materiali, non può dare alcuna certezza. Può però segnalare che due ufficiali della Stasi impegnati nel caso, secondo quanto compare nei documenti ritrovati negli archivi, hanno ricevuto una ricompensa di cinquecento franchi ciascuno.

L’avvocato Hans-Jurgen Grasemann, però, noto e rinomato specialista nei processi per le ingiustizie commesse nella Repubblica Federale, ha una posizione del tutto diversa. Grasemann ricorda il caso del soldato Werner Weinhold che nel 1975 ha ucciso due guardie di confine nel suo volo verso l’Ovest. Diventato un bersaglio, vennero elaborati piani dettagliati per fingere un incidente su una strada di montagna, per far passare il futuro omicidio di Weinhold come la conseguenza accidentale di una rapina. L’omicidio però non c’è mai stato. Con questo riferimento, Grasemann sottolinea come l’esistenza di piani per la commissione di un delitto non sia una prova decisiva dell’effettivo compimento dell’assassinio.

Salto i avanti, siamo ad agosto 2009. Karl-Heinz Felgner (ricordate? l’ex pugile della DDR amico di Eigendorf) entra in un negozio di Dusseldorf. Prende una stecca di cioccolato e una confezione di preservativi (ha infatti generato nove figli con sei donne diverse). Il resto è un processo davanti a un giudice. Felgner, sulla sessantina e in sostanziale povertà, sostiene di aver semplicemente pagato ed essere uscito. Ma il giovane cassiere lo accusa di aver estratto un coltello e di aver rubato quattrocento euro dalla cassa. Il giudice gli crede più che all’ex soldato ed ex pugile che aveva lavorato anche come cameriere e consigliere finanziario. Felgner viene condannato a sei anni e sei mesi.

Il processo non ha avuto quasi eco, e c’è poco da stupirsi. Il caso sarebbe rimasto quasi dimenticato se non fosse per una frase detta da Felgner durante la deposizione in aula, lo scorso febbraio: «Avrei dovuto uccidere io Eigendorf, ho accettato un contratto per ammazzarlo, ma non l’ho fatto»: in ogni caso, Felgner ha un alibi per quella notte.

A questo punto occorre fare un passo indietro. Felgner, infatti, non era stato per nulla mandato in Occidente perché cittadino indesiderato, alla fine degli anni Settanta. Era un’agente della Stasi, era uno degli agenti «Romeo» che hanno tentato di corteggiare Gabriele, la moglie di Eigendorf. Ma non ha avuto successo, ed è stato perciò spedito in Occidente (come Im «Klaus Schlosser») per guadagnarsi la fiducia di Eigendorf e riferire pensieri, parole e azioni del giocatore.

Negli archivi della Stasi, però, dal voluminoso file che ne documenta l’attività in Occidente, mancano quelli che si riferiscono al periodo 1980-1983. Schvvan, che ha dichiarato di essere stato minacciato da Felgner quando ha raccontato la storia per la prima volta nel suo libro, considera la spia un bugiardo e continua a chiedere l’esumazione del cadavere di Eigendorf. Una richiesta sostenuta adesso anche da Hubertus Knabe, dell’Hohenschonhausen Memorial di Berlino, dedicato alle vittime della Stasi. Per ora la loro richiesta non ha avuto sèguito.

Tratto da tratto da “La valigia dello sport” di Alessandro Mastroluca