MANFREDINI Pedro: Piedone l’Italiano

Era nato per dividere, e nel segno della divisione si dipanò tutta la sua carriera, Roma compresa, soprattutto Roma. Pedro Manfredini avrebbe dovuto nascere forse qualche decennio più tardi del 7 settembre 1935 a Mendoza. E forse, sarebbe stato un Batistuta. Fisicamente era un toro: rapido, istintivo, pronto in ogni istante a scatenare un terrificante tiro. Generoso, anche, e portato dalla precipitazione a sbagliare spesso, nonostante fondamentali tutt’altro che disprezzabili. Non era un funambolo e per questo in Argentina qualcuno lo guardava un po’ storto.

Le sue radici affondavano in Italia. Il nonno paterno, Pietro, era partito a fine Ottocento da Cremona, in un gruppo di una cinquantina di viticoltori emeriti, con destinazione Mendoza, dove si trovavano vigneti a perdita d’occhio. I nonni materni invece venivano dalla Puglia, Bisceglie. Il sangue italiano univa un parentado oceanico, oltre cento persone che periodicamente rinsaldavano i legami in coinvolgenti riunioni a base di asado e ricordi. Pedro giocava a calcio, a sedici anni entrò nel Maipù di Mendoza e qui l’anno dopo arrivò ad allenare il grande Mumo Orsi, “mostro sacro” del calcio mondiale, il leggendario violinista che aveva fatto grande la Juve del quinquennio e la Nazionale di Pozzo mondiale nel 1934 con le sue finte sulla fascia sinistra.

La scintilla scoccò immediata, Orsi spese gran tempo ad addestrare il ragazzone dalla rapidità fulminante che spesso si dimenticava il pallone nelle corse verso la porta. Lo lavorò sui fondamentali, gli affinò l’arte del tiro e poi lo inserì giovanissimo in prima squadra. Le polemiche cominciarono subito e non tramontarono neppure quando, alla seconda stagione, fioccarono 21 gol ad attestare la bontà della scelta.

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L’anno dopo, il boom: Pedro, militare, gioca solo 20 partite e segna la bellezza di 38 reti. Il paradosso è servito. Pedro è un bidone, no, è un campione. I tornei provinciali argentini lo avevano come attrazione e la gente accorreva ad ammirarlo. Orsi mandò una segnalazione a Torino, che venne raccolta sulla sponda granata. Era il 1955, tutto era pronto per il trasferimento, ma la turbolenta situazione politico-sociale, con la caduta del peronismo, impedì a Pedro, ancora militare, di ottenere il congedo anticipato. Il rifiuto al River Plate portò Pedro al Racing Avellaneda.

Era la fine del 1956. Manfredini continuò a segnare e a dividere. Spiegava in un’intervista al “Calcio e Ciclismo Illustrato”: «Molta gente non mi comprende. Il mio gioco è moderno, direi all’europea; ha poco della classica caratteristica sudamericana, con “gambetas”, “pisadas”, “cortes”, “firuletes” ecc. Io vado dritto, cerco direttamente la rete. Sempre ho sollevato polemiche per il mio modo di giocare. Anche quand’ero a Mendoza. Molti dirigenti varie volte vollero togliermi dalla squadra perché consideravano che ero inutile, ma Orsi si è sempre opposto. Nel Racing, poi, è successo lo stesso. Ho provocato accese lotte non solo fra i tifosi ma anche fra i dirigenti della mia squadra. Alcuni avevano fiducia nelle mie qualità, ma molti non hanno mai voluto considerarmi un buon giocatore di calcio e hanno chiesto ripetutamente la mia esclusione dalla squadra titolare». Se si pensa che Gabriel Batistuta in avvio di carriera veniva considerato un bidone da tecnici altolocati, la similitudine è impressionante.

Siamo ai primi mesi del 1959. Un ex giocatore della Lazio, Pisa, segnala Pedro alla Roma. Nel maggio 1959 arriva in Argentina il presidente giallorosso (per la sezione calcio) Augusto D’Arcangeli e offre 60 milioni, a patto però che il ragazzo accetti l’offerta di ingaggio (6 milioni per tre anni) e che sia utilizzabile in Italia come oriundo. Ne nasce un caso. Il Racing propone di retrodatare la caparra al novembre dell’anno prima, per aggirare il limite (nascita non prima del primo gennaio 1936) imposto dalla Federcalcio italiana per gli oriundi in vista della stagione 1959-60. D’Arcangeli prende tempo, da maggio la partenza di Manfredini comincia a slittare. Quando finalmente il brasiliano Da Costa, altro oriundo giallorosso, gioca la terza partita con la Nazionale italiana, così diventando “italiano” a tutti gli effetti, D’Arcangeli chiude l’operazione.

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Manfredini accetta con entusiasmo. Ha avuto l’offerta non appena rimesso piede a Baires dal viaggio di nozze, ha chiesto un attimo di tempo per pensarci e il Racing, nel timore di veder svanire l’affare, gli ha avanzato una promessa economica: oltre all’ingaggio della Roma, il giocatore riceverà come buonuscita una percentuale sulla cifra di acquisto. Invece, al momento di partire, il club lo invita a cena per consegnargli una semplice medaglia d’oro. Manfredini rifiuta l’omaggio, così come di partecipare al banchetto in suo onore, e parte per l’Italia. All’arrivo all’aeroporto di Ciampino viene… battezzato. Un fotografo, Brunetti, lo riprende col grandangolo mentre scende la scaletta dell’aereo, facendo partire l’inquadratura dal piede con cui si accinge a toccare il suolo italiano. Nella foto, così in primo piano, sembrerà un piede enorme. Un piedone, scrisse un cronista a commento della foto.

Da quel momento, fu “Piedone” per tutti. Un soprannome che pareva ideale: vezzeggiativo e confidenziale per gli ammiratori, spregiativo per chi lo avrebbe considerato un brocco. Di scarpe, però, portava un semplice 42 che gli andava pure un po’ largo, insomma, il suo piede era piuttosto ridotto, eppure non ci fu nulla da fare: «Anche all’estero, Germania, Francia o Inghilterra» avrebbe ricordato a fine carriera, «al punto che credevano che Piedone fosse il mio nome di battesimo». Prima che diventasse Piedone, nel suo paese i tifosi cantavano una canzoncina: «Dolores, dolores/ ahi! Viene Manfredini/ con los platos voladores», dolore dolore, viene Manfredini coi dischi volanti. I suoi gol sembrava venissero da un altro pianeta. In Italia, fu più o meno la stessa musica. Osannato, criticato, comunque titolare di una media gol strepitosa nelle prime stagioni.

Estate 1959. La Roma si è piazzata sesta in campionato, senza infamia nè lode, e aspetta un profeta d’Argentina che risolva il problema del gol. Su Pedro si è creata un’attesa notevole, anche perché godrà dell’appoggio del conterraneo Francisco Ramon Lojacono, lunatico fuoriclasse prelevato dalla Fiorentina. L’altro asso nella manica è Alfredo Foni, tanta gloria in carriera, prima da giocatore e poi da allenatore. Foni aspetta l’ambientamento di Piedone, lo tiene fuori in avvio, poi lo inserisce in una squadra che ha Panetti in porta, Losi stopper con la protezione del laterale difensivo Guarnacci, Griffith e Corsini marcatori laterali, Zaglio, David e Pestrin a centrocampo e poi il giovane Orlando e “raggio di luna” Selmosson alle estreme, con Manfredini o Da Costa centravanti. Una bella squadra, sulla carta, ma gli esiti non saranno esaltanti.

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Era una Roma piaciona, molle in campo per quanto alcuni suoi alfieri erano protagonisti gagliardi della dolce vita capitolina. Dal canto suo, Manfredini cominciò allora a dividere i tifosi. Segnava a raffica. Memorabile l’avvio del torneo successivo, 1960-61. La Roma aveva preso anche l’altro argentino, Angelillo, recordman di realizzazioni in campionato, fustigato da Herrera per una love story fuori ordinanza. In più, il leggendario Schiaffino, a 35 anni ancora in grado di cavare sublimi sinfonie dalla bacchetta di direttore d’orchestra. E mandava in campo l'”attacco atomico”: Orlando, Lojacono, Manfredini, Schiaffino, Selmosson. Piedone rifilò tre reti al Bari in avvio, altre tre all’Udinese asfaltato all’Olimpico e una al Torino, sconfitto a domicilio 3-1.

Scrive in quei giorni la Gazzetta dello Sport: «I giallorossi sono uno stupendo complesso, una terrificante macchina da gol, grazie a quell’attacco che, allorquando si scatena; è come una valanga, una diga che straripa, uno spettacolo di potenza e di bel gioco quale raramente si è visto sui campi di calcio, e particolarmente a Roma. Dunque la Roma è grande, e Manfredini, detto “Piedone “, è un signor centrattacco con netti requisiti per tale ruolo: sornione, scaltro, irruento, fine palleggiatore, tiratore di forza e di precisione secondo le circostanze. Manfredini costituisce uno spettacolo a sè nella linea delle meraviglie che è il quintetto giallorosso».

Ma la favola non dura. Sette reti dopo tre partite, una piccola parentesi, altri tre gol alla Lazio, poi la valanga si placa, la Roma prima in classifica con Manfredini re dei bomber torna quella di sempre, si accuccia in letargo. Tutta protesta in avanti, subisce e non riesce più ad andare in gol con continuità. Chiude al quinto posto e l’anno dopo si ripete, col piccolo corollario dell’ingresso di un certo Franco Sensi ai piani alti del club, subentrante del vicepresidente Marini Dettina.

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Nell’ottobre 1963 l’allenatore è argentino pure lui, Luis Carniglia. Amante dei piedi buoni, vede Manfredini come il fumo negli occhi. Così lo mette fuori squadra, considerandolo inutile. Vuole un gioco raffinato, tocchi morbidi e triangoli rapidi, altro che gli sfondamenti un po’ brutali del panzer di Mendoza. Piedone si accomoda in tribuna senza proferire polemica, la Roma, con Lojacono e Angelillo in avanti, Orlando e Menichelli alle ali, pareggia in casa con la Juventus, poi scivola a Ferrara, 0-3 dalla Spal, e rovina in casa col Vicenza di misura. Carniglia venne cacciato e al suo posto tornò Alfredo Foni, che non si fece pregare a mandare in campo Piedone contro il Palermo alla Favorita. Risultato, padroni di casa rasi al suolo per 4-0, con tre reti di Manfredini.

Qualcosa però era accaduto, prima della resurrezione. Per la prima volta, si era parlato concretamente di cessione. All’Inter pareva interessasse il bomber della Pampa. In più, arrivava in giallorosso John Charles, tornato in patria dopo l’avventura alla Juve, per un’operazione revival molto attesa. Il gallese si dimostrò alla frutta e Manfredini conquistò addirittura il titolo di re dei bomber, assieme al bolognese Harald Nielsen, con 19 reti. Però restava un campione discusso, amato e rifuggito pressoché in egual misura. Parte della critica continuava a considerarlo un bidone. Il pubblico romanista, invece, era quasi tutto con lui. All’ultima in casa del campionato 1962-63, l’Olimpico gli dedicò una campagna di sostegno con eloquenti striscioni («Guai a chi vende Manfredini!»): ma una settimana dopo il centravanti si sarebbe sentito così trascurato dai compagni in campo, da desiderare, come confessò poi, di uscire anzitempo.

Il meglio della sua avventura era alle spalle. La società decise di non cederlo e a cedere invece fu il suo ginocchio, quello che poi divenne una maledizione. Interventi, convalescenze, ritorni. La media gol precipitò: 8 reti in 28 partite tra il 1963 e il 1965. La Roma in difficoltà economiche lo spedì al Brescia, a raggranellare 1 gol in 8 gare. Infine, Venezia, 3 reti in 14 partite e la chiusura, il ritorno in Argentina, da cui poi anni dopo sarebbe riapprodato in Italia.

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