MARCELLO GRASSI: IL FASCINO DEL PORTIERE

“Il bello di queste esperienze da giocatore, almeno parlo a livello personale, era quello di legarmi al tifoso e alla società. Questo portava a coltivare rapporti umani basati su una stima forte”


Il gol e il portiere: il fine e il mezzo posto per non raggiungerlo. Il calcio vive il suo momento clou nel momento in cui l’estremo difensore, l’ultimo baluardo capitola. Dura la vita di quelli che si ritrovano a difendere i pali di una porta: i portieri, per il ruolo che occupano in campo vengono visti quasi come ostili, messi lì per non far divertire il pubblico che si aspetta di vedere tanti gol.

Marcello Grassi, ex portiere dell’Ascoli si è opposto per tanti anni alle sortite offensive degli avversari sul terreno di gioco, mettendo tra sé e il gol i guantoni. Gli anni sono passati anche per lui, ma quel capello sempre così curato è un ricordo che non sbiadisce. Il segno di un’Italia che non tramonta, attenta alla propria immagine, segno di rispetto.
Ad Ascoli Grassi ha lasciato un ottimo ricordo e i tifosi lo ricordano con affetto e in particolar modo per un aneddoto legato alla sua permanenza in maglia bianconera. Era un Ascoli-Bologna, terminata 1-2 per i felsinei. Nel primo tempo una conclusione di Savoldi termina in rete, ma. C’è un raccattapalle che con un calcio fa tornare il pallone in campo. Savoldi e i giocatori del Bologna sono pronti a festeggiare, ma l’arbitro non è dello stesso parere. Per il direttore di gara la palla non è entrata. Un episodio che Marcello ricorda con simpatia, simbolo di un calcio che era meno nevrotico.
“Palla in profondità a Savoldi, alla mia sinistra. Io gli vado incontro, lui calcia, me la piazza sul secondo palo. Vedo il pallone che mi passa, non ci arrivo. Alzo gli occhi e c’è questo ragazzino che la butta fuori. Ho capito subito che ha messo il piede e l’ha rimessa in campo: sembrava quasi che avesse colpito il palo. Savoldi inveiva con l’arbitro perchè voleva il gol, ma il direttore di gara fu inflessibile: per come l’aveva colpita quel bambino sembrava davvero che la sfera avesse colpito il palo”.

Quel raccattapalle divenne un eroe.
“Nei giorni successivi ci fu un po’ di clamore, mentre la sera stessa fu invitato alla “Domenica sportiva” come ospite del programma. Altri tempi, c’era meno tensione. Una cosa così attualmente, credo che sarebbe difficile anche da raccontare”.

Oggi il calciatore rispetto a quando giocava lei, chi è?
“E’ una persona dedita esclusivamente al denaro: è una macchina costruita per fare soldi. Così facendo viene a mancare l’amore per la maglia e per il proprio lavoro”.


C’è un attaccamento diverso alla maglia rispetto ad oggi.
“Dire che erano tempi diversi sarebbe scontato. Ma vedi: i procuratori non c’erano e le trattative con le società le facevamo per conto proprio. Ovunque sono stato non c’era solo il rapporto lavorativo, ma si creava un connubio con la gente del posto. C’era quell’umanità che ti faceva sentire bene”.

Secondo lei chi è il portiere di oggi?
“E’ una persona che si allena male. Ormai non si prepara più un portiere per evitare i gol, ma per fare il libero. E questo porta ad un abbassamento della qualità degli stessi e le conseguenze sono errori di posizione, di postura, di caricamento. Tutte cose che, se allenate, non verrebbero fuori. Nel vedere le partite vedo soltanto portieri che respingono e non bloccano un pallone. Dimmi un portiere che blocca o tiene la sfera. Chi è? Qual è? Non ce n’è. Di conseguenza mi accorgo che il ruolo ormai va cambiando. In peggio. Quando ne parlo, mi dicono che sono i palloni. Bene, parliamone: quando giocavo, non esisteva il pallone d’estate o d’inverno: erano tutti uguali. Quando pioveva e il campo diventava pesante, la sfera arrivava a pesare dei chili e tu dovevi essere pronto. Eppure si teneva e ti posso dire che addosso sentivi tutto il peso del cuoio inzuppato d’acqua. Altra obiezione: i palloni di oggi prendono strane traiettorie. E anche qui io ribatto: in settimana con quali palloni si allenano? Io ricordo che mi facevano esercitare con il pallone da rugby. Oppure c’era un pallone che noi chiamavamo il coniglio: appena toccava terra prendeva traiettorie imprevedibili. Tutto questo per migliorare i riflessi. E avevi l’allenatore che ti urlava dietro che dovevi tenerla. Ecco perchè io oggi ti dico che il portiere ormai fa tutto, tranne quello che gli compete veramente”.

In una sua recente intervista, lei ha detto: “I portieri sono più alti, meno tecnici”.
“Lo ribadisco. Mi è capitato di portare dei ragazzini in prova e mi dicevano subito: quanto è alto? Oppure lo guardavano: troppo basso. A parte il fatto che possono crescere, ma che discorsi sono? Mi consigliavano di portare dei ragazzi alti anche se non facevano i portieri. E difatti la domenica vedi tanti giocatori di quasi due metri che sono scarsi”.

Parliamo dei portieri: lei è nativo di Carrara, la stessa città di Gianluigi Buffon. Cosa pensa del numero uno della Nazionale?
“Ti dirò una cosa impopolare, ma penso che Gigi non abbia le basi per fare il portiere. Se tu lo guardi bene, quando va a destra, a volte spinge con il piede sinistro per andare a destra o viceversa. Ed è sbagliatissimo, perché non può avere spinta. Però ha un fisico prorompente e lavora su quello”.

Tra Zoff e Albertosi?
“Per elasticità, le uscite, prendo Albertosi. Zoff era più calmo, ma non usciva mai. Se devo scegliere, sicuro prendo il Ricky”.

Parare un rigore è un po’ come vincere una partita?
“Si, posso garantirti che è così. E’ una sensazione importante. Effettivamente ti senti un mostro, tocchi quasi il cielo con un dito. Se poi ti fermi un attimo a pensare: il rigore parato è l’errore di chi l’ha calciato. Tu pensa che ricordo ancora il mio primo tiro dal dischetto che ho parato, nel 1968. Ero a Pisa e se chiudo gli occhi ho la scena davanti a me. E ho ancora impresso in mente il nome di chi l’ha calciato: Piaceri. Me lo tirò bene, alla mia destra, quasi vicino al palo. C’è una foto che mi ritrae nel parare quel rigore: c’è la mia mano allungata a quasi dieci centimetri dal palo”.

Quale il segreto per allenare un portiere?
“Entrare nel cervello del portiere che hai davanti. Devi fargli capire che sei lì, a lavorare per lui e quello che fai, è incentrato esclusivamente al suo miglioramento”.

C’è un portiere che ha allenato di cui è orgoglioso?
“Andrea Mazzantini su tutti, ma anche Marco Savorani, Gamberini, Santarelli sono fiero di averli allenati”.

Parliamo della sua esperienza ad Ascoli.
“Il bello di queste esperienze da giocatore, almeno parlo a livello personale, era quello di legarmi al tifoso e alla società. Questo portava a coltivare rapporti umani basati su una stima forte. Peccato che non trovo occasione di poter tornarci. Tra moglie, figli e nipoti, il tempo è sempre poco. Però mi sono ripromesso che devo andare a trovare i tanti amici che ho lasciato”.

Lei ha avuto ad Ascoli come allenatore Carlo Mazzone.
“Mi ha voluto fortemente in bianconero: una corte spietata di tre anni. Mi vide per la prima volta al Torneo di Viareggio che vinsi con l’Atalanta. Parlarono con i dirigenti bergamaschi, ma non c’era verso. Arrivai ad Ascoli nel 1973, con qualche anno di ritardo”.

C’è un episodio particolare che l’ha vista protagonista con Mazzone?
“Nella mia esperienza ad Ascoli, ogni volta che si trattava di rinnovare il contratto, non si trovava mai l’accordo e in ritiro non partivo mai. Una volta mi chiama Mazzone e mi chiede come mai non fossi con loro. Gli spiego il disaccordo sull’ingaggio. Lui, con quel suo accento romanesco: viè qua, nun te sta a preoccupà a Marcé. Se nun te li danno loro, te li do io, ma te devi subito venire qua. Arrivai la sera e c’era il segretario del club che mi fece firmare in bianco con la cifra che avevo chiesto. Un vero signore del calcio, questo era Carlo Mazzone”.

Un attaccante che le ha dato fastidio per il suo modo di calciare?
“Ce n’era uno in particolare: Pietro Anastasi della Juventus. Non mi ha fatto sempre gol, ma quel suo modo di calciare il pallone era difficile da leggere. Gigi Riva, altro bomber di una certa levatura, aveva quel movimento con la coscia che riuscivo a leggere, ma Anastasi era difficile da decifrare quando caricava per il calcio”.

Portiere: eroe e vittima.
“E’ il fascino del nostro ruolo”.

LA SCHEDA

Marcello Grassi (Carrara, 1º luglio 1948)

Portiere dotato di atleticità e tecnica, debutta in Serie D nel 1967 con la Lucchese, venendo poi acquistato dall’Atalanta che lo fa esordire nella massima categoria, vincendo inoltre con la formazione giovanile degli orobici il Torneo di Viareggio 1969. In nerazzurro non trova molto spazio, tanto da essere mandato in Serie C dove difende le porte di Spezia e Cremonese.

Ritorna quindi a Bergamo, dove disputa un altro torneo di Serie A. Si trasferisce poi all’Ascoli con cui ottiene una promozione in massima categoria, categoria conservata per due annate. Passa quindi al Perugia con cui gioca in Serie A per un altro biennio, facendo parte della rosa che nella stagione 1978-1979 conquista il secondo posto nonché lo storico record d’imbattibilità.

Sua successiva destinazione è il Bari, in Serie B, dove trascorre due stagioni. Rimane poi tra i cadetti, in forza al Pescara e alla Pistoiese, mentre a metà degli anni 1980 spende l’ultima parte di carriera nei campionati minori, al Rapallo Ruentes e alla Carrarese, appendendo i guantoni nel 1986 con la maglia del Ceparana.