MARINO PERANI: SEMPRE ALL’ALA

«Quel Bologna, una squadra modello. Ognuno aveva un compito preciso, sapevamo fare squadra. Soprattutto avevamo una grande consapevolezza dei nostri mezzi.»


Lombardo, grande ala destra del Bologna, tra i protagonisti dell’ultimo scudetto: stiamo parlando di Marino Perani. Tra i suoi ricordi più cari c’è l’assist vincente per il gol di Nielsen che regalò ai rossoblù la vittoria decisiva contro l’Inter. Roba che non si dimentica, roba di cui parlano ancora adesso i tifosi non più giovanissimi del Bologna. Sessantamila spettatori sugli spalti dell’Olimpico, il 7 giugno 1964, quasi venticinquemila quelli che tifano per i colori rossoblù.
È la mezz’ora del secondo tempo, il risultato è ancora fermo sullo zero a zero quando l’arbitro Lo Bello assegna una punizione al Bologna, diciotto metri fuori dall’area. Bulgarelli tocca per Fogli che fionda un destro rasoterra, il pallone è appena deviato da Facchetti e va in rete. Nove minuti più tardi è Perani a servire Nielsen: «Dondolo» carica il sinistro e insacca. Per il Bologna quella vittoria vale il settimo scudetto, per Marino Perani una giornata da incorniciare.
«Era una squadra modello quel Bologna – ricorda oggi Perani, che fa il commentatore televisivo e ricopre incarichi dirigenziali nel Boca San Lazzaro -. Ognuno aveva un compito preciso, sapevamo fare squadra. Soprattutto avevamo una grande consapevolezza dei nostri mezzi. Non ci davamo mai per persi e anche se la partita prendeva una brutta piega o andavamo sotto di un gol, bastava che ci guardassimo un momento negli occhi per cominciare la rimonta. Abbiamo preso un gol? – ci dicevamo – Vuol dire che adesso gliene facciamo due. Questo era il nostro spirito. C’eravamo ritrovati forti senza neanche saperlo».

perani-chi-wp1Nel gioco di quel Bologna, Perani sapeva rientrare a centrocampo senza però essere un tornante classico, ma piuttosto un’ala nel vero senso del termine. Specialista nel dribblare l’avversario e crossare in corsa per Nielsen e Pascutti. Oltretutto aveva anche un ottimo tiro.
«Volete sapere perché oltre che forti eravamo decisi? – dice – Perché a quei tempi era ancora possibile fare una certa politica societaria: i migliori non venivano mai ceduti. Dall’Ara era un grande presidente. Dava l’impressione di essere un po’ duro, un po’ paternalista, ma in realtà era una persona amabilissima e soprattutto aveva un grande senso della giustizia e della meritocrazia. Capitava, a volte, che in sede di rinnovo di contratto tergiversasse per qualche richiesta e arrivasse a dire di no. Ma poi, durante la stagione, se il tuo rendimento era pari alle attese o addirittura superiore, arrivava un premio. Insomma, c’era una certa elasticità da una parte e dall’altra. Oggi il discorso è diverso. Oggi solo pochissime squadre possono permettersi di tenere i giocatori migliori senza incidere pesantemente sul bilancio. Lo svincolo ha cambiato tante cose».

Cosa, per esempio?
«Ha tolto potere alle società e ne ha dato anche troppo ai giocatori e ai procuratori. Per riequilibrare questa situazione, che ha portato il calcio italiano a una crisi economica senza precedenti, secondo me bisognerebbe arrivare ai contratti annuali: risolverebbero i problemi economici di tante società e al tempo stesso porterebbero un buon numero di giocatori ad avere un rendimento più costante».

Ci pare di capire che dal ’64 a oggi qualcosa sia cambiato e non in meglio…
«Troppa pressione, troppi problemi non risolti alla radice. Prendete ad esempio il gioco: è innegabile che quello di oggi è più veloce, fatto di tanto pressing, eppure resistono regole vecchie che non mettono nelle migliori condizioni possibili arbitri e guardalinee, che finiscono così per essere sommersi dalle polemiche. E poi, a ben guardare, oggi si va in campo soprattutto per spezzare il gioco altrui più che per esaltare il proprio. Perché, ad esempio, non si sposta la regola del fuorigioco all’area di rigore? Questo avanzamento consentirebbe alle squadre di stare più lunghe e lo spettacolo ne trarrebbe giovamento».

Giorni feroci e bellissimi quelli legati all’ultimo scudetto: feroci perché prima di festeggiare i rossoblù dovettero affrontare l’accusa di doping, i punti di penalizzazione poi ridati, le provette scomparse e la morte del presidente Dall’Ara per infarto. L’accusa era quella di tracce di anfetamine in corpo a cinque rossoblù: tra loro c’era anche Marino Perani (gli altri erano Ezio Pascutti, Romano Fogli, Mirko Pavinato e Paride Tumburus). Accuse alla fine cadute, facendo sì che il Bologna potesse regolarmente conquistare sul campo il titolo di campione d’Italia.
«Ricordo bene quei giorni – afferma Perani – fu una mazzata, anche se all’inizio quasi quasi ci scherzavo. Eravamo comunque tutti convinti che prima o poi l’incubo sarebbe finito. Sapevamo di essere puliti e che la verità sarebbe saltata fuori. Cosa che poi avvenne».

Ha vinto con Bernardini, Perani. Ma ha anche indossato i panni dell’allenatore, dopo aver guidato con successo il settore giovanile rossoblù. Tra l’altro ha avuto anche il merito di scoprire un talento come Roberto Mancini. Quando si è seduto sulla panchina della squadra maggiore, però, Perani ha vissuto anche due momenti non proprio felici, visto che la prima volta – chiamato dal presidente Conti a sostituire Pesaola – dovette lasciare il posto a Cervellati, e la seconda coincise con il primo calcio-scommesse. Un caso che ovviamente fece dimenticare tutto il resto, e in particolare il ritorno di Savoldi, l’estro di Chiarugi, l’astro emergente Dossena. Anche recentemente il calcio italiano è stato alle prese con una brutta storia di scommesse. Perani cosa ne pensa?
«Penso che purtroppo non sono state create le premesse per eliminare certe situazioni. Ma è necessario reagire. Anche per tutti gli appassionati che continuano ad amare questo sport».

LA SCHEDA:

Marino Perani (Ponte Nossa, 27 ottobre 1939)

Proveniente dall’Atalanta nel 1958 passa al Bologna dove, tranne una breve parentesi a Padova nel 1959/60, resterà fino al 1973/74. 15 campionati in rossoblù, 322 presenze e ben 70 reti realizzate. Prese il testimone da Cervellati nel ruolo di ala destra e lo portò con grande onore fino alla metà degli anni ’70. Un’ala autentica, di quelle capaci di coprire la fascia e di segnare. La discontinuità il suo difetto più grande, ma giocatore importante e determinante per tanti anni. Non sempre partiva con la maglia da titolare assegnata, ma nel corso del campionato i vari Renna, Vastola, Pace, dovettero arrendersi alla piccola ala bergamasca. Ha vinto uno scudetto e due Coppe Italia, ha giocato in Nazionale 4 partite fra cui quella, purtroppo famosa, con la Corea del Nord ai mondiali inglesi.
E’ stato anche allenatore del Bologna, alla fine degli anni ’70.