MASSIMO CRIPPA: AL SERVIZIO DEI CAMPIONI

Nel calcio c’è chi nasce portiere ma poi diventa attaccante e chi fa il percorso inverso. Poi ci sono quelli che hanno una predilezione per un gioco di squadra, fatto di corsa, sacrificio e tanta voglia di gettare ogni volta il cuore oltre l’ostacolo, per poi andarlo a recuperare, ma soprattutto chi sceglie questo ruolo deve avere una particolarità: polmoni d’acciaio. Massimo Crippa era questo e tanto altro ancora. Nel periodo in cui ha giocato la sua posizione in campo ancora aveva un nome “antico”: mediano. Adesso si chiama semplicemente centrocampista, in una macedonia dove scompaiono mezz’ali, ali e tornanti, si è tutti uguali, in una globalizzazione tritatutto, compresa la voglia di sognare.

Agli albori della sua carriera, Massimo parte dai dilettanti con il Meda, per poi passare al Saronno. Nel 1986 il trasferimento al Pavia, dove mette in mostra le sue doti di grande corsa e temperamento, qualità che non sfuggono a Federico Bonetto, Direttore sportivo del Torino dell’epoca, il quale nel campionato 1987\88 lo fa esordire in Serie A con la maglia granata. Il ragazzo si mostra in tutta la sua bravura e voglia di arrivare, mordendo le caviglie di chiunque avesse il pallone. Luciano Moggi, a quel tempo dirigente del Napoli, sente odore di campione e nell’estate successiva nell’ultimo giorno di mercato, lo porta con sé al Napoli. Qui Crippa formerà un quartetto di centrocampo da far paura a quel tempo: Nando De Napoli a destra, il brasiliano Alemao e lo stesso Crippa in mezzo a far legna, Francesco Romano a sinistra. Davanti c’erano Maradona e Careca, i quali non hanno bisogno di presentazioni.

In cinque anni con la maglia azzurra vince una Coppa Uefa nel 1989 in finale contro lo Stoccarda. All’andata al “San Paolo” (pieno come non mai) finisce 2-1 per il Napoli, al ritorno al “Neckarstadion” finisce 3-3, dopo che i partenopei erano giunti sul 3-1 a loro vantaggio. Da quel momento è un crescendo rossiniano per Crippa, il quale l’anno successivo nel 1989/90 vince lo scudetto (il secondo della storia del Napoli) e una Supercoppa italiana contro la Juventus (5-1 il finale, mettendo a segno anche una rete). Nel 1993 passa al Parma ed anche con i ducali arrivano vittorie e trofei alzati: Supercoppa europea contro il Milan (1993/94). Nella stagione successiva vince ancora la Coppa Uefa (oggi si chiama Europa League) contro la Juventus. Con i gialloblù avrà la fortuna di giocare con un altro campione di livello planetario: Gianfranco Zola. Nel 1998 torna al suo primo amore, il Torino. Ritrova i granata in B, ma subito ritornano in A. Ormai la sua stella, dopo aver raggiunto il massimo splendore, si avvicina al tramonto, tanto da chiudere con le esperienze nella Canzese e nel Seregno nei dilettanti. Tutto sommato una carriera di tutto rispetto con le sue soddisfazioni, ancora vive negli occhi e nei cuori di chi ha saputo apprezzarne le doti da maratoneta sul manto erboso.

 

Ciao Massimo, da ex giocatore non hai scelto il ruolo di allenatore, ma hai deciso di fare il dirigente.
“Credo ce ne siano già troppi di allenatori (ride mentre lo dice). Scherzi a parte, sono al Renate da quattro anni ormai; a dire il vero ero partito come responsabile del settore giovanile, poi mi è stata fatta questa proposta e adesso sono dentro questo ruolo che mi gratifica molto”.

Ora che sei in un ruolo di rilievo, dopo una carriera importante sui campi più prestigiosi d’Europa, come vedi i giocatori?
“Certo, la prospettiva rispetto a quando giocavo è completamente diversa, ma, ti dirò: riesci a vedere cose che prima magari non notavi e così sai essere anche un riferimento importante per gli stessi atleti, a cui puoi dare un consiglio importante se ce n’è bisogno. Qui al Renate la politica societaria è quella basata esclusivamente sulla valorizzazione dei giovani, così con loro devi usare un atteggiamento che li porti a maturare, prima come uomini e poi come calciatori”.

Quando hai iniziato a giocare, tu non sei partito da un settore giovanile di un grande club. Hai fatto la cosiddetta gavetta, quella più dura.
“Sicuramente la mia gioventù non l’ho fatta, come dici bene tu, in un settore giovanile di una società di A o B. I primi calci li ho dati giocando all’oratorio, in mezzo agli amici. Da ragazzino c’era prima la scuola, poi dopo aver studiato, la sera giocavo nei campetti con persone più grandi di me, le quali mi hanno insegnato molto”.

Com’è cambiata secondo te la gavetta nel calcio di oggi?
“Si pensa molto a creare degli atleti, mentre quando giocavo io, la cosa più importante era creare prima di tutto la corazza interiore, quindi dovevi diventare uomo prima che un giocatore. Adesso l’importante è che tu abbia un fisico asciutto e snello, se poi diventi un disadattato nella società di domani, non ha importanza. In questo modo non si fa il bene del ragazzo, ma l’esatto contrario. Per fortuna noi al Renate cerchiamo proprio di coniugare i due aspetti: giusto far crescere un ragazzo sotto l’aspetto tecnico, ma dandogli i rudimenti per diventare un uomo”.

Tu calcisticamente parlando sei partito dai campi di periferia. Meda, Saronno, Seregno e nel 1986 al Pavia.
“Fu molto importante quell’anno nel club pavese perchè trovai un allenatore come Gianni Bui, che mi ha insegnato molto e gli devo ancora tanto sotto l’aspetto prettamente umano. Quando arrivai a Pavia c’era un po’ di confusione perché erano appena retrocessi, ma riuscimmo lo stesso a fare molto bene, salendo subito in C1 al primo colpo insieme all’Ospitaletto di Gigi Maifredi, che poi andò alla Juventus. Era un bel gruppo, con me c’era un giovanissimo Roberto Rambaudi e anche lui poi fece un’ottima carriera”.

L’anno successivo (1987/88) il passaggio al Torino. Come avvenne il contatto con i granata?
“C’era il mister (Bui, ndr) che conosceva molto bene Federico Bonetto (Direttore sportivo del Torino all’epoca) e gli parlò molto bene di me”.

Adesso che sei nostro ospite, però devi spiegarci perché la casacca del Torino ha questo fascino particolare.
“Non si può spiegare, io la prima volta che la indossai, sentii dentro una carica bestiale. Era quasi una missione giocare con quella maglia. Se di solito davi il cento per cento, in quel caso riuscivi a dare qualcosa in più. Feci subito bene, almeno singolarmente, mentre come squadra fummo molto sfortunati perché perdemmo la Coppa Italia contro la Sampdoria e la Juventus vinse lo spareggio per l’accesso in Coppa Uefa ai supplementari contro di noi”.

Quale ricordo hai di quella esperienza?
“Eh! Bella domanda. Non ho ancora dimenticato la prima volta che andammo a Superga (luogo dove si schiantò l’aereo contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, che sorge sulla collina torinese. Le vittime furono 31, tra cui tutta la squadra granata al completo. Da allora nacque la Leggenda del Grande Torino). C’era un clima e un silenzio irreale. Ti dico: la pelle d’oca. Sei lì e non sai davvero cosa dire (la voce si rompe un attimo dall’emozione)“.

Quell’anno al Toro facesti così bene che il Napoli ti prese subito.
“Aspetta, non corriamo. C’erano la Roma e il Verona che mi facevano la corte, specie i giallorossi che avrebbero fatto carte false per me, poi arrivò il mitico Luciano Moggi e mi portò con un blitz negli ultimi giorni di mercato al Napoli”.

E lì hai avuto la fortuna di vincere tanto, giocando vicino ad un certo Diego Armando..
“Maradona era qualcosa di impensabile. Se provavi a ingabbiarlo, lui sgattaiolava via, una persona di una umiltà unica. Spesso i media lo dipingevano come un irascibile, ma invece era un buono, con i suoi pregi e difetti, ma era il numero uno a tutto tondo”.

Se non c’era lui, forse il Napoli non avrebbe vinto quello che ha vinto.
“Be insomma, lui era il numero uno, ma anche il gruppo che gli girava intorno non era male. C’eravamo io Alemao, Francini, Nando (De Napoli, ndr), poi in avanti avevamo quell’ira di dio, Careca e lui, Diego”.

Un pregio che ricordi di Maradona?
“Un pregio? Guarda, i campioni di solito sono sempre molto altezzosi e permalosi, mentre lui non l’ho mai sentito rimproverare un compagno per aver perso il pallone. E’ una dote che gli riconosco ancora oggi”.

Cinque anni a Napoli.
“Fu un periodo bellissimo della mia carriera. Napoli va vissuta perché non si può spiegare realmente a parole cosa possono darti i napoletani. Andai via perché ormai la squadra perdeva i pezzi e non c’erano più le condizioni per rimanere, ma se fosse stato per me non sarei mai andato via”.

Nel 1993 passi al Parma e anche lì hai giocato con un giocatore immenso come Gianfranco Zola.
“Io e Gianfranco siamo andati insieme al Parma, entrambi ceduti dal Napoli. Quando uno come Zola ha davanti a sé il numero uno al mondo, non può che trarne vantaggio”.

Abbiamo parlato delle tue esperienze professionali, ma per chi non ti conosce possiamo dire che eri un vero maratoneta cento polmoni. Non ti fermavi mai. Ti ritrovi in questa descrizione?
“Sì dai (ride). Avevo un temperamento che mi portava a non arrendermi mai e quando questo avveniva, doveva accadere qualcosa di straordinario. Sono sempre stato un generoso sul terreno di gioco. Magari nella vita di tutti i giorni ero una persona diversa, ma sul campo mi trasformavo”.

Siamo quasi alla fine di questa nostra chiacchierata e la domanda nasce spontanea: chi ti senti di ringraziare?
“In primis la mia famiglia, perché mi ha insegnato valori importanti che ancora oggi cerco di trasmettere alle persone che mi sono vicine. Senza i loro sacrifici, a quest’ora non sarei il Massimo Crippa di cui abbiamo parlato finora. Il Dottor Bonetto, quello che mi portò al Torino perché poi divenne il mio procuratore per tutta la mia carriera da giocatore. Non dimentico Gianni Bui, l’allenatore del Pavia che mi ha lanciato nel calcio che conta. Indimenticabile anche Gigi Radice: persona unica”.

Un allenatore che ti è rimasto impresso?
“Eh, qui non ho bisogno nemmeno di pensarci: Ottavio Bianchi. Magari da lontano uno lo vedeva orso a livello caratteriale. Oddio lo era, ma dopo alcuni scontri tra me e lui, capii che i suoi rimproveri erano fatti per farmi crescere come persona e tutt’oggi lo ricordo con stima”.

Ed uno con cui proprio non legavi?
“Bah! Ranieri, con Claudio Ranieri. Non so, non riuscivamo a legare, ma erano incomprensioni caratteriali. Poi con il tempo si superano”.

Quando hai capito che era ora di attaccare le scarpette al chiodo?
“Quando tornai al Torino (1998). Per fortuna non ho mai avuto infortuni, ma quell’anno mi feci male al dito di un piede e dopo essermi operato non fui più quello di prima. Questo infortunio mi provocò poi dei dolori articolari e allora capii che le luci della ribalta andavano lasciate ad altri, io avevo ormai dato. Giocai ancora qualche anno con gli amici e poi mi ritirai”.

Ultima domanda: cosa non ti piace del calcio di oggi?
“Cosa non mi piace, cosa non mi piace. C’è poco attaccamento alla maglia, mentre prima era diverso. Oggi tutto è basato sul denaro e in principio posso anche comprenderlo, ma alla fine certi valori si perdono ed è un peccato”.

Testo di Daniele Mosconi – www.tuttolegapro.com