MASSIMO BONINI: AL CENTRO DEL SACRIFICIO

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«Mi piaceva giocare mediano perché non ero al centro dell’attenzione, bensì del gioco. Dovevo correre tanto e bene e a me veniva tutto semplice»


Al centro del gioco e ritorno, al limite dell’area a disboscare o nel pieno di un contrasto duro e leale. Un continuo allenarsi, giocare, farsi la doccia e tornare a casa; un continuo correre per gli altri e come unica meta la fine della partita, dopo avere recuperato centinaia di palloni. Sarà stato così anche per Massimo Bonini, mediano della Juventus di Trapattoni.
Massimo è nato a San Marino il 13 ottobre del 1959, abitava vicino a un campo da calcio e giocare era per lui la cosa più naturale di questo mondo, la sua prima squadra si chiamava Juvenes Serravalle (il destino in un nome), poi passa al Bellaria, Forlì, Cesena e a ventuno anni è alla Juventus.
Con i bianconeri di Trapattoni vince 3 scudetti, la Coppa Campioni, l’Intercontinentale, la Coppa delle Coppe, la Supercoppa Europea, la Coppa Italia e un Mundialito per Club. Terminerà la carriera nel Bologna e senza la Nazionale per essere un cittadino di San Marino, quindi straniero. Il calcio però ha continuato ad essere la sua vita, prima come Ct di San Marino (con cui ha anche giocato delle partite), poi come allenatore del Settore giovanile del Cesena, sempre lì lì nel mezzo finché ce n’hai stai lì…

Da grande farò il mediano, è successo così?
«No. Quando ero piccolo ho giocato in tutti i ruoli, ma non succede mai che uno dica: da grande farò… Quando si cresce poi si cerca di sfruttare al meglio le proprie caratteristiche e gli allenatori che ho avuto hanno fatto lo stesso. Fare il mediano significa aiutare la difesa e l’attacco, essere sempre al centro del gioco, essere un po’ difensore e un po’ attaccante. Sicuramente mi è servito giocare un po’ tutti i ruoli prima di specializzarmi».

A Bonini piaceva fare il mediano?
«Sì, mi piaceva perché non ero al centro dell’attenzione, bensì del gioco. Dovevo correre tanto e bene e a me veniva tutto semplice. Si trattava di saper vedere il gioco, far correre la palla, occupare gli spazi per recuperare palloni e rilanciare gli attaccanti. Ma, soprattutto, c’era da mettere a posto la squadra, richiamare i propri compagni quando si perdeva un po’ il filo».

Organizzare la squadra, richiamare i compagni senza i titoli a nove colonne dei giornali, lui che colonna lo è stato della Juventus di Trapattoni, Platini e Boniek. Un lavoro oscuro al servizio dei campioni più famosi, dei giocatori da copertina…
«È chiaro che quando si va a vedere una partita si nota subito la giocata spettacolare e i gol, ai ragazzini sono queste le cose che rimangono impresse. Però io non ho mai considerato il mio un lavoro oscuro, anzi. Non mi sono mai sentito diverso o inferiori agli altri. Una cosa è certa, sono sempre stato più altruista e più generoso, due doti fondamentali per un mediano».

Altruismo e generosità? Scusi, ma nel calcio di oggi sembrano vocaboli desueti.
«Aiutare un compagno che è in difficoltà per me è sempre stata ed è una cosa affascinante, come fare un passaggio smarcante o un gol. Il ruolo di mediano ha, aveva, un’importanza che non è stata compresa sino in fondo».

Quali caratteristiche, più di altre, contraddistinguevano il ruolo?
«L’intelligenza tattica, il senso della posizione, saper dare le giuste indicazioni ai compagni ed essere altruisti con loro, senza mai indugiare. In un gruppo collaborare è fondamentale, nel calcio come in ogni altro settore della vita, bello e fondamentale insieme perché il lavoro del gruppo sia vincente. I cicli delle grandi squadre nascono dal reciproco aiuto che i giocatori si danno gli uni con gli altri».

Un ripensamento, un attimo di distrazione o di vanità e la palla è persa, gli avversari si moltiplicano, la sconfitta è vicina. Nel calcio moderno si criticano spesso le squadre piene zeppe di mediani, dove la parola ha un’accezione negativa, di giocatore senza qualità, che sa solo rompere l’azione avversaria.
Curioso, appunto, che si torni a parlare di “mediani” quando in realtà il ruolo, com’era inteso venti anni fa, sia andato completamente perso o quasi. Non crede?
«L’errore più grosso, secondo me, lo commettono gli allenatori che sacrificano il talento in nome dell’equilibrio. Questo accade soprattutto nel calcio italiano. Ai Mondiali, il Brasile ha giocato con 3/4 attaccanti, in Italia uno e mezzo sono già troppi, poi tutti questi falsi dualismi: Rivera con Mazzola, Baggio con Del Piero, Del Piero con Totti. Noi siamo famosi per la nostra capacità tattica, eppure non riusciamo a far giocare insieme calciatori di talento».

Bonini giocava con Bettega, Platini, Rossi, Boniek, Tardelli, e un Cabrini terzino sinistro con la licenza d’attaccare.
«Appunto, tutti calciatori di grande talento che cooperavano, perché nessuno di loro faceva solo la fase offensiva. Quella Juventus era una squadra molto spregiudicata. Anche a me piaceva attaccare, andare in avanti per cercare la conclusione personale, non mi faceva certo impazzire dover stare dietro a coprire, ma in quell’undici c’era bisogno di uno come me perché i meccanismi funzionassero all’unisono e per non scoprirsi di fronte agli avversari».

Quindi si è sacrificato per gli altri?
«A Cesena come a Bologna segnavo sempre 5/6 gol all’anno, alla Juve non capitava, perché in quella squadra così sbilanciata in avanti io dovevo garantire l’equilibrio e il collegamento tra i reparti. Recuperare palloni, correre dietro gli avversari e rallentarne l’azione per permettere ai miei compagni di rientrare in tempo. Insieme a me Tardelli, che andò via dalla Juventus proprio per giocare più all’attacco, libero da certi dettami tattici che ne limitavano le scorribande offensive. Dopo aver vinto tanto con i bianconeri e il titolo mondiale con la Nazionale decise lo poteva fare».

Negli anni Ottanta i mediani erano spesso impegnati nella marcatura del 10 (del trequartista) avversario.
Quando la Juventus incontrava il Napoli si trattava di Maradona, quando la Roma era la volta di Falcao, quando l’Inter Beccalossi. Come si riusciva a conciliare un’arcigna marcatura a uomo con il ruolo di collante della squadra?
«I giocatori più facili da marcare erano quelli che portavano palla, come per esempio Beccalossi: bravissimo tecnicamente, ma con la palla al piede rallentava molto l’azione. In quel caso, il mio ruolo non cambiava molto, dovevo recuperare il pallone, interrompendo l’azione avversaria, facile visto che il fulcro del gioco era nei piedi del mio diretto avversario».

Il più difficile da marcare?
«Falcao. Bravissimo a occupare gli spazi e a muoversi senza palla, scompariva in campo e quando lo vedevi era già tardi. Se io andavo a raddoppiare per aiutare un mio compagno lui ne approfittava per proporsi in avanti. Un altro bravo era Dossena, che lotte nei derby. Maradona? Lo marcava Gentile».

Per molti anni Bonini è stato “i polmoni” di Platini. È stato bello o è rimasto qualche sassolino nella scarpa?
«La cosa importante in quelle situazioni è il rispetto e posso dire che ce n’era tanto. Platini, oltre a essere un gran giocatore, era una persona molto intelligente e semplice. Non si è mai dato arie e non mi ha mai messo in difficoltà. Quando il rispetto è reciproco, dentro e fuori del campo, non c’è campione, anzi c’è il campione umano e professionale e, forse, proprio questo fa la differenza».

Il gol più bello, tra i pochi segnati?
«Contro l’Inter, un gol di sinistro all’incrocio. Inter e Milan, un po’ la mia disperazione: Giuseppe Baresi una volta ha preso con le mani un mio tiro, rigore per noi e gol, Franco invece l’ha respinto sulla linea di porta».

Che cos’è il calcio per Bonini?
«Un sogno realizzato».

Qual è la cosa più bella di questo sport?
«L’allenamento durante la settimana, quando puoi lavorare e migliorarti. La partita? Un piccolo-grande esame, ma io non ci sono mai arrivato stressato o dopo non aver dormito. Sapevo di aver lavorato bene durante la settimana».

Furino il maestro?
«Un punto di riferimento imprescindibile».

L’erede di Bonini alla Juventus?
«Nessuno, il calcio è molto cambiato e giocare oggi è difficile, grande l’intensità e la velocità, insieme a un appiattimento dei ruoli e del gioco. Al centrocampista oggi viene il torcicollo a forza di vedere il pallone andare dalla difesa all’attacco e viceversa, si cerca profondità ma si gioca meno palla a terra, la perdita dei ruoli è il minimo che può accadere».

Testo di Francesco Caremani

LA SCHEDA:

Massimo Bonini (San Marino, 13 ottobre 1959)

Si forma nelle giovanili della Juvenes, una squadra del suo Paese; a 18 anni nella stagione 1977/78 passa al Bellaria; la stagione successiva viene prelevato dal Forlì che lo fa esordire in serie C. Viste le sue doti di cursore, viene notato dagli osservatori del Cesena che nel 1979 lo mette sotto contratto. Il 1980/81 guadagna la promozione in serie A. A fine stagione Trapattoni lo vuole nella Juventus come erede di Furino. Esordio in A nella stagione 81/82 (Juventus Cesena 6-1). Con i bianconeri vince tutto dal 1982 al 1988: 3 titoli di campione d’Italia (1981/82, 1983/84, 1985/86), 1 Coppa Italia (1982/83), 1 Coppa dei Campioni (1984/85), 1 Coppa delle Coppe (1983/84), 1 Supercoppa d’Europa (1984), 1 Coppa Intercontinentale (1985). Nell’ottobre del 1988, dopo 192 partite di campionato (e 296 partite ufficiali) con la maglia della Juventus, Bonini si trasferisce al Bologna, appena tornato in serie A. Con i rossoblù conquista la salvezza al termine della stagione e, in quella successiva, la qualificazione alla Coppa UEFA. In totale, a Bologna, dove chiude la carriera nel 1993, gioca 4 stagioni con 112 partite e 5 goal.