MASSIMO PILONI: IL DODICESIMO PER ECCELLENZA

zoff-e-piloni

«Boniperti, il presidente dei presidenti, dichiarò ai giornalisti: il portiere del nostro domani sarà Piloni. Invece, ingaggiò Zoff e la mia carriera finì dritta in un imbuto…»


Nel lungo salto tra quello che è stato e quello che è, si attraversa una formazione impressa nella memoria di tantissimi pescaresi. «Piloni, Motta, Mosti, Zucchini, Andreuzza, Galbiati…». Massimo Piloni la spara senza incertezze. C’è orgoglio nelle sue parole. «Sono tra i protagonisti della storia del Pescara», dice l’ex biancazzurro, ora preparatore dei portieri della Pro Vasto. Lui portiere lo è stato, anche se gli scribi del calcio lo ricordano soprattutto perché ha guardato le spalle a un imbronciato friulano destinato a diventare un mito, Dino Zoff.

Era grande e grosso, socievole, facile alla battuta. Uno da spogliatoio. E’ ancora così. Gli manca solo la barba. Se l’avesse, sarebbe bianca. Piloni, “la botte di ferro”, lambisce i sessant’anni e non se ne fa un problema.
«Nella mia vita qualcosa poteva andare meglio, ma mi ritengo un fortunato perché ho potuto fare quello che più desideravo: giocare al calcio. Sono stato parte di un mondo straordinario, sognato da milioni e milioni di ragazzi. A Pescara mi ricordano come il portiere della prima, entusiasmante promozione in serie A; in giro per l’Italia, soprattutto per essere stato il vice di Zoff».

piloniIl dodicesimo per eccellenza è stato tra gli ispiratori di uno spettacolo teatrale dal titolo “Perseverare humanun est”, interpretato dall’attore Matteo Belli.
«Non sono stato un secondo qualsiasi, ma il secondo di uno grandissimo come Dino e nella migliore delle società. La Juventus non mi aveva scelto a caso. Aveva piena fiducia. Se a Zoff fosse successo qualcosa, il sostituto avrebbe dovuto garantire un alto livello di rendimento. Su di me contavano a occhi chiusi».

Flash della stagione pescarese, la Juve è appena passata per l’Adriatico. Se Piloni chiude gli occhi, si rivede a maledire l’arbitro.
«Bettega segnò un gol irregolare perché c’era un bianconero, credo Fanna, sulla linea di porta. Un ostacolo per me. Il Pescara non meritò di perdere. Finì 1-2».

Quella partita, prigioniera tra le pieghe oramai impolverate del massimo campionato 1977-78, è una pagina che gira nella carriera di Piloni. La Juventus che poteva essere, il Pescara che stava per non essere più.
«Tre anni in biancazzurro, l’ultimo in serie A. Magnifici, malgrado l’epilogo amaro della retrocessione. Arrivai a Pescara grazie a Tom Rosati, che consideravo un padre. L’avevo avuto alla Casertata, giovanissimo, e stravedeva per me quanto io per lui. Soffrii per la sua morte. E ancora di più per quella di Matteo Santucci. Lo andai a trovare quando era malato. Fu un incontro lontano dai riflettori. Commovente. Terribile. Un male orrendo se l’è portato via. Gli voglio ancora molto bene. A lui e alla sua bellissima famiglia. Non era più un salernitano, ma un pescarese vero. Meritava di più da parte della città. Quando sentite dire che il segreto della promozione con Cadè fu l’unione nello spogliatoio, fate male a pensare a una banalità. Un gruppo molto affiatato, il nostro. In serie A, qualcosa si incrinò. Confesso che ebbi qualche problema con Angelo Orazi. Non mi piaceva che andasse in giro ad esaltare le sue gesta e a schernire i compagni per gli errori. Pescara è una grande città, ma anche una piccola città dove le parole rimbalzano facilmente e fanno danni».

Chiude di nuovo gli occhi e si ritrova fuori dal calcio. Riflettori spenti. Silenzio. Non ci può essere un raccolto se vengono seminate solo promesse sbiadite.
«Peso più di 100 chili, ma sono un buono. Evidentemente, non basta per restare a certi livelli. C’è qualcosa di cui non mi va di parlare, ma è giusto che ringrazi i Gaucci per avermi permesso di riprendere a lavorare nel calcio. Mi hanno dato quanto negato da molti: un’opportunità. Di quella famiglia conservo ottimi ricordi. Del mio lavoro sono soddisfatto: ho tirato su gente come Iezzo, Castellazzi, Mazzantini, Pagotto, Pantanelli e Storari, portieri da serie A. Chi è stato il più grande? Ogni epoca ha avuto i suoi giganti. Albertosi e Zoff, Zenga e Tacconi. Ora c’è Buffon. La vera domanda è questa: cosa avrebbe fatto un Albertosi in questo calcio che vuole il portiere fuori dall’area? Ai miei tempi, questo sport era più tecnico e meno globale. Adesso sentiamo giudicare i portieri per come gestiscono il pallone con i piedi, mentre trent’anni fa non uscivano dall’area piccola».

piloniPiloni si è trovato spesso davanti a inquietanti asperità. A volte è arrivato su, proprio in cima, ma senza riuscire a piantare la bandierina.
«Sono cresciuto nel vivaio della Juventus. Ero un predestinato. Heriberto Herrera mi fece fare quattro presenze in panchina quando ero un bambinone. Andare a riprendere i vecchi tabellini: c’era il sottoscritto, tra i pali della Juventus, nella finale d’andata di Coppa delle Coppe contro il Leeds. La partita quando era sullo 0-0 venne rinviata per un nubifragio. Giocammo il giorno dopo e al vecchio comunale facemmo 2-2. La finale di ritorno la saltai per la frattura dello scafoide della mano destra. Toccò a Roberto Tancredi. L’1-1 di Leeds diede la coppa ai nostri avversari. Boniperti, il presidente dei presidenti, dichiarò ai giornalisti: il portiere del nostro domani sarà Piloni. Invece, ingaggiò Zoff e la mia carriera finì dritta in un imbuto».

Sul prato dell’Aragona arriva la brezza dell’Adriatico. Una scia di profumi intensi e familiari. E’ nato ad Ancona, ha giocato a Pescara e Rimini, ora allena a Vasto.
«I pescaresi della mia generazione, ma spero anche anche molti delle generazioni successive, provano affetto per me. Disputai 107 partite su 108 in tre campionati. Ne saltai solo una, a Genoa, per infortunio. In porta andò Ventura, che si fece male. Così, la settimana successiva scesi in campo malgrado fossi convalescente. La gente apprezzò e cominciò a darmi fiducia. Prima, per molti, ero solo quello che aveva preso il posto di Cimpiel».

LA SCHEDA:

Massimo Piloni (Ancona, 21 agosto 1948)

massimo piloniCresciuto nelle giovanili della Juventus, venne inizialmente mandato a fare esperienza in serie C nella Casertana nel 1968. La società bianconera lo riprese l’anno successivo ma davanti a lui c’erano Roberto Anzolin e Roberto Tancredi e non mise piede in campo. Per l’esordio dovette attendere la stagione 1970-71 quando l’allora allenatore Armando Picchi lo fece esordire nell’incontro Juventus – Varese 2-2. Collezionò 7 partite segnalandosi come un giovane davvero promettente.
Nel Campionato 1971/72 contribuì allo scudetto bianconero disputando 5 gare in sostituzione di Pietro Carmignani. Poi arrivò l’era Zoff e per lui ci fu solo panchina senza discussioni. Tre anni come dodicesimo e due scudetti vinti senza collezionare alcuna presenza. Unica partita da titolare, un incontro di Coppa Italia il 6 febbraio 1974 contro il Cesena. Nel 1975 la decisione di voltare pagina e cambiare ambiente per ritrovare il clima agonistico. Andò al Pescara che grazie alle sue sicure prestazioni arrivò per la prima volta in Serie A. Con la retrocessione in Serie B della squadra abruzzese, Piloni cambiò ancora società, stavolta trasferendosi al Rimini confermandosi portiere esperto e affidabile. Terminò la carriera in serie C nella Fermana.