MATTHAUS Lothar: capitano coraggioso

“Il miglior avversario che abbia avuto in tutta la mia carriera, credo che basti questo per definirlo”
Diego Armando Maradona

Ancora oggi ricordato da moltissimi tifosi interisti come uno dei giocatori più forti e carismatici che abbiano mai indossato la maglia nerazzurra, Lothar Matthäus ha incarnato alla perfezione la figura del leader incontrastato, il valoroso capitano che ogni squadra vorrebbe avere tra le proprie fila: un atleta completo, dotato di qualità tecniche e tattiche di primissimo livello che, abbinate ad una impressionante potenza, lo hanno ben presto elevato al rango di campionissimo.

Nato ad Erding il 21 marzo del 1961, Matthäus muove i primi passi da calciatore proprio nella squadra giovanile della sua città natale, l’FC Herzogenaurach. Notato da numerosi osservatori, ottiene il primo contratto da professionista già nel 1979, anno in cui indossa la casacca del Borussia Mönchengladbach: Matthäus resterà con i bianconeri fino al 1984, totalizzando 162 presenze e 36 gol complessivi. Il debutto in nazionale arriva già nel 1980: la Germania Ovest lo fa esordire contro l’Olanda ed alla fine sarà la vincitrice del campionato Europeo, mentre al Mondiale ’82 Matthäus non riesce ad imporsi e gioca soltanto qualche scampolo di partita senza mai lasciare il segno (l’esordio ufficiale è contro il Cile).

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Matthaus con la maglia del Borussia Mönchengladbach

La definitiva consacrazione avviene col passaggio al Bayern Monaco, club nel quale Matthäus mostrerà all’Europa intera tutte le sue qualità e la sua immensa personalità in campo, e nel quale affinerà il suo eclettismo e la capacità di giocare a livelli eccellenti sia come centrocampista che come libero. Con i bavaresi, infatti, Lothar vincerà per tre volte la Bundesliga, imponendosi per maestosità e brillantezza fisica: il suo gioco è fatto di grande rapidità negli inserimenti offensivi, costante attenzione alla posizione in campo, massima precisione nei lanci ed una devastante forza in entrambi i piedi, che gli permetterà di segnare decine di reti su calcio da fermo e dalla lunga distanza.

Ma la gloria per il panzer si estende anche a livello internazionale: ai Mondiali del 1986 in Messico, Matthäus è costantemente tra i migliori nella Germania Ovest. Gioca come regista, e mostra una volta di più tutto il suo repertorio fatto di corsa, intensità visione di gioco ed esplosività muscolare. Agli annali del calcio passerà soprattutto la finalissima contro la temibile Argentina di Diego Armando Maradona: Lothar, in marcatura rigorosamente a uomo sul Pibe de Oro, riesce a limitarlo ed a renderlo praticamente inoffensivo. Purtroppo la sontuosa prestazione non basterà alla sua nazionale per vincere quel Mondiale: alla fine la spunteranno gli argentini (3-2), ma le superlative prestazioni di Matthäus riempiono gli occhi degli appassionati di football di tutto il mondo.

Memorabile il suo duello con Maradona nella finale dell’Azteca«Sì, c’è stato un duello molto corretto tra noi, credo di aver avuto il suo rispetto successivo perché riuscii a giocarmela con lui senza ricorrere a falli sistematici. Eppure, comunque, credo che quella volta sbagliammo ad avere troppo rispetto di Maradona: Beckenbauer mi disse di occuparmi solo di lui, cosicché io fui schierato in una posizione diversa, fuori ruolo. Lo stesso ct riconobbe che si trattò di un errore, anche perché io non potevo essere in due posti contemporaneamente e quindi detti un contributo scarso in attacco. Quando andammo sotto di due gol, io mi spostai un po’ in avanti e infatti riuscimmo a pareggiare la partita, poi però Diego indovinò uno splendido corridoio per Burruchaga e si portò a casa la Coppa».

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Il duello Maradona-Matthaus nella finale di Messico 86

Lasciato il Bayern nel 1988, per il centrocampista tedesco si aprono le porte del campionato italiano, grazie alla enorme passione che l’allora presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini nutriva per il calcio e per i calciatori teutonici (suoi gli acquisti di Rummenigge, Brehme e Klinsmann). Con la Beneamata Matthäus conferma di essere un vero asso del centrocampo, ma all’occorrenza anche un libero dotato di capacità difensive superiori: il vizio per il gol rimane, ed alla fine saranno ben 53 le reti totalizzate in maglia nerazzurra, a fronte di 153 presenza complessive.

Lothar sarà tra i maggiori artefici di quello scudetto dei record datato 1989 che ancora oggi costituisce il punteggio più alto mai realizzato in un campionato a 18 squadre con 2 punti a vittoria: eclettico come non mai, trascina i compagni alla vittoria con autorevolezza e disciplina, riuscendo persino a migliorare la sua abilità offensiva con l’aiuto di Giovanni Trapattoni, che ne modifica la posizione in campo per sfruttarne al massimo le capacità balistiche.

L’anno davvero magico è però quello successivo: arriva finalmente la vittoria della Germania ad Italia ’90, condita da 4 reti e la fascia di capitano in nazionale, per un Mondiale praticamente perfetto, nel quale Matthäus gioca senza soluzione di continuità a centrocampo come in difesa, dando l’impressione di essere ormai diventato un giocatore totale, micidiale e sempre a suo agio in qualsiasi zona dei due reparti, supportato da una condizione atletica ancora eccellente: il Pallone d’Oro sarà una naturale conseguenza di tanta meraviglia sportiva.

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Pallone d’oro nel 1990

Lasciata l’Inter nel 1992 per gravi incomprensioni con lo staff societario e dopo un bruttissimo infortunio al ginocchio, Matthäus ritorna al Bayern Monaco e vi resta sino al 2000, dimostrando di essere un giocatore tutt’altro che sul viale del tramonto: unico vero rammarico resta la finale di Champions League persa in piena zona Cesarini contro il Manchester United, una sconfitta che impedisce al campione tedesco di aggiungere alla sua personale bacheca di successi l’unico trofeo mancante. I

n Nazionale, saltati gli Europei del 1996 per lasciare spazio e possibilità di mettersi in mostra ai nuovi talenti teutonici, Matthäus torna nel 2000 con l’Europeo di Belgio e Olanda. La Germania in quel momento paga una pesante crisi generazionale, resa ancor più evidente da enormi problemi tattici per una squadra incapace di tornare ai fasti di un tempo: ne fa le spese proprio il campione tedesco, individuato come capro espiatorio del fallimento, complici le orrende prestazioni in quell’Europeo, rese ancor più tragiche da una condizione fisica ormai lontanissima dall’essere persino accettabile.

Il declino del Matthäus calciatore (c’è tempo per un’ultima, improbabile comparsata nella Major League Soccer con i Metrostars di New York), la altalenante carriera come allenatore avuta sin qui tra Austria, nazionale ungherese, Brasile e Serbia, e le pessime vicende sentimentali che lo hanno coinvolto (ben quattro matrimoni falliti) non cancellano in alcun modo la figura trionfale che lo stesso aveva saputo crearsi in 20 anni fatti di vittorie, sublimi prestazioni ed una invidiabile collezione di trofei. Lothar Matthäus resta la sintesi del calciatore moderno, capace di esprimere una duttilità ai più sconosciuta abbinandola ad una qualità che solo i grandi campioni possono avere: un simbolo ancora attualissimo del modo europeo di fare calcio, connubio ideale tra forma e sostanza, tecnica e tattica, pragmatismo ed atleticità esplosiva.