MERONI Luigi: l’anticonformista

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Un destino davanti

Da­vanti al bar Zambon in corso Re Umberto c’è un cippo sempre carico di fiori. E tra i gladioli spunta la foto di Gigi Meroni. Ricorda la signora Resy Zambon: «Non potrò mai dimenticare quella terribile frenata, quella drammatica notte. Il giorno dopo l’incidente molta gente ancora urlava e piangeva. Quando vado a portargli fiori piango anch’io. Vengono tante signore a lasciar­gli garofani rossi sul cippo che è davanti al nostro bar».
La signora Zambon è stata l’ul­tima a vedere Meroni da vivo. Abitava lì davanti, al civico 53. Dopo la partita con la Sampdoria avevano cenato tutti assieme, nella sede di corso Vittorio Emanuele, poi l’allenatore Edmon­do Fabbri li aveva lasciati in li­bertà. Meroni si era accorto di non avere le chiavi di casa. Te­lefonò a Cristiana perché scen­desse ad aprirgli il portone. Con lui c’era il terzino Poletti. Era buio, una macchina li investì en­trambi. Poletti se la cavò con una gamba ingessata. Un’altra travolse Meroni che era stato scaraventato a terra.
E il povero Meroni morì sul colpo.

Inizi difficili

Luigi “Gigi” Meroni nasce a Como il 24 febbraio del 1943 e proprio a Como inizia la sua carriera calcistica nel campetto dell’oratorio di San Bartolomeo dove gioca la squadra Libertas.
Cresce nel vivaio del Calcio Como insieme all’amato fratello Celestino, ma la sua carriera nella formazione lariana è breve e a soli 19 anni viene traferito al Genoa. A portare Meroni alla corte rossoblù era stato un dirigente talent scout», Aldo Dapelo, grande amico di Gianni Brera. L’aveva acquistato dal Como per 40 milioni e gli era stato suggerito dal dottor Giulio Cappelli, che allora guidava i lariani. Pochi mesi prima Meroni era stato boc­ciato da Manlio Scopigno per il Vicenza. L’aveva segnalato a Ro­berto Lerici, un suo amico geno­vese Amilcare Palotti, scoprito­re di talenti. Poi «frate Roberto» era stato licenziato e il suo sosti­tuto, che era poi il suo allievo, dopo aver dato un’occhiata a Me­roni disse che non valeva la pena di acquistarlo. Troppo abatino per giocare al calcio. Nel primo anno genoano Meroni non eb­be molta fortuna. L’allenatore Renato Gei, gli pre­feriva quasi sempre il più esperto Bean se non addirittura il brasiliano Germano.

Poi il Ge­noa era stato affidato a Beniami­no Santos, ex del Torino. Il tecni­co argentino aveva subito capito l’immenso talento di Meroni e l’aveva lanciato in orbita. E qui il destino mosse il suo primo passo, perchè anche il povero Santos morì per Meroni. Era andato a passare le vacanze in Spagna, gli avevano assicurato che Meroni non sarebbe stato venduto. Inve­ce l’ultimo giorno del «Gallia», il presidente Giacomo Berrino non seppe resistere all’offerta di Pianelli, circa 300 milioni, e Me­roni passò al Torino. A Genova, in piazza De Ferrari ci fu la ri­volta dei tifosi, perché Gigino era il loro beniamino. Appena lo seppe, Santos decise di interrom­pere le vacanze. Salì in macchi­na per raggiungere Genova e da­re le dimissioni. Ma era troppo nervoso per guidare. La sua au­tomobile andò a schiantarsi con­tro un albero. Sua moglie e le figlie se la cavarono con qual­che ferita, per lui non ci fu nulla da fare.

L’intuizione di Orfeo

Per quei 300 milioni, che allora fecero scandalo, Orfeo Pianelli venne descritto come il «Bonaventura» del calcio italiano, sembrava pronto a distribuire milioni a tutti, come il personaggio di Sergio Tofano. Nessuno capì che invece l’amministratore delegato della «Pianelli & Traversa» era il primo presidente che ragiona­va da manager. Per la precisione i milioni non furono 300 bensì 275 e nel conguaglio c’era pure un giocatore, lo spagnolo Peirò. Giglio Panza ha rivelato nel suo volume «Il Torino e la sua leggenda»:

«Meroni faceva gola a tanti, Juventus compresa. Quan­do Gianni Agnelli seppe che Me­roni era passato al Torino, telefo­nò a Giordanetti manifestandogli il suo corruccio. All’avvocato Giordanetti – vicepresidente bravissimo, juventino innamora­to, uomo prudente e corretto – ricordò garbatamente che in quel periodo i cordoni della borsa bianconera non consentivano in­vestimenti massicci. E così Gian­ni Agnelli, per godersi Meroni, dovette assistere alle partite del Torino più di quanto fosse nelle sue intenzioni».

Le tentazioni di Agnelli

Poi Agnelli tornò alla carica e Pianelli stava per cedere, anche se appena si sparse la voce delle trattative gli ultras tappezzarono i cancelli della sede e della sua azienda di Rivoli, accusandolo di aver tradito il Torino. Ma Pianelli nel suo libro «Il mio To­rino» che ha scritto in collabo­razione con Bruno Perucca, ha precisato:
«La richiesta dell’avvocato Agnelli, per Gigi Meroni, era stata fatta con uno spirito che nessuno aveva capito in quel momento. Ricordo che l’avvocato mi disse: “Io avrei piacere che tutte e due le squadre cittadine fossero ad un alto livello, che il football a Torino arrivasse di nuovo a dominare e ad offrire spettacolo ogni domenica”. Eravamo in piena fase di “recupero” in quanto la situazione economica del sodalizio, le difficoltà finanziarie erano all’ordine del giorno. Avevamo parlato della cessione del povero Meroni su una base vantaggiosa, sfido chiun­que a giudicare: 500 milioni subito e 50 milioni l’anno per 5 anni, totale 750 milioni anche se una parte dilazionata nel tempo. Se era importante per loro avere un giocatore che piaceva in modo particolare, co­me piaceva a noi del resto, per certe caratteristiche, per la fan­tasia e il dribbling, per noi l’af­fare era importante. La cifra era grossa, reinvestendola anche so­lo in parte si potevano combina­re buoni affari. Inoltre l’avvoca­to Agnelli mi aveva detto: “Se avete qualche giocatore che vi piace, noi siamo disposti a dar­vi una mano a livello di trattati­ve affinché possiate assicurarce­lo”. Notare che io non avevo, non ho mai chiesto nulla a nessuno. Capisco che il sacrificio era gros­so, ma la cifra che ne avremmo ricavato ci avrebbe consentito di impostare un programma che già avevamo in mente».

Anticonformista

Ma l’affare andò a monte perché Pianelli chiese tempo per pen­sarci e mentre il presidente del Torino stava meditando, la Ju­ventus si tirò indietro. Agnelli era spaventato perché anche il suo giornale, «La Stampa», l’a­veva attaccato in prima pagina. Non volle dare l’impressione di essere lo squalo che inghiotte il pesce piccolo. Lasciò Meroni a Pianelli e nel Torino, Meroni ri­trovò poi quell’Edmondo Fabbri che in Nazionale gli aveva detto chiaro e tondo che per meritarsi la maglia azzurra doveva tagliar­si i capelli e vestire «bene». Ma Meroni era un anticonformi­sta nato. Viveva in una mansar­da con Cristiana, moglie divor­ziata di un regista allievo di Fellini. Sul comodino aveva un te­schio, che avrebbe dovuto por­targli fortuna, era un personag­gio.
E Vladimiro Caminiti scrive­va di lui: «Noi non siamo per i capelloni, ma ne conosciamo uno e si tratta di un gran bravo ra­gazzo uguale a tantissimi della sua età. In più ha i capelli e i ghiribizzi. Si disegna i vestiti e poi li porta al sarto personal­mente seguendone la confezione. Dipinge ma non sa dire fino a che punto è artista… Si chiama Meroni, gli amici lo chiamano Gigi… Dice di ammirare soltan­to Sivori fra tutti i campioni del calcio, senza volerlo imitare. An­che questa predilezione si capi­sce…».

Pianelli secondo padre

Era il beniamino dei tifosi e del presidente. A Pianelli non piac­ciono i ragazzi con i capelli lun­ghi, la barba e i vestiti strava­ganti (in seguito non ha potuto sopportare i giocatori che cer­cavano di scimmiottare Meroni) ma a Gigino permetteva tutto. E quando Meroni che pure era così geloso della sua privacy gli disse: «Presidente, se lei mi di­ce di recidermi la chioma e di radermi la faccia, io farò senza aspettare un minuto» Pianelli si commosse e non gli impose il sacrifìcio. Poi la tragedia.

E Pianelli ricor­da con sincera commozione: «Eravamo in sede quando ci telefo­narono dal Mauriziano. Le prime notizie, come sempre, davano adito a speranze. Corremmo all’o­spedale con Fabbri, il massaggia­tore Colla, altri dirigenti. Re­stammo muti, impietriti di fron­te ai volti aggrottati dei medici. Non c’era più nulla da fare. Fuo­ri, una folla di tifosi in silenzio. Molti piangevano, come noi del resto. Pensai per un attimo che erano gli stessi che avevano pro­testato contro le intenzioni di ce­derlo. Pensai persino che se fos­se passato alla Juventus sarebbe stato in trasferta, non avrebbe attraversato quel corso, sarebbe ancora vivo».

Ma ragionando si convinse che ognuno di noi, quando nasce, ha il destino segnato. Il destino di Meroni prevedeva quel terribile urto contro un’automobile gui­data da un suo tifoso diciannovenne che si chiamava Attilio Romero: diventerà presidente del Torino. C’è chi non crede ancora al destino?

« Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni »
Gianni Brera

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