Mondiali 1978 – Uno squillo argentino: Rossi

Le ore e i giorni all’Hindu Club prima della grande battaglia con i «galletti» francesi. Le solite cose, i soliti nomi, le solite voci: di nuovo, una discreta tranquillità e poche, pochissime polemiche. La più importante, quella che Graziani rifiuta da quando è nata la stella di «Paolino cinque miliardi»

BUENOS AIRES. Dopo un volo che aveva tutta l’aria di non finire mai, piombo in Buenos Aires giusto in tempo per farmi «identificare» dalle graziose, ma impacciatissime hostess del centro stampa del «Mundial» argentino e per precipitarmi alla «Bombonera». Che sarebbe poi lo stadio dei Boca Juniors, uno dei più famosi del mondo: decrepito, cadente, con certe sgangherate tribune in legno da camminarci in punta di piedi per il timore di precipitare da basso. Pace. Stanno per giocare il «Seleccionado italiano» e il Deportivo: è l’ultimo ritocco al viso improvvisamente coperto di rughe della squadra che Enzo Bearzot ha curato con tanto amore per presentarla alla sfilata delle «belle di Buenos Aires» e che rischia di fare la figura di una sgangherata vecchietta un po’ sorda e con i seni cadenti ad un concorso per Miss Mondo 1978. Esplosione dì furioso entusiasmo da parte dei 50.000 presenti, gente che, o è nata qui, o è arrivata Cent’anni fa, e al solo nominare l’Italia si sente mancare il cuore. Mi agito, a disagio, sulla mia scricchiolante poltrona: questi, quando vedono giocare l’Italia, si infuriano e spaccano la «Bombonera»… So, infatti, delle angustie che solcano di rughe profonde il volto scavato e magro di Bearzot dopo il disastro contro la Jugoslavia; so di certi propositi, segreti ma non troppo, di operare speranzosi ritocchi nei punti chiave della squadra per ridarle il rosa incarnato della giovinezza. Il C.T. non ha ancora scoperto le sue carte, forse lo farà contro il Deportivo, in questa che è la giornata più importante della lunga, sofferta vigilia al Mondiale 1978, ‘ultima spiaggia prima di tuffarsi in mare aperto.

Fanfare, cori alpini, alzar di bandiere, lacrime di commozione, poi finalmente il via. L’Italia cigola sinistramente in ogni giuntura, non fosse per il «grigio» (al secolo (Roberto Bettega) ci sarebbe da abbandonare lo stadio per andare a nascondersi per la vergogna. Il Deportivo (una squadretta di serie B) guizza come un serpe svegliato dal primo sole della primavera. Come Dio vuole, si tocca la pausa salvando lo zero a zero. Ma gli italiani di Baires hanno perduto il sorriso, ammainato le bandiere, fatto il viso dell’arme. Fra un istante, se si continua cosi, questi fischiano come gli spettatori dell’Olimpico di Roma quando la Jugoslavia fece squillare il primo, argentino, campanello d’allarme alle orecchie di Bearzot.

Ripresa. Entrano Zaccarelli, Cabrini e Paolo Rossi ai posto di Tardelli, Maldera e Graziani. Il momento è solenne. Sono esattamente le 17,23 (ore locale) dì un luminoso pomeriggio di questo mite autunno argentino, mi gioco la reputazione se non sto assistendo alla nascita dell’Italia che debutterà fra poco contro i «galletti» di monsieur Platini in quei di Mar dei Plata. Se n’è accorto anche il povero Aldo Maldera il quale, un’ora più tardi nello spogliatoio, dopo avere rilasciato diplomatiche dichiarazioni a un nugolo di giornalisti, mi tira da un canto e sussurra, con ila disperazione nella voce: «Visto? Qui stanno facendomi fuori. Io non ho santi in Paradiso, qualcun altro sì. Comincio a capire cosa succederà: sento parlare di avversario alto o basso; se sarà basso giocherò io, se sarà alto giocherà Cabrini, come se io, in tanti anni di carriera, avessi sempre e soltanto giocato contro dei nani. La verità è un’altra: si sta cercando un pretesto per farmi fuori ed io penso che per me non ci sia più niente da fare. E mi rodo il fegato, altro che star calmo per amor di bandiera…».

Più in là, c’è un altro giovanotto il quale, invece, è ai sette cieli. Paolino Rossi, questo Zio Paperone del calcio italiano, ne sa una più del diavolo. Sopporta l’assalto di plotoni di giornalisti, di tele e radiocronisti, con la consumata abilità di uno smaliziato veterano. Sorride; dice: «Per carità, io di giocare non ci penso nemmeno, è già un onore perfino troppo grande essere qui in Argentina» e riesce a convincere tutti. Ma io lo conosco da un pezzo e quando finalmente riesco a scambiare due chiacchiere a quattr’occhi, mi sento dire, senza la minima sorpresa, esattamente questo: «Sì, penso proprio di avercela fatta, mi sa tanto che contro la Francia gioco io. Esplicitamente non me l’hanno ancora detto: ma ci sono tanti modi di far capire una cosa. E io l’ho capita». Gli chiedo, rapidamente perché nessuno segua il nostro dialogo: e tu sei emozionato? Pensi di star calmo a debuttare In un mondiale? E Paolino, sorridendo: «Calmo io? Ci mancherebbe che mi emozionassi! Io se gioco, come credo, mi sentirò esattamente come fossi a Vicenza. Tanto lo sapevo che, prima o poi, quella maglia azzurra sarebbe diventata la mia». Questo si chiama essere uomini, perdiana!

STO PER USCIRE da quel bailamme quando Azeglio Vicini mi prende per un braccio e fa, tutto serioso in viso: «Senti un po’, mi sono stufato con quella storia di Houseman che io, ai mondiali del 1974, avrei indicato a Ferruccio Valcareggi come un centrocampista arretrato, tanto che lui lo fece marcare da Capello, lo andai ad osservare l’Argentina e scrissi chiaro e tondo che loro giocavano con ben quattro punte, la più avanzata delle quali era per proprio Housemann. Se poi Valcareggi ho preso quel po’ po’ di granchio, sono affari suoi. E voglio dire anche che negli Stati Uniti non è vero che io avessi riferito a Bernardini e a Bearzot che il Brasile era fortissimo in difesa e nullo all’attacco, lo riferii esattamente il contrario. Anche qui, come per la faccenda Houseman, c’è tanto di nero su bianco, sono stufo di passare per un fessacchiotto per colpa degli altri! Ma ti prego di non scriverlo, sai come sono permalosi quelli della Federazione». Benissimo. Vicini, romagnolo sveglio e furbo quanto basta, annusa il vento per capire da quale parte stia per tirare. Aspira, è chiaro, alla carriera del «vice» ormai codificata in materia di Nazionale: Valcareggi; vice di Fabbri che diventa GT per lasciare il posto al suo vice Bearzot. Vicini non teme la concorrenza del buon Memo Trevisan («Mi son alpìn, me piase el vin») quello se lo mangia come un biscottino fragrante: e se Bearzot dovesse andar male, lui sarebbe pronto a balzare in sella. Non si sa mai.

Poi vado all’Hindu Country Club di Don Torquato ( chi sarà questo Don Torquato non me l’hanno spiegato ancora) e vedo il dorato ritiro degli azzurri. Impera Peronace, grassottelle, allegro, sempre pronto a dare notiziole ai giornalisti, a rifornirli di bandierine azzurre, di portachiavi, di foto di gruppo della Nazionale. Insomma, un uomo prezioso. Per esempio: il giorno dopo la partita con il Deportivo, Bearzot non aveva nessunissima voglia di sottoporsi all’assalto dei giornalisti, che lo avrebbero tempestato di domande a proposito della probabile defenestrazione di Tardelli, Maldera e Graziani. E allora, arriva tutto sudato Peronace e dice: «Amici carissimi, che disgrazia! A Bearzot, questa notte, è venuto il mal di gola, ha qualche linea di febbre, non riesce assolutamente a parlare. Scusatelo tanto, ma il medico gli ha proibito di abbandonare il letto. Dovreste vederlo com’è abbattuto! Parlerà domani, dopodomani, non so. Ma sono qui io per dirvi tutto», Cioè niente è ovvio. Intanto «Ciccio» Graziani, caricato a molla come un vecchio grammofono della nonna, sta ripetendo a tutti quelli che incontra che per lui conta soltanto il bene della Nazionale, che se dovrà fare panchina per lasciare il posto a Paolo Rossi, non batterà ciglio; che una squadra deve mandare in campo gli uomini più in forma; che non vuol dir niente essere stati titolari per tante partita se al momento di iniziare il Mondiale si avverte la necessità di un ritocco.

E PARLA E PARLA a favore di Paolino suo, quasi ne fosse il premuroso press-agent. Confermando in me la sensazione che sarà proprio Rossi a giocare contro i francesi, come lui stesso sostiene (in privato). Altrimenti questo Graziani sarebbe un attore del calibro di Vittorio Gassman. Poi c’è Bellugi ai quale tutti i cronisti torinesi chiedono cosa pensa di Morini, lo stopper della Juve. E Mauro, calmissimo: «Io sono qui, lui è in Italia. Vuol dire che hanno pensato che io sono il più forte. E io credo che abbiano avuto ragione». Bellugi non ha frequentato nessuno scuola di diplomazia, dice pane al pane e vino al vino. E vuol sapere da me se il Bologna riuscirà a rinforzarsi e dice che se non lo facesse sarebbe un bel guaio. E aggiunge: «Sta per arrivare il presidente Conti, appena lo vedo glielo ripeto, perché io sono ben felice di essere rimasto nel Bologna. Ma vorrei un Bologna più forte, mica si può continuare ad andare avanti così». Se Bellugi ha tempo per pensare al Bologna anche a Buenos Aires, Bearzot è in una botte di ferro. Quello, contro i francesi, farà fuoco e fiamme, perché quando Mauro sta bene, ed è tranquillo, non c’è avversario che possa metterlo in imbarazzo. Anzi, più forti sono e più lui si diverte a cancellarli dal campo. Casomai, Bellugi gradisce l’impegno contro avversari che considera… immeritevoli delle proprie attenzioni.

Ma qui a Baires, rischi del genere il bolognese non ne corre proprio… Intanto, mentre i medici, il dottor Fino Fini e il professor Vecchiet, si affannano a dire a tutti che il clima di Baires è l’ideale per rimettere in sesto giocatori spompati da una lunga, astiosa stagione agonistica, il massaggiatore di lungo corso Selvi brontola, rabbuiato: «Per me, se qui non buscano tutti un tremendo mal di gola, è un miracolo. Un momento fa caldo, un attimo dopo fa un freddo pungente, lo raccomando ai giocatori di stare sempre molto coperti, ma quelli, appena vedono il sole, si metterebbero a torso nudo se non gli facessi gli urlacci. Mi sa che se ne metterà a letto qualcuno, se si continua di questo passo». Dal che si vede che, come al solito, i pareri nel clan azzurro sono mirabilmente concordi.

Infine c’è Giacintone Facchetti, addetto alle cerimonie ufficiali: se c’è da fare un alzabandiera, da prendere parte a un banchetto, da visitare un Club Italia, spediscono lui, il gigante buono, quasi fosse una specie di ambasciatore dell’Italia calcistica. Glielo dico e Giacinto, col suo mite sorriso, mi risponde: «Cosa vuoi, sono qui a fare il turista, bisogna pure che mi aiutino a far passare il tempo. Malinconia? Rimpianti? No, io sono tranquillo. Voglio fare l’allenatore, sto imparando molte cose anche qui, sarà una esperienza utile. Dici che, dopo aver visto Scirea, avrei potuto giocare ancora io? Non so, non voglio rispondere, sono decisioni che hanno preso altri. Io, in fondo, sono felice di essere in Argentina». Se Edmondo De Amicis dovesse ancora scrivere «Cuore», al posto di Garrone metterebbe sicuramente Facchetti fermi restando tutti gli altri: da Franti a Enrico; dal «muratorino» alla maestra dalla penna rossa.

CONCLUSIONE a poche ore (ormai) dal debutto contro la Francia che dirà una parola forse definitiva sul prossimo futuro dell’Italia in questo Mondiale sud-americano: l’ambiente è passabilmente tranquillo, i giornalisti (una sterminata legione) infuriano come sempre, ma gli azzurri hanno imparato la lezione e difficilmente abboccano; se ci sono malumori (e io penso che ce ne debbano essere, vero Maldera e Graziani, per tacer di un Tardelli mai visto così teso e ingrugnato?), restano nei bassifondi, poco o niente sale in superficie. Peronace, con quelle mani grassotte e sudaticce, con quel viso sempre atteggiato a serenità, con le sue mossette aggraziate, sembra un tranquillo padre priore che debba vegliare su una placida comunità di frati cercatori. I frati di Bearzot e Peronace cercano il passaggio al secondo turno della Coppa del Mondo. I francesi, i magiari e gli argentini sono sempre stati devoti cristiani. Comunque, vedremo. E vi terremo debitamente informati.

        Alfeo Biagi, giugno 1978