1990 – Mancini: “Vicini? Un cieco in panchina”

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Roberto Mancini e l’occasione perduta dei Mondiali 1990. Durante le «notti magiche» gli venne preferito Baggio: «Perché giocavo nella Sampdoria e non in una società politicamente più forte. E Vicini, si sa, non è mai stato un cuor di leone»


Se arrivasse in Italia il famoso marziano che sa tutto di pallone e venisse a sapere che Roberto Mancini, vent’anni di serie A, due scudetti storici (Sampdoria e Lazio), undici (!) Coppe nazionali e europee, simbolo acclarato del talento calcistico puro, non ha MAI disputato una sola partita di un solo Mondiale, ci toglierebbe probabilmente la tessera di abitanti della galassia. Eppure è andata proprio così. Quattro Mondiali «sfiorati»: un record.

«E nell’unico in cui venni convocato, cioè in quello del ’90 – ringhia Roberto con un rancore ancora solido, immutato e per nulla addolcito dal tempo – Azeglio Vicini non mi fece giocare neanche dieci minuti! Nemmeno la finale per il terzo posto! D’ altra parte quello non fu certo l’unico errore che commise!».

L’inizio – come dire – è promettente (e il buon Azeglio sarà meglio, se ne ha voglia, che prepari una replica per questa e per altre pepate affermazioni del suo ex pupillo). Ma anche le premesse sull’argomento sono gustose. Per chi non lo ricordasse, Roberto Mancini è stato uno dei rarissimi casi di «bambino prodigio» che ha mantenuto tutte, ma proprio tutte, le promesse dell’adolescenza. A sedici anni giocava già da titolare in serie A (nel Bologna), a diciassette venne scelto da Paolo Mantovani come prima pietra della Sampdoria dei miracoli.
«Nell’82 Bearzot mi fece addirittura balenare la speranza di poter disputare il Mondiale di Spagna: mi inserì nella lista dei quaranta, poi, alla fine, preferì Selvaggi».

Però fu poi proprio Bearzot a farlo esordire, non appena ventenne, nella nazionale ormai campione del mondo: anche se, più che un trampolino di lancio, quello diventò l’inizio di un clamoroso esilio.
«Venni convocato per una tournée in America: si stavano gettando le basi del Mondiali dell’86. C’erano ancora Gentile, Tardelli, Scirea, Collovati, Altobelli, insomma buona parte del nucleo storico, più alcuni giovani da inserire (Bagni, Battistini, Fanna, lo stesso Baresi…) Giocai un tempo a Toronto, contro la nazionale canadese; dopo quattro giorni, stesso copione a New York al Giants Stadium contro gli Usa. Feci il mio dovere: almeno in campo».

In che senso «almeno in campo»?
«Una sera uscii dall’albergo assieme ad altri compagni: New York era bella, piena di luci, un paradiso per i miei vent’anni non ancora compiuti. Non feci nulla di male: tornai solo un po’ più tardi del previsto. Bearzot mi aspettava al varco: me ne disse di tutti i colori. Io forse ebbi il torto di non chiedere scusa, né quella notte, né una volta rientrati in Italia. Me la giurò: e non mi convocò mai più! E così saltò il secondo possibile Mondiale: quello dell’86».

Meno male, Mancini, che in azzurro arrivò il suo «nemico» Vicini…
«Ero il capitano della sua Under 21: c’ erano Zenga, Vialli, Ferri, Giannini, De Napoli, Donadoni, la futura nazionale. Perdemmo il titolo europeo ai rigori: ma ci volle tutti con sé al suo debutto sulla panchina maggiore».

Arrivò quindi l’Europeo dell’88 (nel quale, per la verità, Vicini fece non poco per imporre e difendere la scelta di Mancini), ma finalmente – soprattutto – Italia ’90: la prima, vera, attesa occasione di scendere in campo in un Mondiale. Ma non fu così.

«Fui inserito nei ventidue, ma non sapevo se sarei partito titolare: tanto più che per l’attacco erano state fatte anche alcune convocazioni impreviste (Carnevale, Schillaci, Baggio). Però proprio Vicini – alla vigilia – mi aprì il cuore: ‘La sorpresa del Mondiale – dichiarò – sarà Roberto Mancini’ . Fu davvero di parola: di sette partite, non ne giocai neanche una. Neanche mezza!».

E pensare che, sulla sua strada, non era ancora apparso – se non come timida alternativa – l’allora giovanissimo Roberto Baggio, la sua futura dannazione.
«So benissimo perché Baggio giocò e io no: ma so anche che avremmo potuto tranquillamente giocare assieme essendo le nostre caratteristiche fondamentalmente diverse. Peccato che nessuno lo abbia mai capito: né in quell’occasione, né più tardi».

Erano, lo ricorderete, le celebri «notti magiche» del calcio italiano. Il vento, per gli azzurri, sembrava spirare in una direzione sola: quella della vittoria. Ma mentre Schillaci trasformava in gol come Re Mida tutto quello che gli passava tra i piedi, mentre Vialli vedeva trasformare in calvario quello che doveva essere il «suo» Mondiale, Roberto Mancini schiumava di rabbia nelle retrovie.
«Settanta giorni di ritiro per fare lo spettatore. Pazzesco! Vicini si comportò malissimo con me: non ebbe neppure il coraggio di darmi una spiegazione».

E lei provò a darsene qualcuna?
«Probabilmente il mio torto, come il torto di Vialli o il torto di Vierchowod era solo quello di giocare nella Sampdoria e non in una società politicamente più forte. E Vicini, si sa, non è mai stato un cuor di leone. In quel Mondiale, purtroppo, non fu neanche un tecnico accorto: nella partita che ci costò la finale, quella contro l’Argentina, sarebbe bastato mettere Vierchowod su Maradona. Lo avrebbe annullato e tutto sarebbe cambiato. Lo avrebbe visto anche un cieco: ma, purtoppo, non Vicini».

Certo che il tempo non ha davvero stemperato quel rancore: forse Vicini fu chiamato a fare delle scelte, ora – da allenatore, da collega – lo potrebbe capire…
«Neanche per idea: anzi, adesso lo capisco ancora meno. Un regalo, però, ce lo fece. Ci fece talmente imbestialire, ferì così tanto il nostro orgoglio che noi della Samp vincemmo alla grande il successivo scudetto».

Delusione dimenticata dunque.
«Assolutamente no. Anche perché, tanto per cambiare… non giocai neppure il Mondiale successivo. Sacchi mi tenne con sé fino al marzo del ’94: ma due mesi dopo partì per l’America senza di me. E allora sa cosa le dico? Che a questo punto solo una cosa potrebbe farmi dimenticare le delusioni che il Mondiale mi ha dato. Vincerlo! Vincerlo come allenatore. Non ho fretta».

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