1990 – Schillaci: “Toccavo la palla… ed era gol”

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«Era fatta, stavamo vincendo, giocavamo in casa e l’Argentina non era affatto pericolosa. E in finale, da nazione ospitante, non avremmo mai potuto perdere. E invece quella fesseria a venti minuti dalla fine ha fatto svanire tutto»


Palermo. Totò è seduto su una panchina del “Louis Ribolla”. Occhiali da sole, jeans sdruciti che vanno tanto di moda, un pallido sole. «Di che parliamo?».
Ma come di che parliamo?
Di mondiali, ovviamente. In fin dei conti le notti magiche non sono poi così lontane, ma Schillaci non sembra troppo entusiasta di ricordarle: «Che vuoi che dica, sarà la milionesima intervista su quell’estate del ’90. Comunque, dai, attacca con le domande».
Non è che sia scontroso Totò, ma gira e rigira, alla fine, i giornalisti lo cercano solo per quello. Del resto lui resterà alla storia come l’attaccante che in un anno passò dai palcoscenici della serie B alla Juventus e alla nazionale, passando per i trionfi in Coppa Uefa e Coppa Italia. Il bomber tascabile che doveva essere la mascotte dell’Italia di Vicini e invece diventò l’eroe che fece sognare cinquanta milioni e passa di tifosi.
Schillaci è uno dei pochissimi siciliani ad aver giocato un mondiale di calcio. Tra questi è sicuramente quello che ha avuto più successo. Capocannoniere di Italia ’90, portato in trionfo come un re qualche settimana dopo i campionati quando nel suo quartiere, davanti a migliaia di amici in delirio, riuscì soltanto a dire «io sono nato qui», prima di scoppiare in lacrime per l’emozione.

Te lo ricordi quel giorno, Totò? «Me lo ricordo, certo. Come si possono dimenticare sensazioni come quelle? Arrivai a bordo di una Jaguar bianca tra due ali di folla. Mi venne incontro il sindaco Orlando. Lui, quel giorno, faceva il compleanno e tutto il Cep intonò “Tanti auguri a te”. Anche Luca si commosse. Fu una grande giornata».

Ne è passato di tempo. Nel frattempo Totò si è pure fatto eleggere da Forza Italia in Consiglio comunale. I suoi rapporti con l’ex sindaco non sono quelli di una volta, ma la politica è stata solo una meteora per Schillaci. Il tempo di capire che per lui dibattiti e sedute d’ aula erano una inutile perdita di tempo:
«Mi sono rimesso le scarpette da calcio, ho salutato i colleghi consiglieri e ho deciso di insegnare quello che sapevo ai ragazzini. Qui al “Ribolla” ho giocato le prime partitelle nell’Amat. Un giorno sono ritornato e mi si è stretto il cuore. Il centro era ridotto proprio male. L’ho comprato e adesso è diventato un gioiello. Lo confesso, è il mio grande orgoglio».

C’è un gruppetto di ragazzini intorno a Totò. Molti di loro quell’estate del 1990 non erano nemmeno nati. Si sono persi i gol, gli occhi spiritati, il delirio sugli spalti, i tifosi che invadono le strade.
«Speravo di giocare qualche minuto – dice Schillaci – ero già al settimo cielo per la convocazione in nazionale. Certo, in allenamento davo tutto me stesso per convincere l’allenatore, ma nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l’eroe di Italia ’90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l’Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un gol in quell’edizione dei mondiali, e quel gol ci ha condannati».

La storia di quei campionati resterà per sempre scolpita nella sua memoria. Si parte da Italia-Austria, scialbo esordio degli azzurri. La coppia d’attacco è composta da Vialli e Carnevale. Poche emozioni, poche occasioni da gol. A un quarto d’ora dalla fine Vicini chiama Totò: «Scaldati, tocca a te». Totò entra al posto di Carnevale, tocca un pallone ed è gol. Si fa festa in tutta Italia ma a Palermo è già l’apoteosi, anche se siamo soltanto alla prima partita: «Dopo la partita ho sentito mio padre al telefono e mi ha raccontato cosa stava succedendo. In via Luigi Barba, al Cep, sotto casa dei miei genitori la gente era in delirio. Poi ho pure visto le immagini in tv: i poster di una birra per la quale facevo pubblicità issati dai tifosi. Ricordi emozionanti, anche se il bello doveva ancora arrivare».
Chi si aspetta che Schillaci si sia già conquistato il posto da titolare resta deluso quando, contro gli Stati Uniti (1-0, rete di Giannini, n.d.r.), Totò ritorna diligentemente in panchina. Gioca uno scampolo di gara ma non segna. Poi arriva la terza sfida contro la Cecoslovacchia. Questa volta Schillaci c’è dal primo minuto.

Gliene bastano nove per esultare. Da quel momento è un crescendo: Totò le gioca tutte e non c’è partita in cui non finisce nel tabellino dei marcatori. Segna all’Uruguay negli ottavi, all’Irlanda nei quarti. In semifinale la grande sfida contro l’Argentina di Maradona. Si gioca a Napoli, mezzo stadio fa il tifo per il Pibe de oro, ne nasce anche una polemica campanilistica. Ma quando Totò, dopo appena un quarto d’ora, batte il portiere avversario Goycochea, il San Paolo esplode.
«Era fatta – commenta con amarezza mentre i bambini del “Ribolla” pendono dalle sue labbra – stavamo vincendo, giocavamo in casa e l’Argentina non era affatto pericolosa. Insomma, ormai ci credevamo tutti. E in finale, da nazione ospitante, non avremmo mai potuto perdere. E invece quella fesseria a venti minuti dalla fine ha fatto svanire tutto».

Un errore della difesa, l’uscita a vuoto di Zenga, i terribili rigori, gli errori decisivi di Donadoni e Aldo Serena. L’Italia fuori dal mondiale, solo la finalina per il terzo posto che serve a Totò Schillaci per mettere a segno un calcio di rigore e laurearsi capocannoniere: «Non lo so se da campione del mondo la mia vita sarebbe cambiata. Probabilmente qualche anno dopo sarei andato lo stesso in Giappone: mi offrirono un contratto molto buono. Avevo 29 anni, alle spalle una stagione difficile con l’Inter, decisi di affrontare una nuova esperienza che ricordo con piacere. Ho perfino imparato qualche parola di giapponese e ho conosciuto campioni come Dunga e Vanembourg che giocavano con me al Jubilo Ywata. Lo so, giocando all’estero sono uscito fuori dal giro. Ma non sono mai stato un personaggio troppo amato nel mondo del calcio, difficilmente una grande squadra mi avrebbe offerto quando ho ottenuto nel Sol Levante. Forse avrei potuto fare un paio di stagioni al Palermo, il sogno della mia vita che non ho mai potuto coronare. Qualche anno fa ho pure provato a comprarmela la società, ma non se n’ è fatto nulla. Si vede che è destino: ho fatto sognare una nazione ma nella mia città non ce l’ho fatta a sfondare. Pazienza».