1966 – Janich: “Corea marchio indelebile”

1966ingh-racconti2-wp

Quel giorno un dentista coreano segnò una rete che sarebbe rimasta nella storia del calcio italiano… La disfatta degli azzurri in terra inglese raccontata da Franco Janich


Franco Janich ha legato il suo nome alle due pagine più brutte del calcio italiano. Esordì in Nazionale ai mondiali del ’62, nella drammatica partita contro il Cile; vestì la sua ultima maglia azzurra in Inghilterra nel 1966 contro la Corea. Era il pilastro della difesa del Bologna di Bernardini, campione d’Italia. Sfogliamo l’album dei ricordi…
– Cosa ha rappresentato per te la Corea del Nord? Un incubo?
«Diciamo un trauma. Certe sconfitte sono traumatizzanti per tutti, non solo per l’allenatore. Edmondo Fabbri ce ne mise per rimettersi!».

– Tornando scioccato da Middlesbrough, si convinse di essere vittima di una congiura. Fece il giro d’Italia per ottenere le testimonianze di voi giocatori contro il dottor Fino Fini. Parlò di droga alla rovescia che faceva venire le gambe molli. Ci scappò anche la solita querela, finita poi all’italiana.
«E io, nel mio piccolo, cercai di essere utile a Fabbri. Ero in vacanza a Lignano Sabbiadoro. Mi telefonò, ci incontrammo segretamente a Mestre. Gli dissi che effettivamente a certi giocatori venivano fatte anche due iniezioni al giorno. Sarà stato un bene o un male, non lo so. So però che la squadra vista a Londra non si reggeva in piedi, era la brutta copia di quella che aveva dato spettacolo nelle amichevoli di preparazione. Forse eravamo andati in forma troppo presto, avevamo sbagliato il dosaggio. E’ rimasto solo il ricordo della Corea. Ma non si deve dimenticare che prima avevamo vinto male contro il Cile ed eravamo stati sconfitti dalla Russia».

– Ma perdere dalla Corea del Nord sembrava impossibile: Valcareggi, che era andato a studiarla per conto di Fabbri, aveva garantito al capo che i coreani assomigliavano alle comiche di Ridolini, Gianni Brera scrisse che in caso di sconfitta non avrebbe più scritto una riga di calcio. A voi, Fabbri, come l’aveva presentata?
«Non ricordo più esattamente cosa disse negli spogliatoi di Middlesbrough. Sicuramente non ce la presentò come una squadra irresistibile».

– Per l’occasione rispolverò pure te, che pesavi quasi novanta chili. Forse era convinto che, con la tua mole, avresti fermato due coreani per volta.
«Non mi fai ridere, perché a me la Corea, anche a distanza di anni, fa sempre piangere. Se vuoi che ti dica la verità (non l’ho mai detto a nessuno) giocai contro la Corea, perché dopo la partita con la Russia c’era stata una ribellione dei giocatori contro Salvadore, non lo volevano più. In Cile avevo preso il posto di Maldini (e alla fine della partita avevo pure litigato con lui, perché, tartagliando alla sua maniera mentre avevo ancora i nervi a fior di pelle, era venuto a dirmi che dovevo tenere la palla invece di buttarla via); poi Mazza e Ferrari se ne erano andati, era arrivato Fabbri, che si era ricordato di me. Nel novembre del ’62, a Vienna contro l’Austria, avevo giocato io. Poi mi fece un discorsetto. Mi disse: ormai ti conosco, voglio vedere cosa valgono gli altri. Puntò sul tandem Guarneri-Salvadore».

– I critici, rimproveravano a Fabbri che era assurdo ignorare il tandem Guarneri-Picchi che era stato il capolavoro di Herrera nell’Inter. E’ vero che Fabbri stravedeva per il Bologna e odiava l’Inter? Brera ha scritto anche che il vero CT della Nazionale e presidente della Federcalcio era il giornalista di «Stadio» Aldo Bardella che plagiava entrambi.
«Conoscendo Fabbri, posso escludere che si facesse plagiare. E i fatti dimostrano che, il suo boicottaggio nei confronti dell’Inter è un’invenzione. Perché in Nazionale c’era sempre mezza Inter. Semmai molti non condividevano la scelta di Salvadore, che con Heriberto non giocava nemmeno nella Juventus. Dopo la sconfitta con la Russia, anche se il gol era stato segnato da Cislenko, l’avversario di Facchetti, c’era stata una sommossa dei giocatori contro Salvadore e così contro la Corea venne rispolverato il sottoscritto».

– Scrissero mica che il gol del meccanico dentista Pak Doo Yk era colpa tua?
«Il gol nacque da una palla persa a metà campo. Io mi feci incontro a Pak Doo Ik, ma quello tirò dal limite dell’area di rigore, un tiro trasversale, che finì in porta. Lì per lì non ci disperammo, eravamo sicuri di poter rimontare, ma più i minuti passavano e più ci rendevamo conto che stava diventando difficile».

– Le cronache raccontano che a fine partita Niccolò Carosio era pallido come un lenzuolo, che Fabbri non riusciva a parlare e che Valcareggi, forse per difendere la sua relazione-Ridolini, continuava a ripetere che se avessimo incontrato la Corea 1000 volte avremmo vinto 999,99.
«Guarda, la Corea l’avevamo vista tutti contro la Polonia, quindi la conosceva anche Fabbri, e di persona, non solo dal rapporto di Valcareggi. Abbiamo perso perché si è fatto male Bulgarelli: l’infortunio di Giacomino fu determinante. Però già allora, io personalmente cercai di spiegare il risultato anche con la Corea. Non era quella squadra di pellegrini che si è poi voluto far credere, tant’è vero che, nei quarti di finale, segnarono tre gol al Portogallo. Poi persero 5-3 (perché segnò quattro gol Eusebio) però vincevano per 3-0 e una squadra di analfabeti del calcio non segna tre gol al Portogallo».

– Ma la Corea del Nord è poi scomparsa dalla scena internazionale; di Pak Doo Ik non se ne è più sentito parlare.
«Se ne parla ancora in Italia, per scagliarsi contro noi del Bologna (e si dimentica tra l’altro che in porta c’era un certo Albertosi). Eppoi quante altre squadre sono scomparse? Hanno fatto una fiammata e via. Ti dirò di più. In Inghilterra, i coreani erano anche alle prese con screzi interni, avevano litigato tra di loro».

– Sempre Brera sostiene che fu assurdo schierare un giocatore lineare come Perani in quella che sarebbe stata la partita di Meroni: con i suoi scatti irresistibili li avrebbe ubriacati tutti.
«Con il senno di poi si dicono (e si scrivono) tante cose. Prima della sconfitta, nessuno aveva fatto obiezioni sulla formazione. Sulla carta quello era un attacco formidabile. Si puntava sulla potenza fisica dell’ariete Barison e sulla sua elevazione, sui guizzi di Mazzola, e proprio sulla linearità di Perani, che sapeva pure fare gol. ÀI gioco avrebbero pensato Bulgarelli e Rivera, e da Rivera ci si aspettavano pure i gol, perché è uno che ha sempre segnato. Poi perdemmo e il linciaggio dell’allenatore fu inevitabile. Ma non credo che si potesse rimproverare a Fabbri la formazione sbagliata».

– Si è parlato di un Fabbri suicida perché portò Gigi Riva in Inghilterra solo come turista.
«Adesso si può dire tutto quello che si vuole. Ma dopo lo zero a zero di Parigi, tutti avevano consigliato a Fabbri di togliere Riva e di insistere su Pascutti. Il Riva che venne come turista in Inghilterra, non era ancora il Riva che fece il mattatore in Messico. Forse bisognava avere l’occhio lungo. Ma ricorderai che Herrera, che di calcio se ne intende, a Moratti per l’Inter aveva chiesto Pascutti, mentre aveva rifiutato Riva. Pascutti era un grosso giocatore, aveva spunti irresistibili, te lo posso assicurare io che ho avuto la fortuna di giocargli accanto».

– Per paura dei tifosi inferociti vi fecero rientrare in Italia di notte e, invece che a Milano, atterraste a Genova. Eppure all’aeroporto e’ era tanta gente a lanciarvi pomodori. Cosa ricordi di quell’accoglienza?
«Rammento che qualcosa in testa ci tirarono e non era certo frutta fresca. Ma io ero in trance anche perché ho una fifa maledetta dell’aereo, e così, un po’ per la Corea un po’ per l’aereo, mi ero scolato qualche cognac di troppo per farmi coraggio».

– Due quotidiani sportivi, il «Corriere dello Sport» e «Stadio» uscirono con lo stesso titolo a caratteri cubitali: «Vergogna!». Cosa provasti leggendo quel titolo?
«Ti devo confessare che scappai subito a Lignano e non lessi i giornali, non mi sembrava il caso… perché sapevo già tutto. Ad ogni modo, se anche l’avessi letto, non non sarei arrossito. Se si deve provare vergogna per una sconfitta, allora poteva andar bene anche quel quel titolo. Ma secondo me uno deve provare vergogna solo se ha qualcosa da rimproverarsi. E noi tutti eravamo coscienti di aver fatto il nostro dovere. Quindi risultato a parte, non avevamo proprio nulla di cui rimproverarci. Ripeto: se non si fosse fatto male Bulgarelli avremmo vinto. Prima del suo infortunio avevamo già avuto tre quattro palle gol. Non c’erano dubbi sul risultato finale».

– Dopo la Corea, se ne andò Fabbri e Janich non venne più convocato.
«Valcareggi mi aveva fatto sapere che mi teneva sempre in considerazione, ma io non mi ero fatto illusioni. Sapevo che, per la sconfitta con la Corea, a pagare sarebbero stati i meno dotati. Non mi sono mai ritenuto un giocatore eccezionale, anche se la mia carriera l’ho fatta (fu Bernardini a trasformarmi in libero, io mi sentivo più tagliato per fare lo stopper, per stare attaccato all’uomo, a morderlo, la mia arma migliore era la grinta). Era logico che fossi la prima vittima della Corea».