1966 – Riva: “L’Italia non sarebbe andata lontano”

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Aggregato al gruppo degli azzurri nella sfortunata edizione inglese del 1966, Gigi Riva ricorda i fragili equilibri di quell’Italia di Fabbri che si sbriciolò contro la Corea


«Nella tribuna dell’Ayresome Park di Middlesbrough ero seduto vicino a Burgnich. Eravamo spostati verso destra, quasi di fronte alla nostra area di rigore: avevamo un palo davanti, tipico dei vecchi stadi inglesi, ma il tiro di Pak Doo Ik lo vedemmo benissimo. Lo vedemmo partire e, purtroppo, lo vedemmo anche arrivare. Albertosi si protese inutilmente verso la sua destra. Pak Doo lk aveva aggirato Landini e aveva indovinato una sciabolata micidiale: Landini, curiosamente, aveva il numero 11. Il “mio” numero 11».

Erano le nove e venti di sera del 19 luglio 1966: c’era ancora luce, stava maturando il più famoso disastro della storia calcistica italiana. Da quel momento in poi la parola “Corea” non sarebbe più stata una definizione geografica, ma la maniera moderna per dire “Caporetto”. Gigi Riva continuò ad assistere impotente al resto della partita: una partita stregata.
«I coreani arrivavano in quattro, in cinque sul pallone: i nostri compagni erano inebetiti, impotenti, sgomenti. Finì come tutti sanno, col pubblico inglese pazzo di gioia e dì crudeltà. Io rimasi per qualche minuto incredulo sui gradoni: passò uno dei pochi tifosi italiani, un immigrato: era talmente arrabbiato che mi diede una bandierata sulla testa, come se fosse stata colpa mia. Ma la mia unica colpa era quella di non aver giocato: e non ero stato certo io a volerlo. Andai negli spogliatoi. Nel dramma, la farsa: si stavano già facendo ì piani di fuga per rientrare in Italia. Edmondo Fabbri voleva tornare da solo, di nascosto: ma non gli venne concesso».

E a Genova, la notte dopo, furono pomodori per tutti. Riva non aveva ancora compiuto 22 anni. Aveva già esordito in Nazionale, si capiva benissimo di che pasta fosse fatto: il Cagliari, grazie soprattutto ai suoi gol, era stato promosso dalla B un paio d’anni prima e stava per diventare una delle protagoniste del campionato italiano: come la Juventus, come l’Inter, come il Milan, le grandi e ricche squadre metropolitane. Il giovane campioncino di Leggiuno era ormai stabilmente nel giro azzurro, ma Fabbri – il Commissario Unico – non aveva avuto il coraggio di investire fino in fondo su di lui.
«Era molto “innamorato” di Pascutti» ricorda Riva: «i maligni dicevano che lo preferisse anche perché aveva già in tasca un contratto col Bologna. Comunque sia, non mi convocò: ma mi propose, assieme a Bertini della Fiorentina, di andare ai Mondiali come “aggregato”, al di fuori della lista ufficiale dei ventidue. In un primo tempo, deluso, rifiutai: mi sembrava un’esperienza frustrante che non mi avrebbe dato nulla. Poi mi si fece capire che non avevo possibilità di scelta: che in caso di rifiuto sarei stato squalificato».

Strano e assurdo Mondiale, quello del futuro mito azzurro. La Nazionale era in ritiro nella scuola di agricoltura di Durham: un grande edificio a due ali che si prestava benissimo alle divisioni “politiche” esplose in seno al gruppo. «In una delle ali dormivano i “potenti”, quelli che facevano il bello e il cattivo tempo (Mazzola, Rivera, Bulgarelli, Albertosi, Pascutti…), quelli che Fabbri “subiva”. Dall’altra parte c’erano, oltre a me e a Bertini, coloro che contavano poco o nulla. L’unica maniera che avevamo di sfogarci era quella di umiliare i nostri “rivali” in allenamento: le partitelle le vincevamo sempre noi della “seconda” Nazionale. E io segnavo, segnavo, segnavo: ero tanto informa, quanto imbestialito».

Edmondo Fabbri aveva iniziato bene la sua carriera azzurra: determinato, coerente, fortunato. Qualcuno aveva visto in lui il nuovo Vittorio Pozzo. Ma, nell’imminenza del Mondiale, fra pressioni giornalistiche e fissazioni personali (come l’antipatia verso Herrera e di conseguenza verso molti giocatori dell’Inter campione d’Italia) aveva perso la sua lucidità: aveva cominciato a vedere nemici dappertutto. Per l’Inghilterra c’eravamo comunque qualificati alla grande: le ultime amichevoli prima della trasferta erano state trionfali (in rapida sequenza: 6-1 con la Bulgaria, 1-0 con l’Austria, 3-0 con l’Argentina, 5-0 col Messico).

Molti, col Brasile ormai in declino, vedevano in noi e nei padroni di casa i favoriti. Assolutamente ininfluente nei pronostici era invece la presenza della Corea del Nord che si era qualificata per puro caso, approfittando nel magmatico girone austral-asiatico-africano, del ritiro di tutte le squadre di quest’ultimo Continente per protesta contro la mancata espulsione del Sudafrica razzista. I coreani conquistarono il loro primo Mondiale, fra il sarcasmo generale, battendo in campo neutro – nientemeno che a Phnom Penh in Cambogia! – la frastornata Nazionale australiana.

L’Italia aveva vinto senza entusiasmare la prima partita col Cile e perduto senza troppi demeriti quella successiva contro l’Unione Sovietica di Jashin e Cislenko (allegri dirimpettai del nostro tetro e militaresco ritiro: Jashin faceva addirittura abitualmente colazione con la moglie giornalista). Con la Corea sarebbe bastato un pareggio. E invece… Fabbri era talmente sicuro di fare un sol boccone di quelli che il suo osservatore Valcareggi aveva definito dei “Ridolini” che cambiò sette undicesimi della formazione precedente, intestardendosi però a confermare il suo pupillo Bulgarelli – giovane e purtroppo acciaccato capitano di quell’infelice partita – che dopo pochi minuti, colpito al ginocchio già infortunato, lasciò la squadra in dieci. Il resto fu storia: e non solo del calcio.

«Al contrario di Mazzola e di Rivera che da lui vennero coccolati moltissimo» dice oggi Riva «non ho mai ritenuto Fabbri un grande Commissario Tecnico: tutt’al più un buon preparatore. Ma con me si comportò da galantuomo: il giorno dopo, benché distrutto, mi prese in disparte e mi chiese scusa. “Se avessi avuto il coraggio di farti giocare, ora non saremmo qui”. E le stesse scuse me le ripeté qualche anno dopo quando, per uno strano caso della vita, diventò il mio allenatore al Cagliari. Ma ormai, a quel punto, i nostri rapporti di “forza” erano diventati molto, molto diversi».

Che cosa ti resta, Gigi, di quel Mondiale a distanza di tutti questi anni? «L’amarezza dì una grande occasione personale perduta. Ma “quella” Nazionale, credimi, non sarebbe andata comunque lontano: se avessimo passato il turno ci saremmo scontrati col Portogallo di Eusebio e credo proprio che il nostro Mondiale, viste le premesse, sarebbe finito li. Troppe divisioni, troppe incomprensioni, troppe inimicizie. Pensa che Corso e Bedin, praticamente, rifiutarono la convocazione pur di evitare convivenze sgradevoli».
E perché, visto quello che a te era stato imposto, non vennero squalificati per questo rifiuto? «Perché io ero del Cagliari, amico mio: mentre loro erano dell’Inter! Il mondo, credimi, non è mai cambiato».