MORATTI Angelo: coppe, scudetti e passione

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Era la serata del 28 maggio 1955 allorchè un lungo applauso ufficializzava l’avvento di Angelo Moratti alla presidenza dell’Inter. Già affermato petroliere e futuro cavaliere del Lavoro, al calcio il nuovo patron dell’Inter s’era avvicinato poco piu’ di vent’anni prima, spintovi dalla moglie Erminia.
La coppia abitava a Roma e lei, tifosa nerazzurra sin da bambina, aveva convinto il marito ad accompagnarla al vecchio campo del Testaccio per assistere alla partita tra i giallorossi e l’Ambrosiana, la denominazione imposta all’Inter del regime fascista. Fu amore a prima vista. Era il 1934 e Angelo Moratti aveva soltanto 25 anni, uno in meno dell’ Inter, fondata il 10 marzo 1908 da alcuni soci dissidenti del Milan.

Nato a Somma Lombardo il 5 novembre 1909, figlio unico di un farmacista, sette zie tutte suore, Moratti faceva il rappresentante di lubrificanti, anticamera di un folgorante carriera da self made man. “Un giorno del ’37 – racconterà in seguito Lady Erminia, come veniva chiamata l’appassionata e simpatica consorte del presidente – Angelo rincasò con un pacco di biglietti da mille lire. Ecco, mi disse, questo è il mio primo milione“.

Nel 1955 Moratti diventa il quindicesimo presidente di una società che allo scudetto c’era arrivata sei volte. La prima nel ’10, sotto la gestione di Carlo De Medici, e l’ultima nel ’54, un anno prima che l’industriale Carlo Masseroni si facesse da parte in cambio di un centinaio di milioni.
Per qualche stagione – scriverà Gino Palumbo sul Corriere della Sera – Moratti pagò la prevalenza del tifo sulla ragione“. Una girandola di allenatori, ben undici in cinque anni, tra esoneri e richiami: da Meazza e Campatelli a Frossi e Bigogno.

I risultati? Non entusiasmanti. I piazzamenti migliori tra il ’55 e il ’60 sono due terzi posti. A consolare Moratti c’ è una lunga imbattibilità nel derby, una partita che lo manda puntualmente in fibrillazione.
La domenica del derby – ricorda Massimo, il quarto dei sei figli di Angelo (l’ultimo è adottivo) – mio padre era sempre nervoso e trasmetteva la tensione a tutta la famiglia“. Il nono posto del ’58 demoralizza Moratti, che medita le dimissioni. A rincuorarlo provvedono nella stagione successiva i 33 gol dell’ argentino Angelillo, un record ancora imbattuto. A spalleggiare Angelillo c’è pure un fantastico veronese appena diciassettenne, Mariolino Corso, che è costato soltanto un milione e 700 mila lire e che i tifosi battezzarono ben presto “il sinistro di Dio”. “Auguro all’Inter – dirà Moratti – di scovare tanti calciatori che costino poco e valgano tanto come Corso“.

Nella primavera del ’60 il general manager nerazzurro Alberto Valentini viene incaricato di contattare uno stravagante allenatore di origine argentina che guida la nazionale spagnola e il Barcellona. Si chiama Helenio Herrera e in Spagna lo hanno soprannominato ironicamente “Habla Habla” perchè parla molto. Per trasferirsi a Milano, dove diventerà “il mago”, Herrera strappa a Moratti un contratto sontuoso: 40 milioni e premi doppi. Herrera è subito protagonista. Ottiene una mezza dozzina di acquisti, affigge nello spogliatoio cartelli di incitamento, istituisce ritiri interminabili, predica il gioco offensivo a ogni costo. Moratti lo lascia fare, anche se lui è sempre dalla parte dei giocatori, ai quali distribuisce sterline d’oro come premi supplementari. Ma quando l’Inter inciampa nel Padova di Rocco, il presidente interviene.

Nasce in quei giorni il new deal nerazzurro: difesa e contropiede. Lo scudetto non arriva ancora, però, anche perchè la Caf impone la ripetizione di Juve Inter, dopo che ai nerazzurri era stata assegnata la vittoria a tavolino poichè il 16 aprile ’61 gli spettatori a Torino erano straripati sino ai bordi del campo. D’accordo con Moratti, nella partita bis Herrera per protesta schiera la squadra ragazzi, nella quale gioca il diciottenne Sandro Mazzola. La Juve straripa con nove gol e conquista il suo dodicesimo scudetto.

Nell’estate del 1961 Moratti preleva a Mantova un manager giovane e geniale, Italo Allodi, ma deve rassegnarsi a cedere Angelillo, che con Corso è uno dei suoi pupilli ma che Herrera detesta. Se fallisce il tentativo di ingaggiare Pelè, dalla Spagna giunge Suarez, che dell’Inter diventerà l’impareggiabile regista. I nerazzurri finiscono però staccati di cinque punti dal Milan e Moratti sfoga la propria amarezza progettando l’esonero di Herrera, che ogni anno scrive invano il nome di Corso tra i giocatori cedibili, facendo infuriare il presidente.

Il sostituto dovrebbe essere Edmondo Fabbri, che ha trascinato il Mantova dalla serie D alla A ma che si lascia allettare dalla panchina della nazionale. Herrera resta, ottiene l’acquisto di Burghich, Jair e Di Giacomo e lancia tra i titolari Facchetti e Mazzola. Dopo sette anni, Moratti conquista finalmente il suo primo scudetto, nonostante l’avvio incerto. La svolta arriva dopo il k.o. di Bergamo, dove Herrera ha schierato una formazione discutibile. Il presidente strapazza allenatore e giocatori: “Mettetevi in testa che stavolta non possiamo perdere il campionato“.

Detto e fatto. La stagione seguente è quella del doping del Bologna e dello spareggio perso dall’Inter all’Olimpico. A rasserenare Moratti provvedono la vittoria sul mitico Real Madrid nella finale viennese di Coppa dei campioni e il successo mondiale sull’Independiente. Le due stagioni seguenti confermano che ormai l’Inter ha aperto un ciclo trionfale. Arrivano Domenghini e Peirò, arrivano il nono e il decimo scudetto (quello della stella), arrivano un’altra Coppa dei campioni e un’altra Coppa intercontinentale. Il declino è in agguato, però, mescolato ai contrasti sempre piu’ lampanti tra Moratti e Herrera. Nel ’67 l’Inter perde tutto in una settimana. La Coppa dei campioni a Lisbona, dove in finale crolla di fronte al Celtic, e lo scudetto a Mantova, dove una “papera” del portiere Sarti propizia il sorpasso della Juve. Moratti matura in quei giorni la decisione di farsi da parte, che però giunge soltanto dodici mesi piu’ tardi, dopo un deludente quinto posto a 13 punti dal Milan.

“Anche a poker preferisco smettere quando perdo: ci vuole piu’ coraggio” spiega il presidente, che il 14 maggio 1968 cede la maggioranza del pacchetto azionario a Ivanoe Fraizzoli al prezzo stracciato di 140 milioni. Con lui, se ne vanno pure Allodi e Herrera. In tredici anni, Moratti ha conquistato tre scudetti e ne ha sfiorati altri due, ha vinto due coppe europee e due intercontinentali, ha acquistato molti campioni (che si fidavano della sua generosità al punto da firmare i contratti in bianco), ha costruito il centro sportivo di Appiano Gentile. Mescolando tifo e lungimiranza, umanità e impegno, munificenza e fermezza. Quando Moratti muore, stroncato a Viareggio da un edema polmonare, è il 12 agosto 1981. Al suo funerale partecipa a Milano una folla strabocchevole.

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