Achille Lauro: il Napoli al tempo del Comandante

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Quattro decenni di calcio partenopeo vissuti all’insegna, nel bene e nel male, del comandante Achille Lauro. A lui si deve l’acquisto-record di Jeppson e l’arrivo di Pesaola e Vinicio. Ecco la storia di una grande passione.


Il nuovo santo protettore del Napoli si materializza il 15 marzo 1936, nella persona del Grand Ufficial Comandante Achille Lauro che assume la presidenza facendo sentire subito il suo pugno di ferro. Achille Lauro sta appena iniziando la sua scalata alle vette dell’armamento. I preparativi per la Campagna d’Africa lo proiettano subito dal cabotaggio alle grandi linee di navigazione. Come sia riuscito a ingraziarsi il Regime non si sa bene, fatto sta che sull’onda di “Faccetta nera” il comandante ottiene l’esclusiva dei collegamenti marittimi con l’Africa Orientale Italiana.

Un tipo strano don Achille. Nudo come un verme riceve un giornalista per farsi intervistare e quello, dopo averlo descritto pelo per pelo, gli spara come titolo “L’abominevole uomo delle navi”. Assunta la presidenza della società calcistica, Lauro chiude subito la sontuosa sede sociale di via Roma relegando i due fedeli e solerti ragionieri del Napoli in una misera stanzetta della sua compagnia armatoriale. Tutti gli altri impiegati vengono licenziati. Caccia su due piedi l’allenatore ungherese e al suo posto mette Angelo Mattea del Messina. Manda via tutti i giocatori litigiosi e non più utili, poi capisce al volo che pagando subito gli stipendi si sarebbe conquistato l’ardore di quelli rimasti. E anticipa di tasca propria. Alla fine dell’operazione Lauro si trova ad aver sborsato 300 mila lire.

Inizia il campionato 36-37. Viene a Napoli il Milan e vince 1-0 ma la folla applaude caldamente Willy Garbutt, l’ex allenatore del Napoli passato nelle file rossonere. A fine campionato la squadra è al 13 posto. Il Comandante acconsente ad allentare un po’ i cordoni della borsa e vengono acquistati molti giocatori tra i quali il più costoso è Nereo Rocco, 29 anni, mezz’ala sinistra della Triestina, per lire 160 mila. Ma la squadra non diventa squadrone e così nel giugno del ’40 Achille Lauro, irritato, se ne va. Sotto la sua gestione, il bilancio era tornato in pareggio. In un solo anno va nuovamente a scatafascio.

Lauro posa con il suo nuovo Napoli. A destra, Nereo Rocco

Quel che è peggio è che si sparge la voce nell’Italia del pallone che il Napoli non paga. Ormai tutto va a rotoli, l’Italia che entra in guerra e la Napoli calcistica che a fine campionato ’42 retrocede in B. San Gennaro questa volta nulla può. Il miracolo lo fa in un certo senso la guerra perchè sulle sue macerie, il 10 luglio del ’45 i rappresentanti delle società di A e di B della Lega Sud decidono che il campionato 45-46 sarà a girone unico e il Napoli vi partecipa finendo al quinto posto. Le cose poi vanno anche peggio, Napoli si riempie di manifesti che promettono bombe e invocano Lauro. Ed ecco il 1948: la Roma con due gol di Bruno Pesaola da una spinta al Napoli verso la B.

Prende il comando della società il commendator Egidio Musollino che come tecnico assume Eraldo Monzeglio, ex “moschettiere” della Nazionale, 45 anni e la voglia di farsi valere in una grande città. Esordisce in modo crudo: “Non è l’allenatore che fa una grande squadra, ma i giocatori che fanno grande la squadra e l’allenatore”.Il Napoli torna in A, ma muore il presidente. Ancora una volta, siamo ormai nel ’52, viene chiamato il Comandante. La Juve vince il campionato, il Napoli è sesto.

Lauro parte con Monzeglio per l’hotel Gallia di Milano e fa il colpo a sensazione. Con 105 milioni (“ma per tre anni” dirà poi) acquista dall’Atalanta Hasse Jeppson, 27 anni, centravanti della nazionale svedese terza ai mondiali, nel ’50, 1,80 di altezza, una laurea, amante della buona musica, del buon tennis, della conversazione. Insieme a Jeppson arrivano Giancarlo Vitali ala destra della Fiorentina e il “Petisso” cioè Bruno Pesaola che nonostante due fratture alla tibia è ancora possente sul campo.

Ma appena il campionato parte, questo grande Napoli comincia a perdere colpi. Le becca dall’Atalanta, dall’Inter, dalla Lazio, della Fiorentina. Non è ancora il disastro ma poco ci manca. E il vecchio rabbioso comandante crede di correre ai ripari dicendone di tutti i colori su Monzeglio in una intervista. In questo senso anticipa un futuro fatto di scoop, esclusive e bombe sensazionali del giornalismo sportivo. Poi sparisce. Monzeglio non si dà pace, gli manda le sue dimissioni. Lauro gli scrive un biglietto: “Le respingo nettamente e la prego di rimanere al suo posto. Distinti saluti“.

Monzeglio resta ma non è più lui anche se il Napoli finisce al quarto posto. La Napoli sobillata dal comandante a suon di quintali di maccheroni regalati al popolo, è tutta contro Monzeglio. Un giorno negli spogliatoi Lauro se la prende perfino con Jeppson. Monzeglio si mette in mezzo e rinnova le sue dimissioni. “Stai zitto e resta al tuo posto” lo rimbecca Lauro. Il Napoli di Jeppson è diventato anche una potente macchina elettorale. Il comandante rastrella voti preferenziali a non finire, ormai è chiamato il “vicerè”, fa il bello e il cattivo tempo. Ed è proprio del suo cattivo tempo che Napoli sta ancora pagando le spese perchè l’edilizia selvaggia si scatena con Lauro sindaco e cambia connotati e tessuto sociale alla città e ai suoi dintorni.

Achille Lauro e la sua creatura, Jeppson

La società calcistica è ormai un giocattolo, un capriccio del vicerè che spesso non riesce più a tenerla in pugno se non a costo di solenni sfuriate e multe a tutti. Un giorno arriva a Napoli Gigi Peronace, general manager del Birmingham e Lauro gli offre questa stessa carica nel “suo” Napoli. Il buon Peronace gli presenta un sacco di progetti stupendi e termina l’esposizione dicendo: “Presidente lei la domenica deve starsene in tribuna, non in campo, ad ammirare lo spettacolo“. Figuriamoci. Lauro non gli fissa nemmeno un appuntamento per discutere i dettagli. “Stateve buono” gli risponde e lo congeda per sempre.

Dopo Jeppson approda nel golfo anche Luis Vinicio. Era venuto in tournèe col Botafogo, Lauro se ne innamora e lo compra.Ma la pacchia per il comandante è ormai finita. Il ministro degli Interni scioglie il consiglio comunale di Napoli, le malefatte vengono a galla, la gente comincia a fare gli sberleffi al vecchio armatore che nel 1961 molla la squadra, che finisce per la terza volta in B.

Ma la longa manus dei Lauro continua sempre a fare ombra sul Napoli e nel ’67 è il figlio del comandante, Gioacchino, ad assumere la presidenza mentre tra i nuovi acquisti figura Dino Zoff che con la maglia celeste giocherà 143 partite. Ma la situazione societaria fa acqua e anche Gioacchino molla la presidenza a Corciano che un anno dopo, nel ’69, muore. Ed è in casa della vedova, narrano le leggende in voga, che Corrado Ferlaino e altri pretendenti si contendono i pacchetti azionari.

Porte che si aprono e si chiudono, gente che va e che viene, colpi di scena in continuazione: sembra una bella commedia di Eduardo in cui alla fine è Ferlaino, figlio di un imprenditore edile e costruttore lui stesso, ex pilota automobilistico, a prevalere aggiudicandosi il 30 per cento delle azioni. Rileva poi il 21 per cento in mano alla famiglia Lauro.Il Comandante non avrà più da quel momento una posizione di rilievo nella società, rimarrà presidente a vita, ma il destino del Napoli rimarrà saldamente nelle mani di Ferlaino, il quale, tra i tanti meriti, porterà in riva al golfo Armando Maradona e il primo storico scudetto del 1987.
Testo di Carlo Marincovich