NILS LIEDHOLM – agosto 1979

All’indomani dello scudetto vinto alla guida del Milan, Liedholm passa alla Roma. Eccolo in un intervista…di mezza estate

“Mi godo la giovinezza adesso che sono vecchio…”

BRUNICO . «Mi godo la giovinezza, adesso che sono vecchio…». Nils Liedholm resta impassibile; lascia che la frase faccia ridere gli altri. Capita spesso. Il suo humour contiene brividi di follia alla Woody Alien o chissà cos’altro. Ad ottobre avrà 57 anni: vive in Italia dal 1949 e giura che quando ritorna in Svezia si sente un estraneo. Stasera ha voglia di piovere. Si aggira intorno all’albergo della Roma un vento appuntito e a singulti. Insieme, guardiamo muovere brandelli di tendoni sui terrazzi, andiamo al bar quasi per rientrare in un cavo domestico. «Quando ero giovane dicevo che dovevo vivere da vecchio e ci sono perfettamente riuscito. Non era però vita umana e sarebbe pazzesco pretenderla dai giocatori d’oggi. Se avevo voglia di fare all’amore mi dedicavo a letture di psicologia e i desideri passavano. Dopò aver lavorato cinque giorni la settimana, al sabato non andavo neppure a ballare. Mi sembrava peccato, ritenevo fossero ore sprecate. Avevo il calcio, sempre il calcio nel cervello. Una malattia. Da casa a scuola erano sette chilometri. Ebbene, da ragazzino, li. percorrevo a piedi, dietro un sasso che colpivo ripetutamente coi due piedi. Sempre quello per sette chilometri. Lo sapevi?».

Ascolto e penso che si è appesantito, a dispetto delle saune, del tennis giocato solo con quelli che non lo obbligano a scendere sotto rete, dello sfavillante passato da «Renna» del Gre-No-Li, nel Milan di dodici stagioni. Vorrei intenerirlo, assicurargli che è stato il fondista idolo della mia infanzia. Cito particolari che dovrebbero riguardarlo, e lui:
«Ma come fai ad avere tanta memoria. Perché non ti presenti a Lascia o raddoppia, sulla preistoria?».

E’ tardi, domani si ricomincia, Liddas mi chiede cosa bevo. Arrivano due birre, chi era con noi è andato a dormire, quasi avesse l’obbligo di rispettare vita d’atleta. Beve avidamente e davanti al bicchierone dimezzato mi confessa serafico:
«Se penso a quando ero nella Lega Antialcolica quasi quasi arrossisco. Fu il dottore a costringermi a bere vino e birra. Poi, in Italia sono diventato amante della pastasciutta e di vermicelli più d’un napoletano. Conosci i vini che produco? Ho barolo, barbera, moscato; ma io preferisco il grignolino. Va giù che è un piacere. E’ bello sognare calcio d’antologia, davanti ad una bottiglia come Cristo comanda. Non credi?».

Si va a birra, dice che è diuretica, dice che è la bevanda giusta quando il caldo appiccica. E’ quasi mezzanotte. In tuta è elegantissimo, sembra un abito dal taglio impeccabile, uno dei suoi abiti fatti su misura, scelto a caso dal guardaroba di «Barone». Invece si lamenta:
«Devo reclamizzare il marchio del Lupetto. Almeno potessi reclamizzare il mio vino… Ma il presidente Viola mi ha comunicato che tra tre mesi le divise sociali cambieranno. La Roma torna alla Lupa. La Roma cambia pure l’abito, rispetto al passato…».

Comincia a piovere. Gli chiedo se è vero che Rivera ha pianto, apprendendo il suo addio. Gli chiedo se è vero che ha lasciato il Milan, prendendo in contropiede Vitali, cercatore di allenatori-alternativa in gran segreto. Mi risponde:
«Cosa dovrei rispondere? Che è vero? Ogni divertimento ha un limite. Restiamo seri due minuti…».

Restiamo in effetti in silenzio due minuti, il tempo di pensare a quando, mischiando il sacro al profano, rispose ad un cronista sportivo, alla ricerca di valutazioni specifiche: «Io a Cordova preferisco sempre un Mirò. Ha più stile, più genio. Vuole mettere?… Solo quadri di Mirò accetto in casa mia…».
Sono passati mesi e mesi, ha rifatto il Milan, ha buttato via scudetto e stella, ha preteso 160 milioni alfine di rifondare la Roma. Riuscirà?
«Ho davanti un triennio, dunque un bel ciclo. Intanto, cominciamo a giocare a zona, col doppio libero. Turone e Santarini faranno quello che riusciva a me vecchio e a Maldini giovane in coppia. Il Brasile nel ’58, con due liberi, incantò e vinse i mondiali. Nel nostro piccolo ci proviamo. Nel calcio, inventare cose nuove, significa riesumare mode tattiche antiche… Questi allenatori giovani sono bravi: programmati, pieni di tabelle. Sono bravi perché, lentamente, giorno per giorno, si stanno avvicinando al tipo di preparazione che io svolgevo negli anni Quaranta. Non ci credi?».

Un altro al posto suo potrebbe risultare dissacrante o invidioso dei «Giovani Leoni» della nuova frontiera, dei Castagner, dei Giacomini. Zio Liddas, invece, racconta e non disturba, racconta e non annoia. I giovani leoni capiranno. La Fiaba di zio Liddas è a colori, interminabile, sempre nuova. Vado coi pensieri a Valdermarsvick, cerco il suo paese mentalmente sulla cartina geografica, non sono neppure sicuro di pronunciarlo a dovere e di poterlo scrivere esattamente. Una volta mi ha raccontato che resta un ritrovo di tremila anime, perso tra i boschi e le montagne a strapiombo sulla Costa. Ha aggiunto che al sabato i pescatori salgono lungo i crinali portando casse di stromming, il pesce che gli svedesi mangiano due volte la settimana. Racconta senza particolari emozioni, senza mai dire: «Svezia mon amour». Stasera, su quei posti ci riplana e parla ad occhi socchiusi, quasi distinguesse le sagome delle persone che cita, i contorni di quelle case, estratti da angoli remoti di memoria.

La nuova Roma 1979/80: Turone, Benetti, Liedholm, Amenta, Bruno Conti e Ancelotti

La nuova Roma 1979/80: Turone, Benetti, Liedholm, Amenta, Bruno Conti e Ancelotti

«Impiegato nello studio di un avvocato, mi occupavo di tasse. Mio padre era orgoglioso di poter aver in casa un futuro esperto fiscale. Dovetti rompermi una gamba per dimostragli che sognava l’irrealizzabile. Di sera mi allenavo coi campioni di Bandy, una sorta di hockey su ghiaccio violentissimo. Dagli scontri uscivo pesto e sanguinante spesso e volentieri. Mi sono rafforzato così. Il fiato l’ho accumulato coi fondisti dello sci. E la mattina presto andavo al campo: due ore di porta a porta palla al piede, a velocità sostenuta, intervallata da scatti violenti».

Gli dico che ha fama di allenatore morbido, mi preoccupo di riportarlo ai giorni nostri, in vista del prossimo anno di grazia negli stadi. Lo provoco citando i metodi e le proibizioni di Castagner e Giacomini. Aggiungo che i vecchi campioni del Milan tradiscono sempre più nostalgia nei suoi confronti. Non fa una piega e replica: «Io mi fido sempre della mia truppa. Non ho mai cambiato metodo, non ho mai avuto motivo per cambiarlo. Questo non significa che sbaglino gli altri, ci mancherebbe altro. Ho sentito che Giacomini ha proibito il caffè dopo cena, le carte, il vino a tavola. So anche che nei mesi cruciali non concederà libertà a nessuno la domenica sera. Bene, benissimo. Era ora che arrivasse al Milan il giro di vite. Così difenderanno meglio lo scudetto e la stella. Per me, infatti, il Milan ha sempre il miglior organico e rivincerà il campionato. Mi contenterei di batterlo all’Olimpico nella giornata di avvio. Una battuta d’arresto subito non guasta: non mortifica le loro ambizioni…».

– E in Coppa Campioni? Si può giocare in campo internazionale ad una punta, se la punta è Chiodi?
«Si può, si può… Chiaro che al Milan, per arrivare alla semifinale o alla finale, servirebbero un paio di stranieri. Io sono favorevole al ritorno dello straniero. Solo con gli stranieri potremo tornar grandi nelle Coppe, come all’epoca dell’Inter di Herrera».

Divagazioni notturne, passano come ombre gli ultimi clienti assonnati. Zio Liddas punta i discorsi sulla Roma, non ha misteri. Spiega: «Sono bravi ragazzi e seguono i miei consigli senza sgarrare. Sanno che chi sbaglia paga. Io non ho bisogno di spie o 007, io mi accorgo sul campo, nell’addestramento calcistico, degli eventuali “traditori”. Mi preoccupano un po’ solo quelli innamorati o fidanzati. Chi ha già famiglia non ha sbandamenti, non ha alti e bassi di rendimento. Per fortuna, gli innamorati della Roma sono tre o quattro. Ancelotti, per esempio, non ha ancora la ragazza fissa, e si è già ambientato con noi. Penso che al via del campionato sarà pronto al salto di categoria. E’ un talento naturale: è lento a mettersi in movimento, però recupera e sfreccia in progressione. Con lui Pruzzo dovrebbe decollare. Ancelotti è il partner ideale per un bomber soprattutto capace di testa o a chiudere il triangolo in area…».

Non ho il coraggio di fermarlo. Liddas è un parlatore instancabile, straripante di aneddoti, ricordi, previsioni. Mi confida:
«Su Ancelotti si sentiranno grosse cose. Ho controllato l’influsso degli astri che lo riguardano e non escludo che diventi un campione. Io credo all’influsso degli astri; anche Di Bartolomei e Benetti hanno segni zodiacali ottimi. Di Bartolomei può diventare il più grande libero italiano, un regista alla Beckenbauer, visto che col pressing adottato ormai da tutti, la figura del regista di centrocampo è destinata a scomparire. Purtroppo, nella Roma ho già Turone e Santarini nel ruolo; tre liberi, francamente, sono troppi. Ma più avanti, chissà…».

Liedholm continua: «Il calcio è sempre eguale. Io da trent’anni mi scrivo tutto su un diario, e ho scoperto che è sempre eguale. Ai miei tempi ti posso assicurare che i grandi svedesi degli Anni Cinquanta hanno imparato tutto dai tecnici magiari d’allora, soprattutto da Laios Czeizler. E così, quando ho cominciato ad istruire ragazzi nel vivaio del Milan, conoscevo il mestiere come adesso o forse di più. Con la squadra giovanile del Milan superammo la Romania di Kovacs 2-0 e Kovacs s’ispirò ai miei sistemi di preparazione, dove la palla c’entra il più possibile, e diventò famoso. Mi scrive ancora, mi scrive sempre, ovunque si trovi. Dal vivaio di quel Milan uscirono Maddè, Lodetti, Prati e tanti altri. Prati mi fu “regalato” da suo zio, che era stato un mio accanito tifoso. Maddè e Lodetti costarono 50.000 lire. A Lodetti facevo fare un tipo d’addestramento “svedese”, non senza rimorso. Dopo un po’, infatti, diventò un imbattibile cursore. Però fu un’eccezione. Io preferisco addestrare gente che sappia tenere la palla e cavarsela alla meglio in ogni ruolo. Con una buona tecnica di gruppo, si può dar la paga a squadre anche blasonate».

Basta così. La sua carriera, attraverso scorci fulminei, l’ho rivista in retrospettiva quasi interamente. Cosa manca? E lui: «Puoi raccontare che quando, 15 anni fa, presi l’epatite virale, ero convinto di non poter allenare più. Ero stanco, sfinito. Sono stato 53 giorni a letto eppoi 8 mesi in convalescenza. Ho ricominciato grazie al Monza, eppoi grazie al Verona di quel simpaticone, bizzarro di Garonzi».

Il resto lo conosciamo tutti. E abbiamo inquadrato finalmente appieno la poliedrica dimensione umana di nostro zio Liddas, questo napoletano di Valdermarsvick. Tra quadri e grignolino, i suoi metodi calcistici sono ormai apprezzati e strapagati come quelli di nessuno. Trent’anni di calcio italiano gli sono serviti a diventare il vero Barnard del pallone. Ora è la Roma che si affida ai suoi trapianti, sperando di non soffrire delle crisi di rigetto. Buon lavoro, zio Liddas!

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