SANDRO ONOFRI
Cose che succedono

Un appassionato repertorio di immagini, persone e luoghi di un calcio il cui profilo sta per scomparire dietro l’orizzonte


Sandro Onofri amava lo sport, e in particolare il calcio, come una delle manifestazioni più autentiche della gioia di vivere. Tutta dedicata a questa passione è una sezione del volume “Cose che succedono”. Sono pagine talmente efficaci nel rendere la poesia del calcio che, una volta tanto, consigliamo questo libro soprattutto ai non sportivi e ai non tifosi. I testi traggono dalla cronaca e dalla memoria la materia del loro racconto.

Si inizia dai ricordi di infanzia e di adolescenza: «Erano partite interminabili, giocate con palloni a pera che si impennavano a ogni buca del terreno e prendevano le direzioni più impensate, oppure talmente leggeri che il vento li respingeva indietro come fossero di carta o li innalzava al minimo tocco ben oltre la traversa, che non esisteva ma che si immaginava essere su per giù poco sotto o poco sopra la mano alzata del portiere, a seconda se a tirare eravamo noi o i nostri avversari».

Allora c’era l’abitudine di assumere ognuno il nome di un calciatore famoso. C’era Mazzola, c’era Rivera, c’era Giggiriva. E poi c’era Sivori, il più bravo di tutti. Giocando si faceva la radiocronaca delle azioni che si svolgevano sul campo, il campetto della periferia romana a Pian Due Torri. Esperienze in cui tutti bene o male possiamo riconoscerci, perché la narrazione sta su una lunghezza d’onda generazionale e collettiva.

Sono le abitudini di quando eravamo bambini. Come la raccolta delle figurine Panini. «Ce l’ho, mi manca»: il ritornello che scandisce la rassegna dei ‘pezzi’ della collezione. Un anno – il ’66 o il ’67 – sul possesso della rarissima figurina di Scala, mediano della Roma, l’autore ricorda di essersi creato una fortuna sul mercato dei giovani collezionisti. È straordinaria la capacità di Onofri di ricostruire i colori di un’epoca attraverso i particolari. Ma non c’è solo il passato mitico e nostalgico in queste pagine. Lo sport è anche quello di oggi, giocato dai professionisti, studiato con l’occhio attento del reporter e dell’inviato.

A partire dalle proprie domeniche allo stadio, da tifoso, con l’attenzione più agli spettatori che ai giocatori. Pane, burro e alici è il pasto sostanzioso, in grado di fornire le calorie necessarie per resistere al freddo, per agitarsi e gridare al momento giusto, «mordendo con la rabbia per digerire con la passione». Un’idea del tifo che significa soprattutto stare insieme, socializzare tra compagni che tengono per la stessa squadra, odiando quando basta la squadra avversaria, ma mai dimenticandosi che il calcio è un gioco, e che la rivalità finisce una volta usciti dallo stadio.

È per questo che risulta segnato da profonda amarezza lo sguardo su una tifoseria che sembra essere biecamente soltanto ‘contro’ e quasi niente ‘per’. Sono i ragazzi fascistelli e nazististelli che Onofri incontra all’Olimpico in occasione di una partita Roma-Inter. Sono romanisti ma non hanno nulla della passione dell’autore per la maglia giallo-rossa: «Urlano raschiandosi la gola, poi si fermano, si accendono una sigaretta con le mani ancora tremanti per lo sforzo e si lasciano andare sul sedile, con l’aria rilassata di chi si sente onnipotente». Che cosa contraddistingue la tristezza accidiosa di questi ragazzi?

«Non c’è il gioco. Non giocano. Non c’è niente, qui, di quella frenesia un po’ pazza che fa muovere i tifosi in uno stadio, li porta a correre da un settore all’altro per organizzare lo spettacolo che è aria e gioia per chiunque ami il calcio. Qui nessuno si muove. L’unico scopo è sentire la propria voce. C’è solo questa rabbia, che trova oggi nei messaggi scomposti e triviali dei leghisti il pretesto per un’affermazione di sé altrettanto scomposta e triviale».

Questi erano i valori che Onofri cercava nello sport, visto e giocato. Il calcio così diventa una festa, fatta da persone che per divertirsi non hanno bisogno di avere nemici. E a chi obietta che nell’importanza annessa da molti al calcio sia ravvisabile un segno di disimpegno sociale, di qualunquismo, se non di idiozia collettiva, Onofri ricorda pacatamente che «la semplicità e la gioia dello stare insieme è segno di salute di una civiltà».

Sandro Onofri
Cose che succedono
Einaudi, 2002,
pp. 228