PAOLO SOLLIER – marzo 1976

Si parte da una matrice politica che lo fa personaggio per conoscere meglio un uomo che non è soltanto folcloristico «compagno» ma un professionista serio e con le idee molto più chiare di tanti altri celebratissimi «compagni» – Sostiene la necessità di un piano a lungo termine per uno sport sociale – E’ contrario ad ogni forma di divismo qualunquistico – Spiega il fenomeno della violenza tifoidea – Condanna il vittimismo pernicioso dei calciatori – Ama i bambini perché «spesso capiscono più dei grandi»

Paolo il caldo

Certo è — dicono a Perugia — che un giocatore come Sollier se non ci tosse, bisognerebbe inventarlo. E dopo averlo inventalo — concludono — può giocare solo nella squadra di Ilario Castagner. Sarà; resta il fatto, però, che almeno sulla carta il connubio è dei più felici: rossa naturale la città, rosso il Comune, rossa la Provincia e super-rossa la Regione, E poi lui. Paolo Sollier, 28 anni, universitario (prima iscritto a Scienze politiche, poi a Legge), il più rosso di tutti.
All’inizio fu un marxismo puro e pressoché ideologico (veniva chiamato Ho Chi Min) adesso passato ad una milizia più concreta di extraparlamentare di sinistra. Attenzione, però: il suo comunismo è fede pura, è convinzione maturata ed accettata consapevolmente e non ha niente a che spartire con quello che molti (troppi) hanno riscoperto dopo il 15 giugno per piacere o per paura.
Piemontese puro sangue (è nato a Chimonte nel gennaio del 1948) ha evidenti le stimmate del contestatore impegnato: barba, baffi e pugno chiuso. Nell’ultima partita del girone di andata al Comunale di Torino, prima del fischio d’inizio, si è piazzato al centro del campo ed ha salutato levando alto il pugno destro, proprio sotto il naso di Umberto Agnelli, Dicono che il «reuccio» abbia sorriso. Certo è che quando al quarto d’ora della ripresa Damiani ha segnato, l’intera FIAT ha tirato un sospiro di sollievo. Lui, tuttavia, è tranquillo, coerente: non cerca il gesto plateale, ma vorrebbe che questo fosse chiaro a tutti,
«In fondo – dice – saper dare due calci al pallone, aver la possibilità di essere un superman per due ore alla domenica pomeriggio, per me non vuol dire assolutamente niente. Certamente non significa essere migliore degli altri o valere di più».

Il discorso sorprende, ribalta completamente i termini a cui ci hanno abituato anni di Gallia e di Hilton. Per Sollier, al contrario, è un dogma. Forse per questo diventa idrofobo alla richiesta di un autografo, dice che è una cosa stupida, una forma di divismo cretino ed inutile: «Siamo due persone perfettamente uguali – sostiene – perché, allora, questa forma sballata di rapporto? Il tifoso è una persona come me, come chiunque altro, mettiamo iI mio amico barista. Ecco – a metterla in termini di uguaglianza – io dovrei chiedergli a mia volta una firma su un pezzo di carta. Ti pare una cosa seria?».

II gioco, comunque, va in questa direzione. Volenti o nolenti, la notorietà non è poi un fardello troppo pesante. Specie con i tempi che corrono. Per questo, solo qualcuno Fra i suoi compagni di squadra gli dà ascolto. Molti, firmano autografi, però lo ammirano ugualmente. Evidentemente la politica nel calcio non paga in moneta sonante. «Sono fatti loro. Ognuno la pensa come vuole, l’importante è rimanere coerenti».
Sollier non va. oltre. Buongiorno e buona sera con tutti, magari arriva ad un «come stai?» con qualcuno, ma poi si ferma lì. Con tutti meno che con uno: Giancarlo Raffaeli da Foligno, terzino. E il perché ci riporta alla politica: Raffaeli è iscritto al partito comunista, Ed è l’unico – in teoria – che potrebbe chiamarlo «compagno» anche in campo.

– Questa, comunque, non è coerenza: fai politica attiva ma non vuoi sentirti chiamare «compagno»; con una mano dai con l’ altra ritratti.
«Senti, parliamoci chiaro: se qualcuno in campo mi chiama compagno lo fa unicamente per sfottermi, magari anche con cattiveria. Ad eccezione di Giancarlo, tutti gli altri sono «compagni» unicamente di squadra. Quindi mi facciano il favore di chiamarmi Paolo».

Paolo Sollier è fatto anche così, con luci ed ombre nette, senza deroghe. Qualcuno, fidando magari in comodo anonimato, gli dice che, alla fine, lui predica bene ma razzola male: contesta il sistema, ma ne fa parte; il padrone lo paga e lui ubbidiente partecipa al gioco. O no?
«E chi l’ha detto? Loro mi pagano per una mia prestazione ed io cerco di compierla nel miglior modo possibile. Tutto qui. Questa a casa mia si chiama «serietà». Vedi, se tu mi chiedessi chi sono, io ti risponderei: Paolo Sollier, calciatore professionista e compagno militante. Quindi, quando tirano in ballo il padrone e balle simili, il mio rapporto con lui si esaurisce con la partita. Del mio tempo libero ne usufruisco come voglio, magari cercando di attuare quello in cui credo. Tutto il resto son chiacchiere senza importanza».

soller_gmmsd95-wpDi lui, l’allenatore Ilario Castagner dice tutto il bene possibile. Forse senza intenzione, ma Sollier è diventato la bandiera di questo Perugia: Scarpa potrebbe vincere la classifica cannonieri, Marconcini potrebbe diventare migliore di Zoff, ma quando si dice Perugia, si dice Sollier. Adesso la squadra vola, dicono che è la rivelazione del campionato (ha fermato il Milan a San Siro ed ha sconfitto in casa il Torino), ma lui, il «grifone rosso», è rimasto lo stesso di quando giocava nella Cossatese, campionato di serie D. Abita al pianterreno di una piccola casa, lontana dal centro storico (una branda e tanti manifesti politici alle pareti) e ha la mania di fare fotografie. Alberi, campi, fiumi: sorge il sospetto di velate malinconie, forse di rimpianti. Lui, al contrario, dice che «non si vive di solo calcio». E la stessa dedica l’ha scritta su un libro regalato a Castagner. Come dire, un calciatore sui generis.
«E dagli! Ma non ti accorgi che siamo noi ad aver mitizzato questo mestiere? Perché allora meravigliarsi se io, che non sono neppure un campione, resto entro confini umani? Perché gridare al miracolo se leggo Pavese, Evtuscenko o Masters? L’errore non è in me, ma si trova dall’altra parte della barricata».

A discutere con Paolo Sollier si ha la netta impressione che Riva, Mazzola, Rivera e compagnia bella sia gente di un altro pianeta. Probabilmente perché nessuno di loro ha mai cercato di togliersi di dosso (attenzione: gratuitamente come fa lui) una etichetta che in fondo può anche andar bene. Senza dubbio, nessuno di costoro si è mai visto in una proiezione politica.
«E con ciò? Se il calcio è fatto di qualunquisti, la colpa è soltanto nostra che ci troviamo a nostro agio in quella dimensione superlativa in cui ci pongono i tifosi, i giornali, la radio e la televisione. E allora, è chiaro che chi non ha altri interessi fa di tutto per restarvi il più a lungo».

In altre parole, in questo contesto, avere idee politiche diventa oneroso. In un’intervista al «Quotidiano dei lavoratori» Sollier lo disse a chiare lettere: «I giocatori di calcio, in genere, sono superficiali. Dei qualunquisti, non hanno e non vogliono avere idee politiche. E se le hanno sono come Wilson, Chinaglia, Facchetti o Mazzola: cioè di destra, o tutt’al più della DC».
«Se l’ho detto è evidente che la penso così», commenta oggi.

Paolo Sollier con Giancarlo Raffaeli

– Il calcio, comunque, non è solo malato di qualunquismo, né può sorprendere la dimensione in cui si muove dal momento che noi stessi ne siamo stati gli artefici. L’elemento nuovo negativo è piuttosto da ricercare nella sua strumentalizzazione che sconfina in una violenza assurda ed in un teppismo che lo è ancor di più.
«Ecco, bravo, siamo arrivati al punto in cui forse si riesce a capire dove sport e politica possono coesistere. E’ chiaro, comunque, che tutti i dibattiti e le tavole rotonde che si sono fatte al proposito sfiorano soltanto il problema vero e proprio. Il grosso ha altre sfaccettature».

– E cioè?
«Intanto, proprio il problema politico. Scopro l’acqua calda dicendo che proprio la partita di calcio ha funzionato finora come valvola di sfogo. Mi spiego: l’Italia va male, siamo un paese sgangherato col record mondiale delle crisi di Governo. Siamo scontenti di tutto e di tutti, difficilmente riusciamo a trovare la causa dei nostri malumori, non riusciamo più a comunicare, inariditi nel nostro pessimismo e convinti che niente funzioni in maniera decente. Ci sentiamo impotenti, ma quel che è peggio, ci sentiamo pure presi in giro. A questo punto due soluzioni: o la presa di coscienza politica, l’impegno a rimboccarsi le maniche e ad agire convinti che solo così si possa ritrovare il bandolo della matassa, cioè, in una presa di coscienza comune, socializzante, oppure l’altra, più comoda e perfino più divertente in apparenza: lo stadio, per l’appunto. Se le cose vanno bene, tutto finisce nel migliore dei modi e per una settimana i problemi sono rinviati. Se le cose vanno male, ecco allora la violenza, lo sfogo rabbioso di tanti malumori compressi».

— Per capirci meglio, quello che potrebbe essere un divertimento diventa — al contrario — una ragione per insultare e picchiare. D’accordo, ma la colpa di chi è?
«Di tutti, del sistema in genere: vedi, durante la settimana non si fa altro che discutere, scommettere, compilare schedine, convincersi che il prezzo d’entrata è un furto, ma forse vale ugualmente la pena di farsi derubare per due ore di illusioni. E’ chiaro che quando crolla il castello, il tifoso diventa un’arma contundente. E, allora, non fa più distinzioni tra giocatori, arbitro e segnalinee. E’ soltanto un’ulteriore presa in giro che si aggiunge ad una lista diventata insopportabile».

— Questa, Sollier, è una sfaccettatura.
«L’altra, ha tempi notevolmente più lunghi: è la mancanza di una pratica sportiva di massa che ci faccia apprezzare di persona il valore dello sport: vuoi perché ci mancano gli impianti per praticarlo, vuoi perché ormai siamo condizionati dal campionato di calcio. Così, facendo una somma, troviamo molto più conveniente andare a far pratica sportiva nell’unico posto possibile: sulle gradinate, per l’appunto. Né potrebbero servire palliativi estemporanei come le marcelonghe e i giri di città. Sono soltanto una scusa, disancorati come sono dalla vita di tutti i giorni».

— Se queste sono le cause, i rimedi obbligatoriamente devono andare per le lunghe…
«Certo, ci vogliono anni. Ma dove sta scritto che le soluzioni a lunga scadenza perdono di validità? La scuola potrebbe fare molto, ma ci si sta muovendo solo ora, ci sono troppi anni da recuperare. Ed altri anni ci vogliono perché la pratica sportiva diventi un fatto quotidiano, acquisito, normale come andare al cinema».

—Torniamo al problema della violenza. Tu dici che lo spettatore accumula un sacco di problemi e di guai che possono agire — se provocati — da detonatore. Ma il tifoso è solo uno dei protagonisti di una partita. Ci sono pure i calciatori.
«Questo è certo. Vuoi perché il calcio è alla portata di tutti, tutti l’abbiano giocato e quindi quando il nostro idolo prende un calcio, lo sentiamo anche noi. Se lo atterrano è come se avessero atterrato noi e questa identificazione ci dà una responsabilità non indifferente».

— Quindi, il vittimismo e i contorcimenti…
«Roba da vergognarsi. Le venti capriole, le promesse di gambe spaccate e di denti da ingoiare, è tutta spazzatura. Se io resto a terra è unicamente perché mi hanno colpito forte. Altrimenti mi rialzo e riparto. Chi fa scena, chi dopo essere stato moribondo, si rialza e sgambetta come prima, dovrebbe venir ammonito e poi espulso. Io che faccio parte della baracca dico che non esistono resurrezioni miracolose o spugnature magiche. Quando succede è solo disonestà».

— Il rimedio, da quando esiste il calcio, non è stato ancora trovato. Significa che non esiste?
«Col cavolo. Il rimedio ce l’ho pronto io: basterebbe far accorrere le barelle e vedresti tanti finti mutilatini resuscitare di colpo. Altro che balle!».

Ecco Paolo Sollier, il public-relation man involontario di questo Perugia «tutto rosso che più rosso non si può» è tutto qui. Oppure no. C’è la versione feriale. Quella che lo vede vagare per i vicoli della città vecchia con le tasche piene di caramelle da distribuire ai bambini. Ma sbaglia chi crede lo faccia per trovare nuove simpatie, nuove amicizie; «Macché, lo faccio solo perché mi piace parlare con loro. Sono gli unici con cui mi sembra di avere un rapporto disinteressato, importante. Eppoi, molto spesso, i bambini capiscono molto più dei grandi».

«Il sinistro di Dio» come lo chiamano i suoi tifosi (magari influenzati dalla vicinissima Assisi) non riserva altre sorprese. Per ora, almeno.