PAOLO CONTI: IL BAFFO, PORTIERE PER CASO

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«Ero un autodidatta, ho saltato le giovanili, venivo dalla strada e fino ai 18 anni ho giocato da centravanti. Al mondo del calcio ero solo in prestito, avrei potuto smettere quando volevo, senza l’angoscia del fallimento»


Erano i baffi. No, erano le mani. Grandi e forti. Mani enormi, due tenaglie, due mani coraggiose che sparavano pugni all’aria e che volavano da palo a palo. Due baffi neri e dita che si incastravano tra gli scacchi bianchi e neri del pallone. Baffi diversi, neri, grandi, erano due baffoni da campione, mica quelli di Logozzo, Saltutti, mica quel pelatino di Valente, mica quelli sbiaditi e giallini di Zecchini o quelli da bandoleri messicani di Buzzacchera e D’Angiulli. In quella vita e in quella Roma ancora acriclica e in bianco e nero, l’arrivo di Paolo Conti alla Roma fu una ventata di colore puro, accecante, fu una virata della fantasia.
Perché un portiere così, assoluto, padrone dell’aria prima ancora che della linea della porta poteva spuntare solo nella Roma di quegli anni settanta, quella Roma del Terzo Posto del 1975, quella che aveva la maglietta vinaccia e il girocollo arancio.

«E se ti dico che dal giorno in cui ho smesso di giocare in serie A, non ho più indossato i calzoncini per fare una partitella, neanche tra amici? Cioè: non ho più parato, mai più, mi credete? Non ho cassette con le mie partite, non ho foto, a mala pena qualche trofeo: non ho più una “immagine” di me calciatore, è un momento superato, la vita mi ha proposto di fare il calciatore, l’ho fatto, mi sono divertito, sono sceso, eccomi qua. Certo, faccio il procuratore di calciatori, ma la palla giocata è un’altra cosa».

Come lo inquadri uno così?
«Non sono inquadrabile, per fortuna. Dicevano che ero un portiere che comandava la difesa, che uscivo spesso dall’area perché avevo il fisico, con i piedi, sull’ avversario… Ma ero solo un autodidatta: io non avevo fatto il settore giovanile, venivo dalla strada, dai parchi, dalle partite con gli amici. Dovevo solo coprire i miei limiti. Eppoi fino ai 18 anni ho giocato solo praticamente da centravanti, mica da portiere».

Come, scusa?
«I miei volevano che mi diplomassi, niente sport serio, che credi? Albergo di proprietà, mica mancavano i soldi, questione di cultura, di orizzonti: lo studio prima di tutto. Non tifavo per nessuna squadra, facevo una vita normale. Poi appena fatta la maturità, al campo dopo una partita tra amici si avvicina un dirigente del Riccione, che allora faceva la serie D, la C2 di oggi, e mi fa: Conti, vuoi tesserarti? Era il ’68, il ’69… Accettai, ero diplomato, potevo giocare centravanti per puro diletto. Una volta tesserato l’allenatore un giorno mi fa: oh, Paolo, dai prova in porta. Ecco, Paolo Conti portiere è nato così. Poi sono finito in nazionale e ho fatto da secondo i Mondiali in Argentina».

Stupefacente. E succede che per “diletto” il signor Paolo Conti da Riccione, inizia a giocare al pallone sul serio, ma. Ma…
paoloconti-roma-wp«Eh, sì, la decisione di fare il professionista l’ho dovuta prendere quando sono arrivato alla Roma. A 23 anni. Successe che Valcareggi che allenava la nazionale di serie B mi fa dopo una partita contro l’Irlanda: Beh, Paolo, hai davanti a te una bella carriera, sai?. E io: sa, mister, non so, posso anche smettere, io devo studiare, sto in serie B, che vuol dire…».

Roba da restare tarantolati. Milioni di ragazzini sbavano e lui che ci pensa bene su. E prosegue:
«La mia forza è stata proprio questa: a differenza dei miei colleghi nel calcio giocato sono stato in prestito, avrei potuto smettere quando volevo, senza nevrosi, senza l’angoscia del fallimento o delle alternative. Tra le tante cose non capivo, prima di venire a Roma, come si potesse impazzire per il calcio, mi sentivo lucido, capite? Ero distaccato, ma non freddo, questo mai. Roma m’è rimasta nel sangue, e io sono rimasto romanista. Non rinnego, anzi, mi vedo spesso con Santarini e Batistoni, lavoro nel calcio. I baffi? Sì, mi hanno aiutato, mai più tolti, Mi sentivo unico, tutti i portieri si sentono unici».

Ah, Paolone. Una generazione di romanisti sulla schiena si disegnava il numero nove di Pierino Prati, ma quel portierone strepitoso con i baffi e i maglioni luccicanti chi se lo scorda? Non avevi molte alternative: eri Rocca sulla fascia sinistra che arava l’erba, eri Pierino che segnava di testa da capellone o eri quello là, che dominava l’area, stritolava la palla a scacchi bianchi e neri.
«Il calcio mi ha dato tanto, ma mi resta la curiosità di sapere che cosa avrei fatto senza il pallone, che tipo d’uomo sarei stato, che avrei fatto di Paolo Conti – ed ecco l’unico vero sospiro di una lunga chiacchierata – Perché io sì, lo so, io ero in anticipo sui tempi. I portieri si vestivano solo di grigio e nero, io shockai tutti vestendomi con maglioni di giallo brillante o arancio: ah, quello arancio rimane il mio preferito, sì. Facevo il rivoluzionario, lo so. E fui il primo a rimettere i parastinchi, perché uscivo dai pali, sui piedi degli avversari e i calci, si sa, fanno male. Dicevano: ooh, che portiere moderno, sembra olandese, esce con i piedi. Ma il segreto l’ho detto: giocavo da centravanti, mica ero male con la palla, dovevo coprire i miei limiti veri di aver fatto il portiere senza una scuola alle spalle»

La parata della vita?
«Aaah, beh, sì, una parata me la ricordo. Eravamo all’Olimpico, c’era Roma-Inter, e quell’Inter era forte. Vincevamo noi 1-0. All’ultimo minuto Mazzola tira, all’incrocio dei pali. Come ho fatto a prendergliela non lo so proprio. Me la ricordo ancora, quella parata. Chissà, forse la più bella parata della mia vita. Uscendo dal campo Sandro mi fece i complimenti e mi disse: vieni all’Inter? Però, quella parata non l’ho mai sognata, io non ho mai più sognato Paolo Conti in porta che para, vola da palo a palo, non ho più regalato al sonno il mio passato di portiere della Roma».

Perché, nella vita di un uomo non può bastare il ricordo di una parata all’incrocio dei pali all’ultimo minuto a Mazzola?

Adattamento testo di Luca Prosperi

LA SCHEDA:

Paolo Conti (Riccione, 1 aprile 1950)

Muove i primi passi della carriera nel Riccione in Serie D, per poi approdare al Modena e successivamente all’Arezzo in serie B.
La svolta nella sua carriera è legata al passaggio alla Roma nella quale si alterna inizialmente al titolare Ginulfi per poi divenire, a sua volta, titolare stabile.
In Nazionale è destinato ad essere secondo di Zoff, colleziona sette presenze e la convocazione per i Mondiali del 1978.
Alla Roma si impone per la sua freddezza e sicurezza fra i pali e anche per il tempismo e la precisione nelle prese.
Durante il Campionato 1979/80 sia per disguidi con l’allenatore Nils Liedholm sia per un calo di rendimento, viene costretto alla panchina a vantaggio di Franco Tancredi ed entra in contrasto con la tifoseria rendendo inevitabile il divorzio dal sodalizio giallorosso.
Prosegue la carriera in Serie B con il Verona e poi con la Sampdoria (con cui ottiene la promozione nella massima serie) per poi approdare al Bari in Serie C1.