PAOLO SOLLIER: IL TREQUARTISTA MILITANTE

“Giocare a calcio o leggere i quotidiani sportivi era una cosa da cazzari. Peccato, perché alla fine il Sessantotto nel calcio è stato solo una questione di look”.


Avanguardia operaia e avanguardia calcistica. Paolo Sollier è stato il calciatore che usava i pugni per salutare il pubblico. Bastarono quel gesto, l’appartenenza ad Avanguardia operaia, l’abbonamento al Quotidiano dei lavoratori, i capelli lunghi e la barba ribelle per diventare un’icona: del calciatore impegnato, ma soprattutto di se stesso.

Perché la verità che racconta Sollier, allenatore della Nazionale degli scrittori ed ex calciatore in pensione, è «che il Sessantotto neppure sfiorò il mondo del calcio. Nel 1969 lavorai otto mesi alla Fiat Mirafiori e in autunno andai a giocare in serie D con la Cossatese. Facevo l’operaio e il calciatore. Entrare negli spogliatoi, indossare maglia e scarpini, significava entrare in un altro mondo. Quello che stava accadendo nella vita di tutti i giorni, restava fuori. Poi mi rivestivo, salutavo tutti e tornavo nell’ altro mondo. E’ in questa situazione che ho vissuto e alla fine ci avevo fatto anche l’abitudine. Io avevo cominciato ad occuparmi del sociale nel mio quartiere, la Vanchiglia, in un’organizzazione cattolica che si chiama Mani Tese. La nostra attività era il volontariato. Crescendo mi sono avvicinato alla sinistra: potere operaio, avanguardia operaia, democrazia proletaria».

sollier-chilihavisti-wp14«Ho incontrato pochi calciatori con i quali si parlava di politica. A Perugia c’era Raffaeli, che veniva da una famiglia iscritta al partito comunista. Poi c’erano quelli che simpatizzavano per i gruppi dell’extra-sinistra come Blangero, Pagliari, Codogno, Ratti, Galasso, Montesi».

«Nel 1974 o nel 1975, non ricordo bene, organizzammo un paio di riunioni per provare a creare qualcosa di nuovo, ma alla fine ci guardammo in faccia e dicemmo: ma che stiamo facendo? Dei grandi calciatori di quell’epoca, solo Gianni Rivera mostrò un’apertura e un interesse a quanto stava accadendo: la sua attività post calcio è la conferma che avesse una buona testa. Degli altri, nessuna notizia».

Che cosa è stato allora il Sessantotto per il calcio? «Un’occasione persa. Era un mondo a parte, con i suoi privilegi da difendere e per questo era impermeabile alla realtà quotidiana. Ma anche la sinistra ha le sue colpe: a quei tempi considerava lo sport una cosa da qualunquisti, un momento di disimpegno. Giocare a calcio o leggere i quotidiani sportivi era una cosa da cazzari. Peccato, perché alla fine il Sessantotto nel calcio è stato solo una questione di look. Capelli lunghi, barba, baffi e maglietta fuori dai calzoncini. Tutto qui».

sollier-chilihavisti-wp3Sono passati 40 anni e si torna a parlare del Sessantotto:
«La cosa che mi dà più fastidio è il revisionismo di questi tempi, le teorie dei voltafaccia come Giuliano Ferrara. Sembra che il Sessantotto abbia generato solo quei mille cretini che presero le armi e spararono, dimenticando tutto il resto. E invece il Sessantotto ha contribuito al progresso sociale e civile dell’ Italia. Penso al femminismo, all’ecologia, ai movimenti per i diritti civili: tutto ciò nacque allora. Il fallimento, se di fallimento è corretto parlare, è che ci illudemmo che si potesse cambiare il mondo. Il mondo non è cambiato, però il Sessantotto lo ha migliorato».

«Il calcio di oggi? Non mi dispiace quello che si vede in campo, il resto m’infastidisce. Si è consegnato alle televisioni e la tv ha cambiato tutto, a cominciare dal rito della domenica. Preferivo il calcio dei miei tempi, quando si giocava tutti alla stessa ora. Meglio l’abbuffata che lo spezzatino. Tra i giocatori italiani scelgo Totti, il migliore in assoluto, e Pirlo, poi mi piace Ibrahimovic, anche se talvolta esagera nei personalismi. Zidane mi faceva impazzire, ma la stima è finita con la testata a Materazzi. Con chi scambiare due chiacchiere? Con Damiano Tommasi. Mi piacerebbe incontrarlo. Il resto è come ai miei tempi. Un muro di gomma».

Testo di Stefano Boldrini

LA SCHEDA

Paolo Sollier, nato a Chiomonte il 13 gennaio 1948.
Negli anni settanta gioca in Serie C con Cossatese e Pro Vercelli. Si trasferisce in seguito a Perugia dove partecipa alla vittoria nel campionato di Serie B e gioca il primo anno in serie A della squadra umbra.
Milita quindi per tre stagioni nel Rimini in Serie B, per poi proseguire la carriera in Serie C con Pro Vercelli e Biellese. In carriera ha totalizzato 21 presenze in Serie A e 124 presenze e 11 reti in Serie B.
La sua notorietà è dovuta però principalmente al libro “Calci e sputi e colpi di testa”, pubblicato da Gammalibri (1976), nel quale il calciatore racconta la propria militanza in Avanguardia Operaia e descrive il mondo del calcio da un punto di vista alternativo rispetto ai colleghi. Diventa emblematico il suo saluto col pugno chiuso rivolto ai tifosi del grifone, saluto che gli provoca l’antipatia delle tifoserie di segno politico opposto.

Sollier assieme al compagno di squadra Giancarlo Raffaeli, in piazza 4 Novembre a Perugia, nell’inverno del 1974