PAULO ROBERO FALCAO – aprile 1984

Giudicato per tre anni il miglior calciatore in assoluto del Brasile, si è inserito di diritto tra i protagonisti del calcio italiano facendo fare il salto di qualità a una Roma che domenica tenta l’aggancio con la Juventus

L’eroe dei due mondi

IL TEMA è di quelli obbligatori: Roma-Juventus, comunque finisca, può valere un intero campionato ed inoltre è una specie di «Gotha» di grandi campioni. Ma l’Olimpico, domenica prossima, sarà anche il fulcro di un’incredibile festa dello sport che si identifica nel contrasto stridente di due città, due filosofie di vita, due culture anche calcistiche antitetiche seppure omologhe perché entrambe finalizzate alla vittoria: cioè, la Juventus mitteleuropea più diplomatica e concreta e la Roma brasiliana più fantasiosa e ricca di languide emozioni. In altre parole, alla vigilia di questo appuntamento, per decifrare il gioco romano è indispensabile leggere tra le righe il suo leader, quel Paulo Roberto Falcao di cui tuttavia – in chiave italiana e calcistica, soprattutto – non vi è più niente da scoprire. Del campione, quindi, si sa tutto e riparlarne oggi in maniera esclusivamente tecnica non modifica la storia di un calciatore che ha vinto tre campionati brasiliani, uno italiano (ma aspettato a Roma da quarantun’anni) e per tre volte si è aggiudicato la «Boia de Ouro» come miglior giocatore in assoluto del Brasile. Il discorso invece si fa estremamente stimolante – sempre restando in un’ottica di scudetto – andando alla scoperta del carattere della Roma attraverso l’identificazione con l’altra faccia di Falcao, quella intima e gelosa e mai identificabile in assoluto perché ancora in avvenire. Un Falcao inedito dove la nostalgia è «…avere il pensiero in un luogo troppo lontano», dove un ricco «è soltanto un povero con qualcosa in più», dove credere in Dio è un atto di fede a un «perché» interiore di cui non si trova il «perché» razionale e dove il «deixa ser», la filosofia del «lascia che sia» lo si assorbe assieme al fascinoso struggimento dei versi di Vinicius de Moraes e all’amara allegria dei racconti di Amado poiché tutto questo è l’anima stessa del Brasile, madre grande e gentile.
In altre parole, quindi, proprio in questo particolare autoritratto (particolare come lo è Falcao, un brasiliano del Sud ma col carattere che corrisponde al nostro Nord perché laggiù i meridiani sono capovolti) si può trovare la chiave ideale per decifrare una partita che per noi, campioni del mondo del calcio ma ancora dilettanti della vita e della, sua filosofia quotidiana, pare essere di fondamentale importanza.

PORTO ALEGRE. Tra i grattacieli di Porto Alegre comincia a dipanarsi la storia di Falcao. Il brasiliano, cioè, che dopo essere stato eroe in Brasile si è ripetuto a Roma propiziando uno scudetto atteso per quarantuno anni e che domenica prossima (infortunio al ginocchio permettendo) sarà il protagonista dell’Olimpico dove potrebbe decidersi il campionato 1983-84. Falcao, comunque, è meno possibilista: «Certo sarà una domenica importante, ma io credo che saranno ancora più importanti quelle seguenti».
Dunque Porto Alegre: capitale di Rio Grande do Sul terra di emigranti italiani spazzata dal vento di Pampa. I gauchos (con l’accento sulla «u» come tengono a precisare), sono gente orgogliosa, dotata di spirito combattivo e con la «garra» sempre sfoderata. L’antitesi dei brasiliani «carioca», per intenderci. Qui Paulo muove i primi passi, non solo calcistici.
Per la verità il racconto dovrebbe prendere le mosse da Belar do Luz, stato di Santa Caterina dove Paulo Roberto nasce il 16 ottobre 1953. Ma dopo due anni la famiglia Falcao emigra a Rio Grande do Sul, terra cara a Garibaldi, un altro eroe dei due mondi. Paulo, come era Porto Alegre? Cosa ti piaceva e cosa non ti piaceva?
«Il clima era identico a quello italiano ma il pregio maggiore di Porto Alegre era che pur essendo una grande città potevi vivere tranquillo. Lati negativi? Non saprei. È difficile trovare difetti alla città in cui hai le radici».
– A 11 anni sei entrato nell’International de Porto Alegre: è lecito chiedere a un brasiliano perché comincia a giocare a calcio?
«Giocavo in una squadra di ragazzi, mi piaceva molto giocare a calcio. Per questo un giorno sono andato a fare un provino nell’International. Di là ho cominciato tutta la trafila: escolinha, mirin, infanti), infanto-juvanil, juvanil che corrisponde alla Primavera, poi professional, la prima squadra, insomma».
– E c’era qualche tuo compagno che ammiravi e tentavi di imitare?
«Ce ne erano di molti bravi, ma tu cerchi sempre di imitare i campioni più famosi. Il calciatore, quindi, che ammiravo di più era Pelé».
– Guardiamo dietro l’angolo di Falcao campione di calcio: sei stato povero?
«Povero? Sì, ho vissuto la povertà, l’esperienza della povertà. Anche se può sembrare strano è stata una cosa bellissima perché mi ha insegnato a dare il giusto valore alle cose».
– Hai mai patito la fame?
«No, la fame no, almeno nel vero senso della parola. Ho vissuto momenti di povertà vera, ma non l’ho mai accettata passivamente. Qualche volta, quando ero dilettante nell’International, ero costretto a vendere vuoti di bottiglia per procurarmi i soldi dell’autobus e poter partecipare agli allenamenti. Ma anche queste esperienze mi sono servite per conoscere la vita e le sue difficoltà».
– La povertà dunque, come scuola di vita e forse ancor’oggi condizionante nel contesto dei tuoi guadagni…
«Non lo so. Io credo che i soldi siano importanti solo quando non ci sono. Oggi non sono ricco ma vivo in una situazione di tranquillità economica per ciò non mi sono mai preoccupato di non avere denaro».
– Dici Falcao e pensi subito al calcio: tu, però, hai superato l’esame di ammissione all’università nella facoltà di giurisprudenza. Quali ricordi sono legati alla scuola?
«Ricordi molto belli. Sapevo che per raggiungere traguardi nella vita avrei dovuto studiare e quando si sa che tutto è subordinato a determinati obblighi si riesce a fare le cose con più piacere. Il segreto secondo me è di mettere allegria nelle cose che si fanno e non vederne soltanto i lati negativi».
– Come ricordi le vittorie della Seleçao nelle Coppe del Mondo? Nell’58 eri troppo piccolo, ma nel 1962 e nel 1970?
«Ricordo meglio quella del 1970. Allora io pensavo già che avrei giocato in una Coppa del Mondo, però quando vedevo tutti quei grandissimi giocatori mi sembrava un sogno irrealizzabile. Già trovare un posto in prima squadra nell’International dove militavano grandi campioni appariva impossibile e per di più quello sarebbe stato solo il primo passo per arrivare alla nazionale. Poi sarebbe stato necessario il consenso della gente che deve considerarti degno di indossarne la maglia; quindi giocare e fare esperienza nella Seleçao e infine, giungere in buona condizione al Campionato del Mondo. Erano tanti fattori e sembravano inconciliabili. Ero comunque il primo tifoso della nazionale e dopo la vittoria tutti in strada a festeggiare ed esultare. Ma a 12 anni sembrava così lontana la Seleçao, come lontano appariva giocare nell’International dove ero ancora infanto-juvanil. Cominciai a crederci di più quando fui convocato per la Nazionale Juniores con cui andammo a Cannes e tre mesi dopo quando giunse la convocazione per i Giochi Olimpici di Monaco. Allora ho capito che ci sarei riuscito».
– Quali sono stati gli allenatori che ti hanno aiutato di più?
«Ho imparato qualcosa da tutti. Ad esempio, giocavo titolare nell’infanto-juvanil con un allenatore che si chiamava Dernesto Gaedez. Ricordo che mi fece giocare in un ruolo non mio. Io avevo sempre giocato mezzala e lui mi fece giocare come mediano di spinta davanti alla difesa. Sempre in quel ruolo sono passato allora nella Primavera e nella prima squadra richiesto dall’allenatore Dino Sani. Avrei dovuto fare un altro anno in Primavera invece Sani mi ha voluto con sé. Lui era stato un grande mediano ed ho imparato tanto da lui. Ma anche gli insegnamenti di Enio Andrade, Rubens Minelli, Sergio Moacir Torres sono stati utili».
– Cosa ha rappresentato Pelé per i giocatori della tua generazione?
«Pelé è stato il più grande di tutti anche perché tutti lo ritenevano tale. Il calcio, infatti, ha delle sue regole: non basta sapere di essere grande, ma per affermarsi occorre il consenso degli altri. E il consenso che ti fa essere un uomo di successo».

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BRASILE, MADRE GENTILE. Il calcio in Brasile cosa rappresenta? Una fede, una superstizione, forse, un’ossessione oppure è una pratica filosofica?
«Il calcio in Brasile è semplicemente lo spettacolo più seguito».
– Ma il Brasile è anche la patria del calcio…
«No, io non sono d’accordo. In Italia, ad esempio, il calcio è più seguito. Quando si parla di Brasile le prime parole che vengono in mente sono calcio e samba. Il Brasile è invece tante altre cose. Il calcio è solo l’aspetto più decantato. E a ciò ha contributo moltissimo Pelé il più grande interprete del gioco brasiliano. No, il calcio è seguito molto in Brasile, ma se c’è una brutta partita poca gente va allo stadio».
– Che relazione esiste tra i grandi problemi che assillano il Brasile ed il calcio?
«Il più grande problema oggi è l’inflazione, il dissesto economico. Il calcio obbligatoriamente non è insensibile all’ambiente che lo circonda: per allestire una grande squadra si investono soldi e occorre un ritorno, costituito dai tifosi che vanno allo stadio a vedere le partite. Credo che oggi come tre anni fa quando vivevo più direttamente il problema, il calendario crei grosse difficoltà e con due partite alla settimana i tifosi sono costretti a scegliere la partita più interessante e rinunciare all’altra».
– Credi che la politica sia importante?
«Senz’altro perché amministra il paese. Ogni paese, cioè necessita di una sua politica che è frutto della cultura del popolo».
– Socrates sostiene che giocare a calcio è anche fare politica e che questo vale soprattutto per il Brasile. Sei d’accordo?
«Sì, sono d’accordo. Io ho la mia opinione politica perché conosco i problemi che esistono nel mio paese, però non penso che la mia idea possa incidere sulla situazione e non so nemmeno se essa è la più giusta, la migliore, insomma, per il Brasile. Per questo motivo mi astengo dal renderla pubblica. Sono un calciatore ma anche un uomo pubblico e quindi ho dei doveri. Ricordo che da ragazzo, quando non avevo opinioni personali su una determinata cosa e sentivo i pareri dei miei idoli, Pelé per esempio, li facevo miei, senza spirito critico. Per questo la politica è una grossa responsabilità. Io trovo che a meno che non si diventi politici attivi, nel qual caso si è tenuti a manifestare le proprie opinioni, si debba essere molto cauti. Potrei dare un giudizio errato perché per darne uno attendibile si deve vivere all’interno della politica. E la soluzione che porti deve sempre essere positiva: è facile cioè criticare senza proporre un’alternativa. Ecco, su questi principi si basa la mia idea della politica. E per quanto mi riguarda io faccio politica in prima persona giocando al calcio».
– Ricordi qualche momento saliente della vita politica del Brasile? Diciamo la presidenza Kubtschek, la fondazione di Brasilia, il governo Goulart, il «golpe» del 64…
«Ero piccolo, all’epoca. Ricordo però che nel 1964 quando avevo 11 anni ci furono moltissimi scioperi. Ed io ero molto arrabbiato perché avendo sempre il pallone per la testa, a causa degli scioperi non potevo prendere il pullman e quindi fare allenamento…».
– Le elezioni del 15 novembre dello scorso anno hanno costituito una svolta importante oppure no?
«Io credo che le elezioni siano comunque importanti, anche se non c’è sempre un cambiamento delle realtà. Questo si verifica quando c’è bisogno di cambiare altrimenti la situazione si mantiene inalterata quando questo bisogno non si verifica. Dipende dal momento e dalla opinione politica dei cittadini. L’importante è che si dia ad ogni cittadino l’opportunità di votare per ciò che ritiene meglio. E mi sembra che ora in Brasile avvenga questo».
– Ma questo immenso paese dalle enormi risorse potrà decollare e sfruttare appieno tutte le sue potenzialità? L’inno brasiliano dice «Paz no futuro e gloria no passado» ecco, quando si raggiungerà questo scopo?
«Il Brasile è un gigante. Io credo che la cosa importante sia avere le potenzialità, poi si tratterà di amministrare saggiamente ed accortamente le proprie risorse».

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FUTEBOL. Parliamo di calcio e di un gol segnato dopo sette passaggi consecutivi al volo…
«Quello è stato stupendo, davvero. Porto Alegre, 1976, lo stadio è il Beira Rio Gigante Gaucho: giocavamo contro l’Atletico Mineiro il ritorno della semifinale della Taca de Ouro, era il 46′ del secondo tempo ed eravamo pari e se la partita fosse finita così I ‘Atletico avrebbe superato il turno ed incontrato in finale il Corinthians. C’è un fallo a metà campo e il nostro stopper batte la punizione a parabola sul nostro centravanti che era uscito dall’area di rigore, il centravanti dà al volo alla nostra mezzapunta che sopraggiunge dall’altra fascia, lui me la passa di testa ed io in corsa gliela ho restituita sempre di testa; poi sempre al volo lui la mette davanti al portiere ed io in spaccata riesco ad insaccare. È stato un gol molto importante e dopo abbiamo vinto anche la finale e ci siamo aggiudicati per la seconda volta la Taca de Ouro».
– Non parliamo dell’ultimo Campionato del mondo, ma piuttosto della tua carriera nella Seleçao prima del mondiale spagnolo.
«Io non ho mai avuto una carriera vera e propria in Nazionale, per molti motivi. Ho sempre lottato per essere titolare, ma allora il problema era di mentalità: in quel periodo, cioè, si tenevano in scarsa considerazione i campionati degli stati che non erano Rio e Sao Paulo, quali Rio Grande do Sul e Minas Gerais. Nel 1975 e nel 1976 abbiamo vinto per due volte il campionato brasiliano e tutti si sono interessati di più del calcio gaucho e di conseguenza tre o quattro giocatori delI’International vennero convocati per la preparazione e la fase eliminatoria dei Campionati del Mondo del 1978. La nazionale era senza dubbio un traguardo molto ambito, ma noi eravamo talmente chiusi che tutta la voglia scompariva e non ti potevi esprimere al meglio. Allora io insieme con altri ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla mia squadra di club nella quale poi ho assaporato e vissuto le gioie più belle. Infine c’è stato un litigio con Countinho, il selezionatore. Io volevo giocare, sempre voglio giocare cercare di dare il mio contributo, ma Coutinho non solo non mi faceva giocare, ma non mi metteva neppure in panchina. Allora ho fatto una scelta professionale e di vita e io gli ho detto: io rispetto le sue idee, ma preferisco dedicarmi all’International. La mia esperienza nello Seleçao è tutta in questa frase».

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PERSONALITÀ. Paulo Roberto Falcao a ruota libera: quali sono i tuoi difetti?
«Sono un perfezionista».
– Non credi che il perfezionismo mortifichi la fantasia?
«No, l’unico problema è che nei momenti belli non riesci mai ad essere contento di te stesso. È un pregio ed un difetto contemporaneamente».
– Qual è la qualità più importante?
«L’onestà».
– Cosa ti fa paura: la vecchiaia, il dolore oppure…
«L’ingiustizia. Perché chi la subisce non può reagire».
– Quando entri in campo sfiori con una mano il prato verde, poi fai il segno della croce. Dio, la patria ed il futebol: in quel tuo gesto c’è tutto l’animo brasiliano?
«L’interpretazione che dò io è un’altra: metto la mano sul luogo in cui faccio il mio lavoro; sul campo però si rischia anche di farsi male, oppure di fare male, e allora faccio il segno della croce».
– Credi in Dio?
«Sì. Non sono comunque cattolico praticante soprattutto a causa della mia professione».
– Chi è Dio per te?
«Dio per me è “qualcuno” al di sopra di tutte le situazioni, è dentro ognuno di noi. £ onnipresente. Per una nostra necessità bisogna credere in qualcosa e io credo in Dio».
– Pensi che possa esistere l’ateismo?
«No, io credo che per vivere tranquilli si debba credere in qualcosa. Uno crede quando ha delle prove, ma alla fine di questo ragionamento scopri che invece a volte, credi senza prove. Credi e basta. Questa è la fede. Ci sono fenomeni che non si spiegano. Tutti i “perché” hanno un perché. Però a volte non riesci a trovarli. Allora trovi la fede».
– In momenti particolarmente difficili hai mai avuto crisi esistenziali? Ti sei mai chiesto perché vivi?
«È difficile chiedersi “perché vivo?” Potresti, allora, porti Io stesso interrogativo per la morte : “Perché si muore a 10 anni o ad 80?”. Io vivo per un insieme di cose. È un concetto molto personale. Per che cosa si vive potrebbe essere interpretato con il concetto: “dove voglio arrivare”. Nel momento, cioè, in cui vivi hai sempre un obiettivo da raggiungere».
– La famiglia è importante?
«Certo. È quella che mantiene la società. Io amo molto la mia famiglia perché ama Paulo Roberto nei momenti brutti e nei momenti belli ben sapendo che le esigenze del Falcao calciatore spesso sono prioritarie. Formiamo una grande comunità: Gordon, Rato, Magda, mia madre e prima c’era anche mia zia».
– In Europa c’è la tendenza ad emanciparsi e ad uscire dalla famiglia. Pensi ci siano differenze sostanziali tra i giovani europei e i giovani brasiliani?
«In Brasile si vive e ci si diverte più in gruppo. Rispetto all’Europa ci sono differenze di mentalità e di eredità culturale. Ma anche quelle climatiche sono importanti. In Brasile ci sono grandi feste ed il Carnevale è la più sentita. Si può immaginare ad esempio un Carnevale con il freddo che fa qua? No, è proprio una maniera diversa di vivere e quindi sono differenti anche le caratteristiche personali».
– Hai detto di essere perfezionista e di cercare sempre di migliorarti: non temi che questo binomio possa non realizzarsi mai?
«Quando si vince e quando si raggiunge un obiettivo, è gratificante sapere che hai dato il meglio di te stesso. Ma un perfezionista non è mai completamente soddisfatto è convinto che si possa fare ancora meglio. Io gioisco per conto mio, bisogna vivere le emozioni al momento giusto. Ho vinto? Cerchiamo di vincere ancora, non ci si deve mai sentire realizzati. Il calcio non è ieri, è oggi».
– Falcao, cos’è l’amore?
«È difficile dirlo. L’amore è qualcosa che esiste ma è difficile afferrarlo. Stare vicino ad una persona anche nei momenti meno felici è almeno una prova d’amore e vale per tutti i rapporti anche con amici e familiari».
– Vinicius sosteneva che l’amore può essere assenza: in un verso dice «ti possiederò più di chiunque altro perché potrei partire». Sei d’accordo?
«Non mi sembra l’interpretazione corretta. Vinicius credeva che si dovesse amare molto intensamente ben sapendo però che l’amore non è eterno. L’amore è convivenza, devi vivere con una persona se no non potresti dire “ti possuirei mais que ninguem porque poderei patir”. L’amore deve essere coltivato: ognuno ha una propria definizione d’amore, ne esistono migliaia, l’amore è tutto ed il contrario di tutto. L’amore è anche odio a volte perché amore e odio sono sentimenti molto vicini. La definizione più giusta è che non si può definire, si sente e basta. Come il gol. Quando mi chiedono cosa sento dopo un gol, rispondo che non è possibile dirlo. Si sente e basta».
– I poeti come Vinicius forse sono riusciti a definire i sentimenti…
«Si possono dire tante cose, ma non si trova una frase che le riassuma tutte. Vinicius credo sia stato il più grande poeta brasiliano, ma anche nella canzone brasiliana esistono grandi poeti, come Chico Barque de Hollanda, per esempio».
– Ami anche la musica tradizionale di Bahia?
«I “barbari meravigliosi”? Certo, sono forti ma non ho preferenze musicali precise. Dipende dal momento, dallo stato d’animo: allora vanno bene sia la musica di Bahia che quella più ritmata di Rio».
– Leggi molto?
«No, abbastanza poco. Mi piace, in astratto, il libro che serve alla mia professione oppure quello da cui posso trarre qualche insegnamento per la vita».
– Dopo il calcio cosa farai?
«So che a lunga scadenza esiste una determinata cosa. Ci penso ogni tanto. Cerco di raggiungerla ogni giorno. Non dipende tra l’altro solo da me. Dipende “anche” da me, ma hai sempre bisogno degli altri. Come nella vita, troverai sempre qualcuno meglio di te e allora non smetterai mai di imparare».
– Per finire: hai paura della morte?
«Purtroppo la morte è l’unica cosa certa della vita. Tutti ne hanno paura, ma io credo che poi ci si abitui all’idea che la vita finirà. Può succedere domani o fra vent’anni; ma io sono sicuro che se tu hai una morte naturale, senti quando sta per arrivare e sono certo che in quel momento provi una grande tranquillità, come se lo avessi sempre saputo».