NEDVED Pavel: la luce di Praga

IL SOGNO DI VACLAV

Cheb è una piccola città della provincia boema, appoggiata alla linea di confine con la Germania. Centosettanta chilometri ad Ovest di Praga, e appena cinquanta da Karlovy Vary, luogo di terme e di quiete che un tempo, quando si chiamava Karlsbad, incantava Beethoven, Chopin, Goethe, Bach, offriva la sua anima liberty e la tranquillità dei suoi alberghi neoclassici a Pietro il Grande e a Maria Teresa d’Austria. Cheb, però, è un’altra storia da sempre. Poco più che un paese, trentamila abitanti, le piccole laboriose industrie tessili e del vetro (cristalli di Boemia, naturalmente) appoggiate sulle sponde del fiume Ohre. Non è cambiato molto, rispetto a una trentina d’anni fa, quando Vaclav Nedved, operaio in una di quelle piccole fabbriche, si alzava molto presto di mattina per prendere il pullman che lo portava al lavoro. E magari su quella corriera niente affatto stravagante rispolverava quei sogni dai quali, per amore o per forza, o semplicemente perché la vita ti impone delle scelte, si era dovuto svegliare.

Aveva una passione, Vaclav, e si chiamava calcio. Ci sapeva fare, anche. Non una stella, ma un buon comprimario, con tanto di lunga e onorata carriera sui campi di Seconda divisione. Poi, appunto, era arrivato a un certo bivio della vita, di quelli che ti impongono scelte precise e decise.
E lui aveva scelto. L’amore per Ana, il matrimonio, la famiglia, un lavoro sicuro perché da quelle parti, più che mai in quegli anni, di pallone non potevi certo vivere. Non che si fosse spento, il canale dei sogni. Semplicemente, le prospettive erano cambiate. E adesso c’era il piccolo Pavel, da far crescere sano e forte. E il piccolo Pavel cresceva, eccome se cresceva, alimentando i sogni di papà in quelle albe di viaggio verso il lavoro. Da Vaclav il ragazzo aveva ereditato l’aspetto fisico, ma anche una certa passione-vocazione. Gli piaceva il calcio, da impazzire. Si esercitava ore e ore contro il muro di casa, accarezzando il pallone, indovinandone i rimbalzi, i cambi di rotta improvvisi.
Un muro, a volte, può essere il posto ideale per affinare la tecnica. Vaclav Nedved incoraggiava senza fanatismi la passione del suo piccolo Paolo, che intanto andava dritto per la sua strada anche sui banchi di scuola. Tra i migliori alle medie, alle superiori, una corsa filata verso il diploma di ragioniere. Orgoglio di famiglia.

LE LUCI DI PRAGA

Pavel non può certo continuare a tirare bordate contro quel muro. A parte che diventano sempre più potenti e precise, il ragazzo merita un campo in cui esprimersi, un’occasione, una ribalta. Ha già fatto le sue esperienze nel Chebu e nello Skalna, a livello giovanile. Il Pilsen è la prima squadra che lo tessera, un minuscolo club poco più che amatoriale che gli offre l’opportunità di farsi conoscere a livello locale. Ma la squadra vera, naturalmente, è il Cheb. Pavel impara in fretta il mestiere difficile di profeta in patria, in poco tempo diventa l’idolo dei tifosi locali, tutta gente che lo ha visto crescere e che prima delle sue gesta ha ammirato quelle di papà Vaclav. Ci sa fare, il ragazzo: ha polmoni d’acciaio, grinta da vendere e anche una notevole tecnica. I supporter del Cheb lo adorano, ma impiegano un niente a capire che quel gioiellino fatto in casa lo perderanno in fretta. Succede di lì a poco, e questa volta per Pavel si aprono i cancelli della Prima divisione.

Quel viaggio, centosettanta chilometri verso Est, il giovanissimo Nedved lo affronta per presentarsi puntuale all’appuntamento con il servizio di leva e all’esame del Dukla Praga, una dellle società storiche della capitale e del calcio ceco, dieci titoli e sette coppe nazionali in bacheca, conquistati quando la sfida della Cecoslovacchia unita era Dukla-Sparta, la squadra dell’esercito contro quella della polizia, un derby che odorava di guerra fredda, non solo di calcio. Succedeva ai tempi dell’altro muro, quello che non serviva per tirare calci a un pallone ma per dividere le coscienze e gli uomini. Altra storia.

Quando Pavel arriva al Dukla, i fasti e le sfide con lo Sparta sono storia passata. La società non è proprio decaduta, ma viaggia a basso profilo, vivacchia nella massima serie. Però il giovane Nedved fa l’esordio tra i grandi a nemmeno vent’anni, e non può chiedere di più alla vita. E la stagione 1991-92, il Dukla la chiude all’undicesimo posto, parte bassa della classifica, ma Pavel prende il volo: mette a referto diciannove presenze e tre reti, si fa notare. E nell’estate successiva arriva la chiamata da quelli dell’altra sponda, quella ancora nobile, di Praga. A vent’anni appena compiuti, il biondino si mette addosso una maglia dello Sparta. I sogni di papà Vaclav si sono realizzati.

LE CERTEZZE DI ZEMAN

Lo Sparta è il massimo approdo, la ribalta migliore. Più in là, nel calcio della Repubblica Ceca, non si può andare. Pavel lo sa, e comprende che deve giocarsi bene le sue carte. Ha una ricetta, per riuscirci. Semplice, concreta. Lavoro e ancora lavoro. È il primo a presentarsi agli allenamenti, l’ultimo ad andarsene. Si tiene in forma anche quando l’attività è ferma, durante le vacanze e le pause. Nei rigidi inverni praghesi si sottopone a dosi supplettive di allenamento, i compagni lo guardano, scuotono la testa bonariamente, sorridono. Lo chiamano “il matto”. Sbagliano. E sbaglia quel tecnico che all’inizio, pochi mesi dopo l’approdo allo Sparta, mentre il ragazzo si dà un gran daffare per entrare in sintonia col gruppo, gli dice papale papale che non è degno di indossare quella maglia. Adatto a un calcio minore, per capirci, non certo a un club blasonato come quello. Non dimentica, “il matto” Pavel: «Già, mi successe anche questo. Il nome dell’allenatore? Tralasciamo. Tanto, ormai è chiaro che si era sbagliato».

In campo, Nedved cerca prima di tutto il ruolo giusto. All’inizio gioca in attacco, poi lo spostano a centrocampo. Ma trova comunque la porta, quasi sempre partendo da lontano e mettendo a soqquadro le difese. In più, c’è quel tiro potente e pericoloso, micidiale sui calci piazzati. Un anno di ambientamento, e i primi trionfi: diciotto presenze nel campionato che vale il titolo, un’impronta decisa nella conquista della Coppa nazionale, vinta in finale contro il Kosice.

Il secondo anno allo Sparta è un ulteriore passo avanti, e Nedved diventa un elemento-chiave della squadra. È ancora campione della Repubblica Ceca, è sempre più presente. E inquadra la porta con maggior frequenza: sei reti nella stagione 1994-95, addirittura quattordici nel 1995-96, su un totale di trenta presenze. Il 1996 è anche l’anno della consacrazione, dell’Europeo in Inghilterra.
E’ lì che tutti imparano a conoscerlo, ma guai a dimenticare che qualcuno gli aveva buttato gli occhi addosso molto prima. Un boemo, come lui. Uno radicato nel paese dove, dicono, si gioca il calcio più difficile. Quanto meno, uno dei più gratificanti dal punto di vista economico.

L’osservatore decisamente speciale si chiama Zdenek Zeman. Un amico lo invita, durante un soggiorno a Praga, a dare un’occhiata a quel ragazzo. E a un altro giovane biondo di belle speranze, il centrocampista centrale Radek Bejbl, che gioca nello Slavia. E un giorno d’autunno del 1995, c’è il derby, l’occasione è buona per vedere il meglio del calcio ceco, e i due gioiellini in questione. Zeman osserva, naturalmente in silenzio, e annota. E alla fine torna in Italia con una certezza: Nedved può farcela, può sfondare nel nostro campionato.

Quando si fa sicura la partenza di Winter, destinazione Inter, il tecnico della Lazio va all’attacco di Cragnotti. Pavel Nedved sarebbe, in quel momento, un investimento tutt’altro che impegnativo: è valutato intorno al miliardo di lire. Ma quello (stagione 1995-96, appunto) è il suo anno: con lo Sparta segna 23 reti tra campionato e coppa nazionale, e Zeman non è il solo ad avere l’occhio lungo. Prima degli Europei, quando si concretizza il primo contatto, salta fuori una prelazione del Psv Eindhoven. Il prezzo lievita, arriva a quota sette miliardi. A quel punto, l’Europa del pallone si trasferisce armi e bagagli in Inghilterra.

RIVELAZIONE D’EUROPA

Se in Italia nessuno conosceva il nome di Nedved, ecco l’occasione giusta. La nave azzurra di Sacchi, Ct la cui stella inizia ad offuscarsi, trova la Repubblica Ceca al secondo incontro del gruppo 3, il 14 giugno a Liverpool. Affonda, e a darle il colpo di grazia sono proprio i due famosi gioiellini visionati da Zeman: gol di Nedved, pareggio di Chiesa, rete decisiva di Bejbl. E una grande avventura, quella, per la nazionale di Pavel e compagni. Lui, dal punto di vista del carattere, è sempre quello dei primi giorni di Praga. Ostinato, deciso nel chiedere sempre il massimo a sè stesso.

E’ taciturno, introspettivo. I compagni lo chiamano affettuosamente “Medved”, l’orsetto (“meda”, in ceco, significa “orso”). In campo, però, è uno dei leader di quel fantastico gruppo che supera insieme alla Germania il girone eliminatorio (mentre l’Italia dell’Arrigo, sconsolata, fa le valigie), e poi fila dritto in finale battendo il Portogallo ai quarti e la Francia in semifinale. Nel mitico stadio di Wembley, il 30 giugno, la Repubblica Ceca si trova anche a un quarto d’ora dal trionfo, ma Bierhoff la risveglia prima pareggiando il gol di Berger, poi freddando gli entusiasmi nei supplementari, con il “golden gol” della vittoria tedesca. Quando Pavel rientra in patria, quei novantacinque minuti sono già passati alla storia. «La nostra gente ci trattò da eroi, come se quell ‘Europeo l’avessimo vinto noi. Fu una grande gioia, nonostante tutto». L’ultima, tra le mura di casa. A Praga, Nedved ha appena il tempo di preparare le valigie. C’è la Lazio, ad attenderlo. C’è Zeman, il boemo che aveva visto un po’ più lontano degli altri.

I DUBBI DI SVENGO

A ventiquattro anni, Pavel si lascia alle spalle una bacheca già ricca: tre scudetti, due coppe nazionali, oftre al titolo di vicecampione d’Europa. Non tutti credono all’ennesima scommessa di Zeman: d’accordo, il gol a Peruzzi; d’accordo, l’Europeo vissuto da protagonista. Ma saprà, questo Nedved, adattarsi al calcio italiano? A dire il vero, se lo chiede anche il diretto interessato.
«All’inizio nulla è stato semplice. Avevo davvero il timore di non essere all’altezza di questo campionato, di una platea immensa come quella dell’Olimpico. Ma Zeman mi ha sempre incoraggiato, e del resto io non ho mollato mai».
E un altro gioco, per Pavel. «Ho dovuto ambientarmi, abituarmi a un tipo di calcio nuovo. Un altro mondo, dal punto di vista tattico. Senza contare la velocità: rispetto al calcio della Repubblica Ceca, quello italiano viaggia a ritmi elevatissimi». Il lavoro no, quello non è un problema. C’è abituato, l'”orsetto” Pavel. Fermo non ci sa stare.

La prima stagione italiana fila via senza problemi. Nel 4-3-3 di Zeman, Nedved è spesso costretto al sacrificio difensivo: il centrocampo è “corto”, e davanti c’è un attaccante come Signori. Se la cava decisamente bene, convince. I numeri, che non sono tutto nella storia di un calciatore, parlano di sette reti in trentadue partite, senza contare i due gol segnati in Coppa Uefa e quello realizzato in Coppa Italia. Bottino a parte, un perfetto anno d’ambientamento. Ma Pavel a fine stagione perde il suo primo sostenitore. Zeman si trasferisce sull’altra sponda del Tevere, e a dire il vero fa di tutto per portare con sè anche il suo pupillo. L’operazione non gli riesce, e Nedved resta in biancazzurro a dare il benvenuto al nuovo timoniere.

Rose e fiori, all’inizio, non si sprecano tra lui e Sven Goran Eriksson. Per carità, lo svedese parla chiaro da subito, ma per il giocatore è una doccia fredda: «All’inizio restai ferito dalla sua sincerità. Mi disse che non mi conosceva abbastanza, che aveva bisogno di tempo per valutarmi bene». Non una bocciatura, ma quasi. Per tutti, Pavel è lo straniero destinato alla tribuna, visto che la legge sugli extra-comunitari impone di non schierarne in campo più di tre. Lui è il quarto. Eriksson intende provare il modulo offensivo a tre punte, nelle sue idee non sembra esserci spazio per un centrocampista dedito alle proiezioni offensive.

Lui non si scoraggia. Ritrova la panchina, rosicchia minuti importanti partita dopo partita, non smarrisce il senso del gol. Si specializza nel risolvere problemi, borbotta tra sè e sè in panca ma quando va in campo quasi sempre lascia il segno. Non si può certo dire che il tecnico svedese sia uno di quelli che restano inchiodati alle loro posizioni. Poche settimane e Nedved è titolare in una squadra dagli schemi rivisitati apposta per lui, a scapito di uno degli attaccanti (più spesso Boksic, a volte Casiraghi). «Nedved? Come si fa a lasciar fuori un giocatore come lui? E sempre decisivo», si lascia sfuggire Svengo. E’ idillio.

PEZZO PREGIATO

A fine stagione (il 1997/98, seconda annata tra gli stadi d’Italia), Nedved chiude con undici reti all’attivo, massimo bottino su queste ribalte. Le cose cambiano l’anno successivo, quando gli equilibri vanno rivisti alla luce della partenza di Jugovic e degli arrivi di Salas e Bobo Vieri.
Nedved trova più traffico lungo i corridoi centrali, la zona del campo che predilige, e in più risente dei postumi dell’operazione al ginocchio subita durante l’estate. Insomma, non è brillante come al solito, e sopperisce alla carenza mettendosi a disposizione della squadra, con notevole spirito di sacrificio. Gli capita anche di innervosirsi più spesso, in campo. «Ma un attimo dopo non mi riconosco in quello che ho fatto», commenta serafico. Dopo. In un’occasione, almeno, ha mille ragioni di arrabbiarsi. Succede quando il quarto uomo Gini, durante Inter-Lazio, convince l’arbitro Boggi ad espellerlo, per un inesistente fallo su Ze Elias. Tre giornate di squalifica, poi ridotte a due grazie alla prova tv che evidenzia l’assurdità della decisione.

Sta di fatto che la forma non è quella delle grandi occasioni, e ci si mettono anche le sirene del mercato, a distrarre. Ai primi di gennaio del 1999 Nedved firma un contratto di rinnovo quinquennale con la Lazio da quattro miliardi e settecento milioni netti a stagione. Rinnovamento nella continuità, con tanto di aumento (notevole) in busta paga. Nel mezzo del clima idilliaco, irrompe l’Atletico Madrid con un’offerta incredibile: settecento milioni in più all’anno per il giocatore, e un’offerta di trentacinque miliardi a Cragnotti. Le parti vacillano. «Se mi chiede di andare via, non posso trattenerlo», dice il presidente. Ci si mette anche Arrigo Sacchi in persona: è lui che vuole fortissimamente il ceco, che ha convinto il presidente Gil che Nedved sarebbe la fortuna dell’Atletico; è lui che telefona direttamente al giocatore per convincerlo.

Colpo di scena: Nedved dice «no, grazie». Magari non è il caso di parlare di cuore d’oro, ci sono sempre quei cinque miliardi di mezzo. Ma è una scelta decisa e sincera: «Ho ringraziato Sacchi, ma gli ho spiegato i motivi della mia scelta. La Lazio mi ha trattato benissimo, non mi sentivo di tradirla. Davvero, sono orgoglioso dell’offerta, ma voglio vincere uno scudetto con questi colori. Il bianco e l’azzurro. Li ho nel cuore, nessuno potrà mai allontanarmi da questa squadra». Bello. E impossibile.

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I GIORNI DELLO SCUDETTO

Intanto, però, i giorni del tricolore arrivano veramente. Preceduti dal trionfo nell’ultima edizione della Coppa delle Coppe, che si incammina verso la pensione indossando una vestaglia biancazzurra. Nedved, decisivo lungo l’intero cammino, lo è massimamente nella finale col Real Maiorca, quando sblocca il pari a nove minuti dalla fine segnando il gol del 2-1. Le mani sulla coppa, per primo, le mette lui.

La Lazio le mette anche sul campionato dell’anno 2000, e lo fa con una rimonta impossibile sulla Juventus lanciata verso il trionfo. Nove punti di vantaggio a otto giornate dalla fine sembrano un divario incolmabile, a Torino c’è già chi sente aria di festa. E il peggio è che a Roma, sponda biancazzurra, qualcuno inizia a rassegnarsi. Non Nedved. Lui è tra quelli che guidano la rimonta. In campo, con la grinta di sempre, e fuori, caricando animi che in più di un’occasione rischiano di andare alla deriva. Tiene il passo, Pavel, e trasmette entusiasmo. Poco alla volta, la Lazio si riavvicina alla Signora, arriva a “meno 2” all’ultima di campionato. A quel punto, la Juventus affonda nel pantano di Perugia e la Lazio batte la Reggina nell’ultima recita, all’Olimpico, e si fa travolgere dalla festa del suo pubblico.

IL PIACERE DELLA SOFFERENZA

Tra i campioni d’Italia, quello che si è guadagnato la fetta più grande nella torta tricolore è Pavel Nedved. Il più continuo, il più determinante. In una parola, il migliore. Eriksson gli ha ritagliato un posto su misura, sulla sinistra del suo centrocampo a quattro, e lì il ceco ha fatto valere la forza dei suoi scatti imperiosi, del suo tiro preciso e quasi sempre devastante, del suo immenso acume tattico. Il turnover, prerogativa del gruppo, lo coinvolge poco o nulla. Per Eriksson, ormai, lui è uno a cui non si può rinunciare. Perché è inesauribile, e soprattutto per la sua poliedricità. «Lo puoi mettere in qualunque punto del canino, ti darà sempre qualcosa in cambio».

E senza cadute di ritmo improvvise, perché la macchina è forte e potente. Pavel è uno che si spende, in allenamento come durante la partita. E non ha segreti: «Vengo da un paese li decatleti, e siamo bravi in quella specialità massacrante perché da noi c’è gente che sa soffrire. Il mio popolo la sofferenza l’ha nel Dna». Di suo, ci aiggiunge perfezionismo, costanza, voglia di migliorare sempre e comunque.

Nell’estate successiva allo scudetto, la Figc riconosce il suo status di “lavoratore comunitario”, sulla base dei rapporti che intercorrono tra Ue e Repubblica Ceca. Il caso fa discutere, e apre una nuova frontiera per il mercato dei calciatori europei. Lui, un esempio per tanti colleghi anche in questo, pensa a spingere sull’acceleratore del rendimento. Nella stagione 2000-01, col tricolore sul petto, la Lazio soffre la scelta di Eriksson, che firma un sontuoso contratto da Ct della Nazionale inglese. La squadra perde colpi e costringe lo svedese a fare le valigie prima del tempo. Lo sostituisce Zoff, ma nonostante il recupero evidente stavolta il miracolo non si ripete. Ancora una volta, in campo Nedved è l’ultimo a mollare. Non basta, per la corsa allo scudetto.

PERMETTE, SIGNORA?

Basta a riaccendere i riflettori del mercato, comunque. Dall’Inghilterra si fanno sotto Manchester United e Arsenal (e il giocatore, in un’intervista al “Sunday Mirror”, lascia intendere che «sarebbe un grande onore giocare per i Red Devils. Voglio vincere la Champions League e per farlo avrei bisogno di una squadra come il Manchester»). In Spagna si muovono Real Madrid e Barcellona. E in Italia c’è l’Inter, che già aveva cercato di trattare l’acquisto con Cragnotti un anno prima.

E poi, naturalmente, la Juventus. Che da tempo mandava segnali, ovattati, a società e giocatore. E che a questo punto entra in campo con maggior decisione, spinta ad uscire allo scoperto dalla cessione di Zidane, ormai cosa fatta, e dagli sviluppi del caso-doping che ha coinvolto Davids.
Il vento è cambiato. Cragnotti è sensibile alle sirene, e lo lascia intendere. Lo stesso Nedved non si nasconde. «Con la Lazio va tutto bene, io qui sto benissimo. Ma ormai sono arrivato a un punto della carriera in cui devo usare la ragione. Ho raggiunto una certa età, questo potrebbe essere il mio ultimo rinnovo contrattuale. Mi aspetto i segnali giusti dalla Lazio».
Che arrivano puntualmente i primi di luglio del 2001: Nedved si accorda con i bianconeri per un ingaggio annuo di 12 miliardi netti con un contratto in scadenza nel giugno 2006. Cragnotti, dalla cessione di Pavel, incassa ben 85 miliardi. un bell’affare, non c’è che dire.

IL NUOVO RE DI TORINO

Quando in quell’estate del 2001 Pavel sbarca a Torino, è un ventinovenne al culmine della gloria, che ha bisogno di trovare ulteriori motivazioni per diventare ancora più grande di quanto possa esserlo in quel momento.
La Juventus, nuovamente, “lippiana” ha il passo della capolista ed in mezzo al campo può contare sul più versatile dei campioni; Pavel, infatti, è capace di difendere contrastando con grinta, come di attaccare rifinendo o tentando la sorte con soluzioni balistiche sempre più ambiziose. Ci mette un po’ a rompere il ghiaccio, ma dopo un gelido Juventus-Perugia, la sera del primo dicembre 2001, la sua regolarità diventa impressionante. Fino a diventare l’uomo-scudetto, il 21 aprile 2002 a Piacenza, con una rete che lo consegna dritto agli annali; la Juventus che insegue l’Inter e quel giorno capisce che, grazie a Nedved, i giochi sono tutt’altro che chiusi. Goal fantastico, nelle battute finali, e rincorsa lanciata. Finirà, come sanno tutti, quindici giorni dopo; la Juventus, che vince a Udine, sorpassa l’Inter distrutta proprio dalla Lazio.

Il 2002/03 è un anno magico; Nedved, è ormai il trascinatore e l’idolo della folla bianconera, che gli affibbia il soprannome di “Furia Ceka”. Il secondo scudetto della sua avventura bianconera arriva quasi senza clamori, perché i tifosi juventini, e lo stesso Pavel, sono concentrati sulla Champions League. La “Coppa dalle grandi orecchie” è un lungo, meraviglioso sogno. Nedved ha un rendimento incredibile per tutta la stagione, gioca e segna come non ha mai fatto in carriera.

Ma è destino che, nella serata più bella e gloriosa, quella della semifinale di ritorno con il Real Madrid, il campione più amato non riesca a portare fino in fondo il suo meraviglioso progetto. Migliore in campo, autore dello straordinario goal che chiude la sfida, Pavel nel finale viene ammonito dall’arbitro e, diffidato, deve dare addio alla finale di Manchester. Una batosta per lui ed un gravissimo, decisivo handicap per la Juventus, che si vedrà sfuggire quella coppa ai rigori.

Il 2003 è comunque il suo anno; i giurati di tutta Europa lo eleggono “Pallone d’Oro”, la consacrazione di una carriera fenomenale ed, al tempo stesso, lo stimolo per programmare altri trionfi. La stagione successiva è avara di soddisfazioni; la Juventus è falcidiata dagli infortuni ed il campionato è molto deludente. Anche Pavel risente della stanchezza generale di una squadra che sta chiudendo il ciclo del suo grande condottiero, Marcello Lippi.

FINALE BIANCONERO

Nell’estate del 2004 arriva Fabio Capello e, con esso, una ventata d’aria nuova; Pavel ritrova lo smalto dei bei tempi e conquista altri due scudetti da protagonista assoluto, come suo solito.
Il resto è storia recente; con la vicenda di Calciopoli Pavel decide di restare alla Juventus, anche in serie B.
«Non ho mai avuto dubbi sul fatto di rimanere alla Juventus. Le offerte non mi mancavano, ma la mia famiglia ed io stiamo bene a Torino e poi devo molto a questa società ed alla famiglia Agnelli, che mi è sempre stata vicino».

Anche nella serie cadetta è un protagonista assoluto e, grazie anche alle sue grandissime prestazioni, la squadra bianconera risale immediatamente in serie A.
«Se mi guardo alle spalle, momenti tristi non ne vedo. Forse la cosa peggiore che mi è successa è di non aver giocato la finale di Champions; però la Juventus era in campo. Anche quando penso alla retrocessione non riesco ad essere triste, perché la Juventus c’era e c’è sempre. Quel che resta, alla fine, è la felicità di giocare per la Juventus, Perché noi giocatori passiamo e la Juventus rimane. Per sempre».

Anche nella stagione che segna il ritorno in serie A, Pavel non si risparmia portando la Juventus in Champions League e ad un ottimo terzo posto. Il campionato 2008-09 è l’ultimo per Nedved in maglia bianconera; la squadra è un deludente nonostante il secondo posto e l’eliminazione agli ottavi di finale da parte del Chelsea in Champions League. Pavel è, come sempre, un grande protagonista della stagione, arrivando anche a realizzare ben sette reti.
Il 31 maggio 2009, proprio contro la Lazio, Nedved gioca la sua ultima partita con la maglia della Juventus; Del Piero gli cede la fascia da capitano e lui gioca una grandissima partita, onorando, come sempre ha fatto in carriera, la sua maglia.