PELE’: il Re del football

Josè Ramos do Nascimento voleva che almeno uno dei suoi figli diventasse calciatore. Come tanti papà di pelle scura depositati nelle favelas, Josè Ramos non pensava a un calciatore qualunque, normale, come era lui: Dondinho, quando scendeva in campo con il Bauru Atletico Club. Perchè ti senti un pò di mondo ai tuoi piedi se riesci a segnare cinque gol di testa, tutti in una partita. Ma dipende con chi giochi, contro chi li segni, quanti ti vedono. Josè Ramos pensava a molto di più. Pensava a uno di quei campioni ricchi, famosi, felici. Uno di quelli definitivi. E continua a pensarlo quando vede giocare il suo piccolo Dico, tutto occhi e denti, e piedi scalzi. Guarda i suoi dribbling, guarda come prende a calci un pallone fatto di stracci e ci ripensa. Non costa niente.

Dico, gli è nato nell’ottobre del 1940 quando, dall’altra parte dell’oceano, Benito Mussolini promette di spezzare le reni alla Grecia e invece comincia a spezzarsi le sue di reni, il duce. Ma a Dondinho non gliene frega niente di Mussolini. Ognuno ha qualche dittatore con cui fare i conti, in Brasile c’è già Getulio Vargas, che basta e avanza. E ognuno ha le sue guerre: quella di Dondinho, a Tres Coraioes nello stato di Minas Gerais, Sud-Est brasiliano, è una guerra allegra e miserabile con la vita di ogni giorno, con l’acqua che quando piove gocciola giù dal soffitto e finisce sul letto di Dico. Bisogna spostarlo, il letto.

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Giovanissmo con la maglia del Santos

Che poi, Dico è il soprannome: questo, glielo danno lui e la moglie, Celeste. Ne avrà anche un altro, dopo. Perche Dico, in realta, si chiama Edson Arantes e da grande, dopo aver smesso presto di andare a scuola e aver fatto per un po’ di tempo il lustrascarpe, riuscira a stupire il mondo. A incantarlo divinamente. E riuscirà, persino, a fermare una guerra. Senza fare grandi cose: basta l’annuncio del suo arrivo per un’ esibizione. Basta dire Pelè. Due sillabe, semplici da pronunciare in qualsiasi lingua della terra. E la guerra si ferma.

Non s’è mai capito perché a un certo punto cominciano a chiamarlo tutti così, Pelè. Non lo sa neanche lui. Ci sono almeno due versioni. Forse perché da bambino andava a giocare su un campo di terra e polvere, senza erba: un campo “pelado”. Da qui, Pelè. Oppure per distinguerlo e contemporaneamente accomunarlo (magie del sincretismo) a un altro ragazzino molto bravo a giocare a calcio, che tutti chiamavano Quele. Chissà. Ma non è fondamentale. Conta piuttosto sapere un’altra cosa. Questo figlio dei figli di qualche schiavo, traghettato dall’Africa in catene, per dare braccia allo sfruttamento di una delle terre più ricche del mondo, dalle miniere d’oro alle piantagioni di caffe, è stato il piu grande giocatore della storia del calcio.

Quelli che non l’hanno mai visto giocare, lo sanno per averlo letto o sentito dire. Pelè sta al pallone come Shakespeare alla letteratura inglese, come Beethoven alla musica classica, come i Beatles a quella pop, come Chaplin al cinema, come l’Everest alle altre montagne. O Rei do futebol, i brasiliani hanno deciso per tutti. Pelè, o Rei. Le gesta del Re vengono proiettate dalla tv in tutto il mondo. Ed è la prima volta che succede. Proprio per questo, Pelè diventa subito un personaggio universale, conosciuto in ogni angolo della terra. Non solo perche e un nome facile da pronunciare e da ricordare. Non solo per il nome. Il mondo scopre la sua esistenza quando muore un papa, Pio XII, e se ne fa un altro, piu buono, Giovanni XXIII. Pelè lo conoscera, e ne incontrera altri due.

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1958: primo trionfo mondiale

Ma intanto, a giugno 1958, in Svezia si giocano i Mondiali. Il Brasile ha uno squadrone, eppure non e mai riuscito a vincerli. Neanche quando li ha giocati a casa sua, 8 anni prima. In Svezia c’è Gilmar tra i pali, ci sono i due Santos, c’è Didi che tutti chiamano Maestro, c’è Altafini detto Mazzola e non ancora milanista, ci sono Garrincha e Zagallo. Il citi è Vicente Feola, figlio di emigrati salernitani. Pelè ha 17 anni e mezzo e una caviglia malconcia. Resta a guardare le prime due partite (3-0 all’Austria, 0-0 con l’Inghilterra). Un giorno riesce a scappare dal ritiro alla periferia di Goteborg. Racconterà a “Playboy” molti anni dopo, che la le biondine erano fissate per i neri. E un pomeriggio ne approfitta. E’ la sua prima vera storia di sesso, in Svezia. Il debutto, in questo campo, non prometteva molto bene: era stato con un viado in una trasferta vicino a casa, assieme ai suoi compagni di squadra, quelli del Bauru.

Comunque. Da quel ritiro a Goteborg, i brasiliani vedono il campo dove si preparano i sovietici. Due allenamenti massacranti ogni giorno. Devono affrontarli, hanno paura che si tratti di tanti supermen. Spinto dallo spogliatoio, Feola gioca la carta del ragazzino, a sorpresa. E Pelè trascina il Brasile alla vittoria sull’Urss (2-0). Quattro giorni dopo, contro il Galles di John Charles, sempre Pelè liquida i britannici con un gol delizioso. Ormai è lanciato in semifinale. Dove c’è la Francia di Just Fontaine, il bomber dell’ epoca, che con 13 gol in un Mondiale e tuttora il capocannoniere migliore di tutti i tempi. Pelè prepara il suo show nel primo tempo e lo manda in onda nella ripresa, in forma di tripletta. Finisce 5-2, il Brasile si gioca la finale contro la Svezia padrona di casa, la Svezia di Nils Liedholm e Gunnar Nordahl.

Ancora Pelè trascina i brasiliani verso un altro 5-2. Segna 2 gol e uno e un capolavoro di classe, abilità, freddezza. Riceve un lancio, lo accarezza oltre la testa di uno svedese, corre a riprendere il pallone alle spalle dello sbertucciato e lo infila in porta. A 17 anni e mezzo, in una finale mondiale. Roba da far invidia a un re. Quello di Svezia, Gustav, che ha visto la partita in tribuna, lo cerca con gli occhi quando consegna la coppa Rimet al capitano della Selecao, Hideraldo Luiz Bellini. E il ragazzino di Tres Coraioes piange, commosso e felice. A Stoccolma, il 29 giugno 1958. Pelè vince altri due mondiali, che in totale fanno 3 sui 4 disputati. Una tripletta ineguagliata e forse ineguagliabile.

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Pelé e Omar Sívori prima dell’amichevole tra Juventus e Santos, Torino, 26 giugno 1963.

Ma quel trionfo in Svezia è il piu forte, dirompente, gli cambia la vita. Per dire. Da ragazzino, l’unico italiano che conosce è un vicino di casa, Augusto Fornetti, importatore di vini, amico del papa. Nel 1958 si fa vivo Gianni Agnelli, chiede al Santos il prezzo del cartellino. Un milione e mezzo di dollari, gli dicono. Niente Juve: e lo stesso vale per Inter, Roma e Milan che lo cercano dopo. Pelè aveva debuttato col Santos non ancora sedicenne, nel settembre del 1956.

E dopo la Svezia, il Santos non ha nessuna voglia di lasciarlo andare via. Anzi. Diventa un Barnum, il Santos, che va in giro per il mondo a raccogliere incassi d’oro mostrando la sua grande attrazione. Che dev’esserci. Magari con le caviglie grosse come meloni, magari per una ventina di minuti, ma dev’esserci. Perche se c’è Pelè la gente va allo stadio. E poi può succedere di tutto. Come in Colombia, dove viene cacciato dal campo un arbitro che si permette di espellerlo per proteste. La gente inferocita, invade il campo. La partita è sospesa per un’ora e mezza. Poi l’arbitro viene sostituito, la folla si placa, e Pelè riprende a giocare.

Può succedere di tutto, con Pelè. Come in Africa, alla fine degli Anni 60, nella Nigeria insanguinata dalla guerra di secessione del Biafra (oltre un milione di morti): 48 ore di armistizio fra truppe regolari e il fronte di liberazione biafrano. Tutto per vederlo giocare, in pace.

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1962, mondiali in Cile. Pelé tra il massaggiatore Mario Americo e il cecoslovacco Masopust

Il secondo Mondiale che Pelè vince, nel 1962 in Cile, è meno suo perché si fa male nella seconda partita che il Brasile gioca il 2 giugno, contro i cecoslovacchi. Tira in porta col sinistro e sente una fitta: strappo muscolare. Di Pelè, in Cile, restano un gol e un assist a Zagallo per il 2-0 rifilato al Messico nel debutto a Vina del Mar. Il resto è gloria per il giovane Amarildo Tavares De Silveira che, l’anno dopo, finirà al Milan. Ed è, soprattutto, il Mondiale di Manuel Francisco Dos Santos, meglio conosciuto come Garrincha, attaccante geniale e straordinario, buon amico di Pelè è anche di un giovane poeta, scrittore, cantautore di San Paolo: Chico Buarque.

Nel Brasile dei militari golpisti, Chico Buarque è considerato un pericoloso sovversivo. Lui e il clan di Vinicius de Moraes. Buarque scrive molte cose, molto belle. Anche una canzone per Pelè (“Per gonfiare questa rete / come ho sognato / dovrei essere o Rei…”). Dopo il colpo di Stato del 1968, i militari arrestano Chico Buarque. Per una piece teatrale, “Roda viva”, in cui si parla di un personaggio trasformato in idolo televisivo che in un tragico crescendo, finisce per uccidersi. Arrestato. E dopo di lui altri cantautori, come Caetano Veloso e Gilberto Gil, finiscono nelle prigioni dell’ esercito. La dittatura si avvale sistematicamente della tortura, dell’assassinio politico, del terrorismo con gli squadroni della morte. Pelè, l’unico intoccabile che potrebbe alzare la voce contro questo olocausto, non dice niente. Autocensura. Splendori e miserie di un campione. Solo verso la fine degli anni Settanta si arriva a un graduale ripristino dei diritti civili.

1966, i mondiali a casa della Regina. il Brasile, alla cui guida è tornato Feola, si presenta ancora da protagonista. Con la rete realizzata su punizione il 12 luglio contro la Bulgaria, prima gare dei verdeoro, O’Rei diventa il primo giocatore a segnare in tre diverse edizioni dei Mondiali. Dopo quella partita Pelé deve fermarsi per recuperare da un infortunio al ginocchio subito per un rude intervento del difensore bulgaro Žekov e è costretto a saltare il secondo match contro l’Ungheria, perso dalla Seleção per 3–1. Nuovamente disponibile per la terza gara del girone eliminatorio contro il Portogallo di Eusébio, diversi contrasti violenti dei difensori portoghesi, tollerati dall’arbitro inglese McCabe, lo costringono ad abbandonare anzitempo la partita. Il Brasile è nuovamente sconfitto per 3-1 e viene così eliminato al primo turno dei Mondiali per la prima volta dal 1934: se manca la luce è impossibile vedere.

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1966, breve apparizione ai mondiali inglesi. Sopra, Pelé in azione nel match contro la Bulgaria

Il fil rouge dei Mondiali finisce con una data: ventuno giugno 1970, l’apice di Pelé. Allo stadio Azteca di Citta’ del Messico, contro l’Italia, nella finale della nona coppa del Mondo. Momento definitivo, Brasile e Italia si fregiano di due titoli mondiali: chi vincera’ questa volta si aggiudichera’ per sempre la coppa Rimet e dal ‘ 74 il Mondiale assegnera’ la coppa Fifa. Momento epico per gente epica: al 18′ del primo tempo Pelé si trasforma in ascensore, sovrasta Tarcisio Burgnich e di testa segna il provvisorio 1-0. Una frazione di secondo resa immortale da una foto pubblicata fino alla consunzione: Burgnich che a occhi chiusi protende invano il braccio destro, il capo di Pelé reclinato, la palla filante. Gol.

A carriera finita Pelé consegnerà ai microfoni la seguente dichiarazione: “E’ questo il gol che ricordo piu‘ volentieri”. A delusione sbollita Burgnich ricostruira’ cosi’ la dinamica dell’ azione: “Sul cross dalla sinistra io e Pelé eravamo in linea. Mi attendevo un traversone teso e feci un passo in avanti per paura che mi anticipasse. Pelé indietreggio’ e venni colto in contropiede. Il cross era morbido, lui ebbe un grande stacco e piazzo’ il pallone“. Il Brasile vince 4-1. In quel giugno del ‘ 70 Pelé al massimo e rappresenta il massimo. E’ l’allenatore in campo del Brasile. Incita i compagni, li rimprovera, li guida. Segna contro Cecoslovacchia (un gol) e Romania (doppietta) nel girone eliminatorio e contro l’Italia in finale. Il capocannoniere del torneo e’ il tedesco occidentale Gerd Muller (10 reti), ma Pelé diventa l’icona del calcio.

Da quel momento comincia la discesa. Lenta, gloriosa, fruttuosa. Investimenti pericolosi hanno fatto si’ che Pelé sia molto meno ricco di quello che potrebbe. Cosi’, superati i trent’anni, e’ il momento di monetizzare. Pelé moltiplica i contratti pubblicitari e con quelli si arricchisce. Perche’ il Santos non paga ingaggi sontuosi. Anzi. Per rendere l’idea: nel 1973 Pelé percepisce uno stipendio equivalente a un milione e mezzo di lire dell’epoca. Fatte le proporzioni, tenuto conto delle successive svalutazioni, non c’e’ comunque paragone con certe cifre attuali.

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1970: il Re entra nella leggenda

Cosi’ nel settembre 1973 arriva una notizia curiosa: Pelé devolve ai poveri di Santos ogni compenso calcistico della stagione 1973-74. Un segnale. Il segnale che Pelé ha dato al Brasile quello che poteva ed e’ pronto per trasferirsi altrove, a prendersi quanto il Brasile non ha potuto offrirgli. Il denaro dei Cosmos New York comincia a fluire nel maggio del 1975. Sono i dollari della Warner Communications, multinazionale dell’intrattenimento. Pelé firma un contratto galattico: 4 milioni di dollari per un biennio piu’ percentuali su introiti ai botteghini, piu’ i diritti per lo sfruttamento dell’immagine a fini pubblicitari.

Pelé diventa un pioniere di quello che accadra’ vent’anni dopo nel calcio europeo: merchandising, marketing e altri accessori finanziari. Quello americano e’ un calcio inesistente, forzato, acrilico, creato dal nulla. Ma Pelé colma gli stadi. Settanta-ottantamila spettatori per vedere il Buffalo Bill del pallone. Pelé resiste fino al primo ottobre 1977, il giorno del ritiro. Amichevole Cosmos-Santos con contorno di americanate varie. Pelé dice: “Sono triste, un pezzo della mia vita si e’ chiuso“. Umana riflessione di un calciatore soprannaturale.