PEPPINO PRISCO – gennaio 1983

Cinquanta e più anni di Inter attraverso i ricordi di uno dei più noti avvocati milanesi, fedelissimo e «viscerale» tifoso e dirigente nerazzurro. Giocatori, personaggi, partite, processi tratti da un suo ideale block-notes

Taccuino Prisco

MILANO. Ormai è rimasto l’ultimo, il più ruspante, «Pierino» fra tutti i dirigenti calcistici italiani. In un mondo, quello degli asettici dopopartita «anni ’80», fatto di «nella misura in cui la palla è rotonda» e di «tanto di cappello alla bravura degli antagonisti», le sue roncolate verbali riescono ancora a riempire taccuini sempre più anemici. La sua romantica faziosità è quasi una gratifica per avversari abituati ai minuetti grammaticali dei manager da batteria.
Ai vertici dei suoi sogni di giovane sessantenne, c’è sempre un derby che si conclude 1-0 a favore dell’Inter, al 92′, su rigore dubbio o – possibilmente – su autogol.
I suoi amori sono, nell’ordine: 1) la Penna Nera degli Alpini; 2) l’Inter; 3) l’avversario domenicale del Milan; 4) l’avversario domenicale della Juventus. Una volta, vedendo giocare il negro Germano e dovendo commentare la «sbandata» che aveva preso per lui la contessina Agusta disse: «Io non sono razzista: ma non permetterei mai a mia figlia di sposare… un milanista». Quando la società rossonera, due anni fa, scivolò per la seconda volta in Serie B sospirò: «La prima volta era retrocesso pagando, adesso, perlomeno, è andato giù gratis». Questo è Peppino Prisco, anzi, l’avvocato Giuseppe Prisco, da ventuno anni vicepresidente dell’Inter. Ancor oggi il più grande «stopper» che la società nerazzurra abbia avuto: se non in campo, certamente nei tribunali sportivi.

MILIARDI. La sua ultima impresa risale ad ormai un mese fa: ed è un’impresa che vale di più dell’acquisto di Zico, se solo si volesse fare un conto meramente economico. In poche ore ha salvato l’Inter dall’onta di una calunnia per illecito (e in caso di riconosciuta colpevolezza, al danno morale si sarebbe aggiunta una pesantissima pena sportivo-pecuniaria) e dalla spada di Damocle di una disastrosa squalifica per intemperanze del pubblico. Insomma, le partite con Groningen e Real Madrid avrebbero potuto «regalare» all’Inter una perdita di miliardi e miliardi (soprattutto di mancato guadagno). Prisco lo ha evitato. E, naturalmente, non ha presentato la parcella. Perché – come ha sempre detto – «bauscia» si nasce. Ma come può – gli abbiamo chiesto – un “bauscia” essere finito nel glorioso, ma mite corpo degli Alpini? «Si vede – ha risposto – che dovevo andare nei bersaglieri».

LATTINA. Sottotenente del battaglione «L’Aquila», medaglia d’argento e croce tedesca al valor militare. Aveva poco più di vent’anni quando – ben prima che inventassero trekking e jogging – si fece a piedi una passeggiatina dal Don fino quasi all’Italia. Ha raccontato con umiltà il suo eroismo in parecchie pubblicazioni. È sicuramente – in incognita – uno dei più arguti e preparati giornalisti italiani e si «sfoga» scrivendo ogni tanto su «Gazzetta», «Corriere» e «Giornale»; ma – più per vocazione familiare che per scelta – ha preferito fare l’avvocato. Ed è grazie alla sua preparazione a al suo talento professionale, che ha tolto la squadra del cuore da più d’un pasticcio, a cominciare da quello ormai storico della «lattina» di Moenchengladbach. «Nell’83 poi sono stato quasi in servizio permanente effettivo; prima il cosiddetto «scandalo» della partita Genoa-Inter, poi le montature su Inter-Groningen, infine i problemi legati al dopo partita di Inter-Real. Bisognerà che proponga che, nell’annuario ufficiale della società, d’ora in poi alle «voci» del medico sociale, dell’allenatore e del massaggiatore, venga aggiunta anche quella… dell’avvocato sociale».
Le rievocazioni di Peppino Prisco sono rievocazioni assolutamente disinteressate: non per nulla egli è l’unico vicepresidente della fresca mitologia del calcio italiano che non abbia mai sognato (né tantomeno sogni) di occupare la poltrona principale («Anche perché, se diventassi presidente, non potrei certo fare tutto il chiasso che faccio ora in tribuna d’onore»).

PROCESSI. I suoi ultimi exploit, si sa, sono legati al doppio «processo» di Ginevra. Alcuni giornali avevano previsto sentenze quasi capitali per l’Inter. I più affettuosi erano arrivati al punto di ipotizzare la radiazione per parecchi anni da tutte le Coppe Europee. Ma in realtà, nel podio delle imprese dell’avvocato-vicepresidente Prisco, a quale va conservato il primato assoluto? Sempre a quella della lattina?
«Direi di sì – risponde – perché in quell’occasione vinse la bravura: mentre stavolta ha vinto la fortuna. Quello del ’71 fu un processo regolare impostato sull’abilità delle parti: quello del dicembre scorso è stato un “mostro” giuridico celebrato in condizioni proceduralmente disperate. Ancora oggi – e parlo ovviamente del “caso” Groningen – non sappiamo che cosa abbia detto il principale teste-accusatore, che cosa il presidente della società olandese e neppure che cosa abbia detto Apollonius. Forse in Italia esagereremo in fatto di tutela di diritti, ma questo tipo di “giustizia” sportiva internazionale è aberrante in senso opposto. Se fossimo stati condannati non avremmo mai saputo il perché».

– Certo, la stampa italiana non vi aveva comunque prospettato ipotesi incoraggianti.
«Beh, effettivamente nessuno, specie nel caso-Real, ci concedeva un verdetto benigno. Ma è un film già visto persino all’epoca del processo-Borussia, la mattina stessa della sentenza, “La Gazzetta dello Sport” pubblicò sedici pareri dei più autorevoli personaggi del mondo giuridico-calcistico italiano e non ce n’era uno che prevedesse la nostra assoluzione. Bastava che l’avvocato del Borussia avesse conosciuto la nostra lingua per accorgersi della cosa e gli sarebbe stato molto più agevole leggere la “La Gazzetta” alla corte invece che tenere la sua arringa».

RISCHI. In realtà, tornando al presente, che cosa ha rischiato l’Inter negli ultimi due processi?
«Avrebbe potuto subire un paio di turni di sospensione per il Real e una condanna molto più pesante (specie sul piano morale) per il Groningen: diciamo pure una squalifica per più d’un anno in aggiunta ad una considerevole pena pecuniaria. Ma si sarebbe trattato, è il caso di ripeterlo, di un’ingiustizia clamorosa. Voglio che si sappia che la “fedina” penale dell’Inter è tutt’ora immacolata, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Non siamo come il Milan che si fa pescare con le mani nel sacco (accadde, lo ricorderete, cinque anni fa) per aver equipaggiato di capi d’abbigliamento un arbitro scozzese e i suoi parenti fino alla quarta generazione».

– Dica la verità, avvocato, come ha fatto a «resistere» per due anni senza il Milan in Serie A?
«Oh, mi è molto mancato. Anche perché mi faceva una rabbia terribile constatare che – in B – vinceva spesso. Io mi difendevo come potevo a suon di battute. A un mio collega che mi chiedeva se seguissi le sorti del Milan anche in Serie B dissi di no, che mi dispiaceva molto, ma che non mi interessavo di calcio minore. A un altro avvocato milanista, un lunedì in tribunale, diedi una pacca sulle spalle dicendogli “Visto che bel 0-0 ha fatto ieri la tua squadra a San Siro col Campobasso? Sono soddisfazioni eh?”. Ma pensi, a proposito di avvocati, che per non so quale beffa del destino, nel mio studio ce n’è uno che si chiama Corso e che è milanista. Una vera bestemmia!».

PRESIDENTI. Lei è stato consigliere al fianco di tre presidenti interisti: provi a definirli in poche battute.
«Masseroni era un “padrone” all’antica. I giocatori, per lui, erano “i uperari”, gli operai. Ho il sospetto che oggi farebbe fatica a capire i tempi. Ma, calato nella realtà della sua epoca fu un grande dirigente. Pensi che non avrebbe mai immaginato di arrivare a quella carica: glielo comunicò una mattina, in tempo di guerra, l’allora presidente del CONI che gli disse per telefono “Carletto, saluto in te il nuovo presidente dell’Inter”. “Ma a mi me interesa no el foball : a mi me pias el ciclismo”. Ma non ci fu nulla da fare: era un ordine e Masseroni era uno che gli ordini non amava né discuterli né vederli discussi».

– Moratti?
«Moratti arrivò all’Inter come l'”uomo nuovo” (anche se era tutt’altro che un “parvenu”, vantando – tra l’altro – una decennale amicizia personale con Meazza che era quasi suo coetaneo). Trasformò, da imprenditore (oggi si direbbe da grande manager) una società dilettantesca in un modello di perfezione. Ebbe, fra i suoi tanti meriti, persino la forza di lasciare al momento giusto. Fu un presidente perfetto».

– Fraizzoli?
«Fraizzoli è il tipico “tifoso da sempre”. È un uomo, col cuore in mano. Ogni tanto ha sbagliato per troppa fiducia, ma come non essere solidale con lui quando lo attaccano per colpe che non ha? Lo hanno accusato, per esempio, di aver lasciato partire Oriali: ma lo sapete che cosa gli rispose Oriali quando Fraizzoli gli offrì un contratto biennale di un miliardo e 150 milioni? “Presidente, ma le tasse sono comprese o no?”. Che cosa avrebbe dovuto fare pover’uomo?».

NYERS. Lei, in ventun anni e passa di vicepresidenza non ha mai cercato di imporre qualcosa? L’acquisto o la conferma di un giocatore per esempio? «Più che “imporre” ho spesso cercato di “suggerire”. Forse in un’occasione, però, mi impuntai sul serio e, alla fine, fui lieto di averlo fatto. Masseroni voleva mandare via Nyers perché questi (parlo di oltre trent’anni fa) non aveva restituito a tempo debito un prestito di sei milioni contratto con l’Inter. Io, che ero un grande ammiratore del giocatore, convinsi a uno a uno tutti i consiglieri a respingere il progetto del Presidente. E così, al termine di una movimentata seduta, i dodici membri del Consiglio Direttivo (con Masseroni astenuto) non solo votarono a favore della conferma di Nyers, ma sottoscrissero anche un “premio” di sette milioni. “E i alter ses?” e gli altri sei milioni, chiese Masseroni. “Glieli condoniamo”. Masseroni sbiancò, ma la domenica dopo Nyers ci ripagò di ogni cosa, facendo le tre reti con cui battemmo il Milan, nel derby, per 3-1».

– Qual è stato il più grande giocatore che ha avuto l’Inter, secondo lei? Quello da mettere in bacheca: da rispolverare quando c’è il derby?
«Oh, l’Inter non ne ha avuti davvero pochi di grandi giocatori. Io sono tentato di risponderle Boninsegna: un vero giustiziere. Uno che aveva capito che dai difensori non bisogna prenderle, ma bisogna dargliele!».

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BLOCCO. Che farebbe la «grande Inter» se trasportata in blocco nel campionato attuale?
«Avrebbe terminato il girone d’andata con sei punti di vantaggio sulla seconda».

– Quali giocatori, di quella squadra, vorrebbe innestare idealmente nell’Inter di adesso?
«Perlomeno Suarez e Mazzola».

– A proposito di Mazzola, lei, quindici anni fa, gli aveva pronosticato un futuro come grande allenatore. E invece…
«E invece Sandro, che si è confermato intelligente come io avevo previsto, ha capito che quello dell’allenatore è un mestiere aleatorio, che non sempre rende in proporzione ai meriti. E così ha optato per una ben più comoda carriera dirigenziale».

GIOIA. Quali sono le partite dell’Inter che lei non scorderà mai?
«Più di una, naturalmente: ma fondamentale resta quella della prima vittoria in Coppa dei Campioni al Prater. E sa perché la ricordo? Non solo per la gioia che mi diede, ma anche per un altro strano aneddoto. Alla vigilia, presagendo il trionfo mi ero imposto di non commuovermi, ovvero di non fare la figura che l’anno prima aveva fatto il mio “nemico d’infanzia” Polverini, consigliere del Milan, che s’era messo a piangere come un vitello. Ebbene, per tutta la sera ci riuscii poi crollai, per telefono, la notte, sentendo la voce gioiosa della mia piccola Anna, che aveva pochi anni ma che era già… felice per una vittoria dell’Inter. Così piansi in camera mia, ma non mi vide nessuno».

– E invece la partita da cancellare dalla mente?
«Quella di Mantova che ci costò lo scudetto. Mi ricordo che lo stesso Moratti non ebbe il coraggio di parlare coi giornalisti: se ne andò pochi minuti prima della fine. Mi fece un cenno come dire “pensaci tu”. E io dovetti affrontare taccuini e microfoni da solo. Mi ricordo che dissi: “In otto giorni l’Inter ha perso sia il suo primato europeo che il suo primato italiano. Credo dunque che abbia perso anche quel primato di antipatia che aveva accumulato vincendo troppo”. II giorno dopo, sulla “Stampa” di Torino, il grande Vittorio Pozzo (che mi amava come solo fra alpini ci si può amare) scrisse: “I dirigenti dell’Inter meritano solo disapprovazione e biasimo tranne uno: Peppino Prisco, che già in guerra, con la penna nera in testa e col moschetto 91 in braccio, aveva dimostrato di saper valutare gli uomini e le situazioni”».

SOGNO. Qual è stato il giocatore che lei avrebbe sognato, vedere all’Inter?
«Rossi, all’Inter, è stato più vicino di quanto la gente non creda. Così come ci fu vicino Riva: ma sapete perché l’affare sfumo? Perché il Bologna non volle darci Pascutti: sì perché, Riva, lo avremmo acquistato dal Cagliari… come merce di scambio per accontentare il “mago”».

– Qual’è stato, invece, il nerazzurro più brocco?
«Sui due piedi mi viene in mente un certo Rebizzi, per celebrare la cui “bravura” io avevo fatto la proposta che gli venisse tolta la maglia nerazzurra; che gli venisse concesso, al massimo, di giocare, con un maglia grigia con distintivo. Ma il record mondiale fu battuto da due sudamericani che io stesso andai a prendere all’aeroporto: si chiamavano Orlandi e Cacciavillani. Orlandi aveva i piedi piatti e un’apparente età di una quarantina e passa d’anni, tant’è vero che credevo che fosse il padre del giocatore che aspettavamo. “Dov’è suo figlio?, gli chiesi a bruciapelo. Cacciavillani, invece, ci era stato descritto come uno Schiaffino con un po’ più di classe ma con molto più fiato. Probabilmente, ci fu un equivoco».

BEARZOT. A quei tempi, nell’Inter c’era anche Bearzot: che cosa ricorda di lui?
«Che aveva la morosa in via Besana e che tutte le sere veniva dalle parti del mio ufficio di via Podgora ad aspettarla».

– Quale stato il giocatore più simpatico fra tutti quelli che ha avuto l’Inter?
«Un certo Piero Pozzi perché era mio amico: e poi il grande Giovannini».

– E il più cattivo?
«Nesti: ma anche Boninsegna e Burgnich. Più di tutti però, lo fu il tedesco Szymaniak. Ma non era solo cattivo, era anche un duro. Una volta io vidi uscire dal campo di Marsiglia con una faccia quasi “sdoppiata” per il calcio di un avversario. Non so poi che fine abbia fatto quell’incauto che osò colpirlo…».

– Il giocatore più matto?
«A parte Corso (ma la sua era una follia “sana” e memorabile) mi sembra che il più matto di tutti sia in squadra adesso: gioca col numero 4».

– Il più bugiardo?
«Il portiere Ghezzi, celebre per le sue uscite spericolate. Più di una volta mi precipitai in campo temendo per la sua vita, dopo averlo visto agonizzante. Ma quello mi guardava, strizzava l’occhio mi sorrideva e si rialzava».

CAPITANO. Qual è stato, invece, il calciatore che avrebbe fatto carriera in qualsiasi altro campo?
«Picchi. Direi che era quasi “sprecato” per fare “solo” il calciatore. Era un grande capitano nel campo e nella vita. Una volta ricordo che alcuni suoi compagni di squadra mi chiesero se avevano fatto bene ad acquistare alcune azioni delle “Generali”. Alla mia espressione allibita mi dissero: “Le abbiamo prese, perché ce l’ha detto Armando”».

– Avvocato, che avrebbe fatto se le fosse nato un figlio milanista?
«Avrei preteso l’analisi del sangue».

– E che farebbe se un giorno le dicessero che Inter e Milan si sono fuse?
«Comincerei a tifare per il Genoa».