PFAFF Jean-Marie: il burattino senza fili

Un burattino vivente. Una marionetta dal cuore pulsante. Un giocattolo animato. Dolce e sensibile. Un pazzo artificiale, avrebbe sentenziato Baudelaire. Combinazione di innocenza e saggezza nella cui mimica è racchiusa la grande passione per lo show. Una vita da clown. Una vita da spirito sognante che aspira alla corona da re. Da funambolo dell’anima. Da saltimbanco sempre in equilibrio coi tempi. Con le emozioni e il sorriso. Una vita da Jean Marie Pfaff. Un clown prestato al calcio. Oppure no. Un calciatore che ha scambiato l’area di rigore per la pista di un tendone da circo.

Negli Anni Ottanta è stato il miglior portiere al mondo. Ma non si è mai preso sul serio. Sdrammatizzando un calcio sempre più straziato dagli interessi economici e ossessionato dagli equilibri politici. Forse perché lui, essendo nato per davvero in una famiglia di circensi, concepiva la vita come un grande e colorato spettacolo. Il calcio come un carrozzone itinerante. Dove chi paga il biglietto ha il sacrosanto diritto di divertirsi. Di sorridere. Di spellarsi le mani dagli applausi.

Un istrione che si riparava sotto l’ombrello dei fotografi durante le partite di campionato. Abbandonando la rete agli umori capricciosi della fortuna e del destino. Che sistemava l’inseparabile orsetto di peluche nella sua porta. Ispirando Rowan Atkinson, il papa di Mister Bean. Che giocava con un cappellino con le mani e un gancetto per azionarle e farle applaudire dopo una parata prodigiosa. Che indossava un paio di guanti enormi per regalare un sorriso ai tifosi più giovani. Che parava rigori decisivi e andava a realizzare quelli della vittoria. Che abbandonava il ritiro della Nazionale a bordo di un’ambulanza camuffato da infermiere. E che per quella bravata fu cacciato dal ct Guy Thys dai Mondiali iberici. O che approfittava della pausa invernale del campionato di calcio per iscriversi alla Parig-iDakar. Disegnando traiettorie sulla sabbia del Sahara a bordo di un camion.

Smanacciò una conclusione innocua in maniera talmente maldestra che la palla finì in rete. Autogol e sconfitta contro il Werder Brema. «Fu uno degli episodi più positivi della mia carriera. Quell’azione, così buffa, venne trasmessa centinaia di volte dalle televisioni di tutto il mondo. Il mio nome in poche ore fece il giro del pianeta. Nella vita si può diventare celebri anche così». Una risposta che sorprende. E non poco. In stile Pfaff, comunque. Attento tanto alla forma quanto alla sostanza. Che si presentò al Bayern nel peggiore dei modi, poi vinse tre scudetti e una Coppa dei Campioni.

Protagonista in Bundesliga e alfiere della Nazionale belga, con la quale giocò in 64 occasioni. Straordinarie furono le sue prestazioni con i «Diavoli Rossi» al Mondiale messicano del 1986. Interventi prodigiosi che trascinarono il Belgio fino al terzo posto. E anche durante quella kermesse iridata ebbe modo di mostrare al mondo la sua indole burlesca. Guadagnandosi il soprannome di «el Simpatico». Avvenne quando scese in campo con una divisa rosso fuoco. In omaggio alla sua attrice preferita, l’americana Kelly Le Brock. La conturbante «Signora in Rosso» che evidentemente non fece perdere la testa solo a Gene Wilder.

Oppure quando disse, prima della semifinale con l’Argentina, che Maradona non era nulla di eccezionale. Commettendo lo stesso errore di Hugo Gatti. E ricevendo dal «Pibe de Oro» il medesimo trattamento. Due gol da cineteca su cui Pfaff non abbozzò neppure l’intervento. A fine gara però chiese la maglia del fuoriclasse argentino e in cambio gli regalò un paio dei suoi leggendari guantoni extralarge.

L’anno successivo vinse l’oscar del calcio come miglior portiere al mondo. Nei giorni in cui gli venne conferito il premio trovò uno stratagemma per affacciarsi ancora una volta sulle prime pagine di tutti i giornali. Con il solito piglio stravagante. Con un altro affresco degno di un clown navigato. Il Belgio disputò una partita amichevole contro l’Olanda a Rotterdam. I tifosi di casa, assiepati sugli spalti a pochi metri dalla sua porta, non persero la favorevole occasione per apostrofarlo oltremodo. Le frasi ingiuriose sulla moralità di sua madre furono accompagnate da un massiccio lancio di frutta e verdura. Pfaff non pensò neppure per un istante di lamentarsi con l’arbitro. Si ricordò del «Loco» Gatti, mentore e padre spirituale di parecchi portieri in quegli anni. E richiamò alla mente Hugo il matto e la sua celebre scopa alla «Bombonera». Raccolse da terra una bella mela rossa. La pulì con i suoi guantoni enormi. Si appoggiò al palo della porta e iniziò a mangiarla di gusto. Compreso il torsolo. Si avvicinò quindi alla curva olandese chiedendone un’altra. Mentre da ogni settore dello stadio il pubblico applaudiva a scena aperta.

La migliore immagine di Jean Marie. Un attore consumato con i capelli eternamente mesciati, i riccioli che catturano filamenti d’oro e un sorriso da simpatica canaglia. Un animale da telecamera che in quegli anni prestò il suo volto per pubblicizzare qualsiasi prodotto. Dalle carte di credito alle tavolette di cioccolato. E ancora oggi sugli scaffali dei supermercati fa capolino lo Champagne Pfaff. Con tanto di foto riccioluta e ammiccante sull’etichetta.

Chiusa la trionfale esperienza nel Bayern tornò in patria per giocare nel modesto Lierse. Accettando a fine carriera di traslocare a Trebisonda. Dislocando spettacolo e animazione del suo circo sulla costa del suggestivo Mar Nero. A questo punto il commiato dalle grandi scene, il congedo dal pubblico affezionato, sembrerebbe un passaggio naturale. Quasi scontato. Ma questa non è la storia di uno sportivo qualsiasi, di un calciatore qualunque, bensì di Jean Marie Pfaff. L’uomo che riempie i taccuini dei cronisti e prenota foto e titoli sulle prime pagine dei giornali. Più famoso oggi, ultracinquantenne, di quando giocava a pallone.

Il Pfaff portiere di valore mondiale, monumentale guardiano del Bayern di Hoeness e Rummenigge, istrionico numero uno della Nazionale belga, ha ceduto il passo al Pfaff attore. Incontrastato protagonista di un reality show che in Belgio, Olanda e Germania tiene incollati davanti alla tv milioni di telespettatori. Con uno share di ascolti che schizza alle stelle. È stato sufficiente far piazzare decine di telecamere nella sua villa di Brasschat, e offrire al pubblico uno spaccato della sua vita; «Grande Fratello» artigianale la moglie Carmen, le fàglie Debby, Kelly e Lindsey, con i rispettivi mariti e fidanzati, l’arzillo bisnonno Edilbert e il cane Angie.

In casa Pfaff a volte si parla anche di calcio. Si segue in tv la Champions League e il clima si surriscalda quando scende in campo la Nazionale belga. Dove per inciso manca un portiere del livello di Jean Marie. Da ormai troppi anni. L’amore per il calcio è rimasto comunque intatto nel tempo. Spesso Pfaff prende parte a gare di beneficenza tra vecchie glorie. Per aiutare soprattutto i bambini malati di leucemia, ma anche per esibire quel paio di guanti extralarge da leggenda che faticano a rimanere chiusi in un cassetto. Nel 1999 fu colto da una crisi d’astinenza così forte che riuscì a placare solo dopo aver accettato di allenare il Kv Ostenda. Avventura che si concluse dopo poche settimane. Con un repentino esonero. Screziatura di una carriera semplicemente perfetta. E allora meglio le telecamere disseminate nella casa di Brasschat, fumando un havana in compagnia di nonno Edilbert. «Anche se un giorno vorrei allenare una squadra in Bundesliga», confessa. Con una clausola nel contratto a caratteri cubitali: portare l’orsetto di peluche in panchina.