PIETRO FANNA – aprile 1981

Fanna, un serio professionista che viene dalia gavetta e che ricorda quando ogni partita rappresentava un esame

Quei terribili ultimi 15 minuti

Giovani e calcio: un connubio spesso difficile, vuoi per difficoltà ambientali: vuoi per un livello di professionismo che non lascia più spazi o quasi all’estro e al divertimento; vuoi ancora perché oramai si dà per scontato che, guadagnando un calciatore ventenne professionista molti soldi in più della stragrande maggioranza dei suoi coetanei, è giusto pretendere da lui e criticarlo con lo stesso metro. In realtà le cose stanno un po’ diversamente: e se è vero che i giovani hanno il futuro — a volte il presente — del calcio nelle loro mani, è vero allo stesso modo che la strada per arrivare a certi livelli è in durissima salita, e che a volte l’impegno e le capacità del singolo non sono sufficienti e garantire la bontà del risultato finale.

fanna-intervista5-aprile-1981Il discorso si fa ancora più difficile quando si prende in considerazione la squadra di rango, quella abituata a vincere o a lottare comunque per le primissime posizioni praticamente da sempre. Diventare calciatori professionisti non è facile, diventare giocatori «da Juventus» «da inter» è assai più difficile, e assai maggiore è il rischio di bruciarsi la carriera, di lasciarla scivolare fra le dita quando sarebbe giusto pensare ancora a come e dove trovare il modo per andare avanti. Indubbiamente, però, se il giovane riesce a dimostrare in qualche modo, cogliendo l’attimo giusto, il proprio valore, la grossa squadra regala anche soddisfazioni enormi: è questo il caso di Pietro Fanna, ventiduenne ala della Juventus.

— Signor Fanna, come si fa a diventare un giocatore «da Juve»?
«E’ proprio diffìcile, anche giustamente, direi».

— Perché?
« Ma perché le grosse squadre come la Juventus hanno una tale tradizione di vittorie, di nomi prestigiosi, alle spalle, che la selezione diventa rigorosa per forza».

— Questo da parte della società, e da parte dei giovani?
«E’ dura, durissima, perché ci sono molti fattori che possono determinare la tua sorte… calcistica, e a volte non tutti sono modificabili da te».

— Faccia degli esempi.
«Dipende dalla tua bravura, certo, dipende da quanto hai dimostrato di valere nelle stagioni precedenti. Però tu non puoi farci assolutamente niente, se quando ti comperano il tuo ruolo è già coperto, oppure se sei cresciuto nella squadra, nel senso che hai fatto tutta la trafila delle “minori” nel grosso club. Perché il fatto che in fondo non sei costato nulla a mio avviso può indurre i dirigenti a non affrettare i tempi del tuo inserimento, soprattutto rispetto a qualche altro giocatore pagato una certa cifra».

— Come si reagisce a queste situazioni?
«Lottando giorno dopo giorno, contro tutto e contro tutti, misurandosi continuamente con le proprie capacità: in effetti nei giovani esiste proprio una sorta di braccio di ferro tra se stessi e le proprie possibilità di sfondare nel calcio. Quando non si gioca, purtroppo, questa misura finisci per perderla: credo che sia la cosa che angoscia di più».

— Lei questa situazione l’ha vissuta in prima persona, vero?
«Certo, soffrendone moltissimo, soprattutto il terzo anno».

— Cioè la scorsa stagione.
«Sì, ero convinto che fosse l’anno buono, che avrei finalmente potuto dimostrare il mio valore, perché pensavo di aver fatto abbastanza panchina. E invece…».

— Continui.
«E invece ho giocato molti spezzoni di partita, entrando al posto di gente che aveva molto più “mestiere” di me, e rispetto alla quale tutti si aspettavano che facessi meglio. Era terribile entrare a un quarto d’ora dalla fine, con tutti gli occhi puntati addosso, con l’obbligo di dimostrare, in quei pochi minuti, che valevo qualcosa, che ci si poteva fidare di me a tempo pieno…».

— Cosa le mancava, l’anno scorso?
«L’esperienza, come a tutti i giovani, un fatto importante quando si gioca in una squadra abituata a “muoversi”con disinvoltura anche in campo intemazionale».

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— In quel periodo, qual è la cosa che ha patito di più?
«L’essere giudicato per come giocavo in quel benedetto quarto d’ora, l’essere “coperto” nel mio ruolo. Infatti di giovani che, arrivati alla Juventus, hanno subito trovato un posto fisso nell’undici titolare ce*n’è pochissimi, forse solo Scirea, che doveva sostituire Salvadore».

Il futuro geometra Pietro Fanna, malgrado sia un «giovanissimo» ha perso per strada l’aria un po’… monellesca di tanti suoi coetanei. Le foto del periodo atalantino ce lo rimandano timido, con due occhi azzurri grandi così, l’espressione perennemente a metà fra l’interrogativo e l’indifeso. Poi, dopo il suo arrivo alla Juventus, nel giro di pochi mesi Fanna trova moglie e perde il padre, morto improvvisamente. E Pietro cambia, acquisendo quella personalità, quella determinazione che forse prima veniva soggiogata dall’emotività e dal riserbo.

Con gli occhi lucidi Fanna mostra la foto di suo padre e racconta: «Sono sempre stato coccolato a casa mia, un po’ perché ero sempre fuori casa, essendo andato all’Atalanta quando avevo 14 anni, un po’ perché ero l’unico figlio maschio, con tre sorelle. Quando mio padre è mancato mi sono sentito di colpo tutta la responsabilità della famiglia sulle spalle, e non è un peso da poco. Però non ne sono stato schiacciato, anzi. Sia nei rapporti con gli altri, sia in campo, sono diventato più sicuro di me, più disinvolto. Merito anche di Laura».

Laura è la graziosissima signora Fanna, ventenne bergamasca, che Pietro conobbe quando ancora andava a scuola. Si sono sposati perché si erano stancati di stare lontani, di fare gli innamorati «del lunedì». Costituiscono una coppia molto tradizionale, malgrado siano entrambi giovanissimi: lui le ha chiesto di non continuare gli studi universitari, lei pare felice di occuparsi interamente del giovane marito. A vederli insieme sembrano gli innamoratini di Peynet… «Laura mi ha aiutato moltissimo — dice ancora Fanna — mi ha responsabilizzato e mi ha dato delle motivazioni in più. Mi è perfino tornata voglia di studiare, visto che mi manca solo un anno per diplomarmi geometra».

— Oggi si sente arrivato?
«Oh, no. No davvero. Mi sento solo all’inizio, e continuo a ragionare come ragionavo quando giocavo negli “allievi”, a pensare di avere davanti a me ancora moltissima strada, e che le somme le tirerò quando avrò smesso di fare il calciatore».

— Insomma, si sente sempre sotto esame.
«Sì, anche se è preferibile affrontare gli esami da titolare che da “panchinaro”, voglio dire che mi sento molto più tranquillo adesso che gioco, che prima, quando stavo fuori».

— Ultimamente, però non ha giocato benissimo: non ha paura di essere messo da parte?
«No perché direi che se c’è stata una flessione di rendimento, questa riguarda l’intero collettivo, perché non è mai il singolo a determinare il funzionamento dei vari reparti. D’altra parte un mese e mezzo fa vincere era anche fin troppo facile…».

— Forse alla Juventus manca qualche gol in più di Fanna.
«Non credo, perché io non sono una punta pura, piuttosto gioco a ridosso delle punte, cerco di fare i passaggi-gol, anche se andare a rete mi piace».

Domani c’è una nuova puntata del romanzo-scudetto, ma Fanna preferisce non fare proclami o tabelle: il suo sogno, quello di vincere lo scudetto, appunto, è anche troppo scoperto per chiedergli di programmare i punti da qua sino alla fine. E in fondo Pietro Fanna vorrebbe solo festeggiare, ma nel migliore dei modi, compleanno e primo anniversario di matrimonio, il prossimo 23 giugno…