RAPPAN Karl: l’uomo-catenaccio

Il 2 gennaio 1996, a novant’anni, moriva Karl Rappan l’inventore del Catenaccio, espressione conosciuta in tutto il mondo in lingua italiana per l’esaltazione datane nel tempo dalla nostra scuola, ma risalente in uno dei suoi tre ceppi originali a questo allenatore austriaco diventato svizzero ad honorem.

Karl Rappan era nato a Vienna il 26 settembre 1905 ed era stato difensore di buon livello nelle file del Wacker, dell’Austria e del Rapici, vestendo quattro volte la maglia della Nazionale. A 27 anni era stato oggetto di una folgorazione, di quelle capaci di cambiare il corso di una carriera. Rappan apparteneva per intero alla fresca tradizione del calcio austriaco, costola di quello danubiano, connotato dall’amore per l’estetica ma anche da un istinto speculativo che avrebbe dato alla causa fior di allenatori sparsi a macchia d’olio per l’Europa. Molti di loro avrebbero fatto fortuna in Italia. Quando gli capitò di giocare col Rapid un’amichevole a Zurigo contro il Grasshoppers, al suo occhio acuto non sfuggi un dettaglio tattico: contravvenendo al Metodo classico, il modulo di gioco allora imperante nella Mitteleuropa, gli svizzeri tenevano un solo difensore libero da marcatura davanti al portiere anziché due, avendo inviato l’altro a occuparsi in via esclusiva del centravanti avversario, così liberando da tale compito il centromediano.

Catenaccio e cavallette

Rappan domandò se si trattasse di un uso invalso in quel calcio così poco conosciuto fuori dai confini, ma gli venne risposto che l’accorgimento veniva attuato solo in circostanze particolari, cioè quando un divario tecnico eccessivamente sfavorevole rispetto all’avversario lo richiedeva, onde limitare i danni. Sull’idea, rimasta a sedimentare nella sua mente, ebbe modo di lavorare poco tempo dopo, quando proprio a Zurigo, ma nelle file del Servette, lo portò la sua appena intrapresa carriera di allenatore. In realtà, vi era approdato come calciatore nel 1931, ma già dall’anno dopo aveva assunto l’incarico di giocatore-allenatore.

Il calcio elvetico distava parecchi anni luce, quanto a valori tecnici, da quello da cui proveniva ed era perciò terreno fertile per esperimenti tattici, rari essendo i campioni in grado di fare la differenza sparigliando le carte agli allenatori. Ben presto il suo Servette prese a volare e quando nel 1936 Rappan venne assunto dal Grasshoppers, fu un vero boom. Le “cavallette” dovevano vincere sotto la sua guida quattro titoli e sei Coppe Nazionali in appena sette anni. Come effetto naturale, a Rappan venne affidata la guida della Nazionale in vista di Mondiali 1938, dove la sua novità tattica rifulse, provocando l’eliminazione della Germania.

 

Una fase di Svizzera-Germania 4-2 ai Mondiali 1938, il capolavoro di Rappan che sconfisse il gigante nazista

Il gigante beffato

La squadra di Sepp Herberger figurava tra le grandi favorite, proponendo a seguito dell’Anschluss (l’annessione hitleriana) la raffinatezza dell’ex Wunderteam austriaco mescolata al nerbo atletico prussiano. Ma Rappan aveva imparato in Svizzera a far viaggiare i vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro. La sua modifica del Metodo era sostanziale: i due mediani restavano a marcare le ali avversarie, ma al centro i terzini si dividevano i compiti: l’uno spazzino d’area, l’altro a marcare il centravanti. Il centromediano diventava esclusivamente il primo costruttore di gioco e ben due dei cinque attaccanti arretravano a dargli manforte, lasciando in avanti solo tre punte vere, le due ali e il centravanti. La concentrazione di uomini a immediato ridosso della difesa aveva lo scopo di proteggersi dagli assalti avversari, come il pugile che si aggrappa alle corde, per poi improvvisamente lanciare nelle ampie praterie gli uomini d’attacco ad approfittare dell’eccessiva esposizione altrui.

La squadra disponeva di un unico campione, “Trello” Abegglen, raffinato inventore e realizzatore, e quando si trovò di fronte la Germania al primo turno, furono faville. I tedeschi, potenziati da ben cinque austriaci, vennero infilzati dal pareggio di Abegglen alla fine del primo tempo. L’uno a uno si protrasse ai supplementari, senza risolvere la questione, rimandata, secondo il regolamento, alla ripetizione di cinque giorni dopo. E fu allora che l’arroccamento difensivo dei rossocrociati fece cadere nella trappola gli avversari, colpiti tre volte nell’ultima mezz’ora: 4-2 al Parco dei Principi di Parigi e teutonici a casa. La faccenda destò sensazione e Rappan ne ricavò imperitura memoria, anche se il turno successivo lo guardò in cagnesco, opponendogli la fortissima Ungheria, destinata alla finale con l’Italia e abile a chiudere la pratica con un secco 2-0.

Si parlò allora di “riegei”, in lingua francese tradotto “verrou” (“cerrojo” in spagnolo), e più tardi, in italiano, di Catenaccio o chiavistello. Il seme era lanciato, altri sarebbero seguiti – l’Uruguay 1950 e le provinciali dell’Italia del primo dopoguerra – fino alla codificazione del modulo tattico destinato a passare alla storia come “calcio all’italiana”. Rappan eccelleva peraltro in Svizzera grazie alla continuità strepitosa dei risultati a livello di club: oltre a Servette e Grasshoppers, allenò Zurigo e Losanna, conquistando 18 titoli nazionali! Una specie di “santone”, che pilotò la Nazionale elvetica anche dal ‘42 al ‘49 e poi ai Mondiali del ‘54, raggiungendo di nuovo i quarti, e dal ‘60 al ‘63. In quest’ultima circostanza sbalordì di nuovo il mondo qualificando la Svizzera, in un’epoca ormai lontana dalle prodezze dei dilettanti anni Trenta, di nuovo ai Mondiali, in Cile.

Dopodiché lavorò all’organizzazione di un torneo estivo, progenitore dell’Intertoto, che da lui prese il nome di Piano Rappan. Prima di chiudere la carriera, venne convinto nel 1969 a tornare in Austria, ad allenare il suo antico amore, il Rapid di Vienna, che versava in precarie condizioni tecniche. Questa volta il miracolo non riuscì, ma la fama di “mago” di Rappan non ne risentì. Tornò a casa sua, in Svizzera, dove divenne responsabile del settore tecnico della Federcalcio rossocrociata, prima di ritirarsi dall’attività.