CESARINI Renato: il poeta dell’ultimo minuto

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Da settant’anni zona Cesarini vuol dire giocarsela fino alla fine, non disperare mai, sapere che nel novantesimo, in quell’estremo segmento del tempo, ci sta ancora tutto: partita, possibilità, futuro


Un minuto per restare nella storia, per entrare nel lessico e nel dizionario. Un minuto solo. Un minuto, e basta. Quello che la vita è pronta a rubarti, facendoti credere che non conti. Il novantesimo. Tempo scaduto, destino che scappa, saracinesca che si abbassa. Lui però ci mise il piede, lo bloccò quel minuto, lo dilatò, lo fece diventare immenso, senza tempo. Se i palloni potessero parlare dell’ansia con cui rotolano al novantesimo, direbbero che è stato lui a cambiare tutto. A dare una lezione al mondo: non cascateci, non fatevi fregare dal minuto che manca. Dentro ci sta ancora tutto: partita, possibilità, futuro. Se solo siete capaci di giocarlo quel minuto, di afferrarlo, scrollarlo, e fargli sputare quello che vi deve…

In zona Cesarini, appunto. Così si dice da settant’anni, così indica lo Zingarelli. Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969 è l’unico calciatore diventato un modo di dire. E di vivere: mai rinunciare, mai pensare che sia finita, si può sempre ricominciare da un orlo del tempo. E zac, riaprire la cerniera, rimettere fuori la testa. Avete presente la notte di Istanbul, con i milanisti che ridevano e quelli del Liverpool che piangevano? Il bello è che Cesarini, primo azzurro nella storia del calcio a segnare al novantesimo, di gol così, in nazionale, ne segnò solo uno, le altre tre reti le realizzò in serie A: contro l’Alessandria nel ‘31, contro la Lazio nel ‘32 e contro il Genoa nel ‘33. Tre minuti in tre anni e ti salvi dall’oblio.

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Cesarini con la maglia del Club Atlético Chacarita Juniors

Un’infanzia difficile

Anche se il Cè non era tipo da rapina, da scippo, a lui piaceva costruire. Aveva avuto un’infanzia difficile. I suoi genitori erano partiti in nave sulla rotta degli emigranti, Genova-Buenos Aires, che lui aveva nove mesi. Portandosi un rosario e uno spicchio d’aglio. Il bastimento si chiamava Mendoza, il viaggo durava trenta giorni, il quartiere dei poveracci era il barrio Palermo. Il padre Giovanni fa il calzolaio, Renato per un po’ ripara scarpe, ma non gli interessa, lui vuole camminare, correre, curiosare. Prostitute e tango. Notte e chitarre. Acrobazie e trapezio. Numeri da circo, insomma. Infatti viene scritturato. Ha il nasone, il volto appuntito, gli occhi che brillano, un ciuffo ribelle ad ogni schema. E un giorno scopre che si possono fare giochi anche con il pallone.

Finisce nella squadra del Chacarita, quartiere dove sorge il cimitero. Camposanto e calcio usano la stessa terra, i giocatori si chiamano funebreros, becchini. Cesarini si nota. È vivace, gioca bene, suona ancor meglio la chitarra. El tano, l’italiano, è il suo soprannome. Sono gli anni di Raimundo “Mumo” Orsi, brillantina, riga in mezzo, gran sinistro, originario di Santa Maria di Bobbio, in provincia di Piacenza. Orsi per centomila lire e ottomila di stipendio mensile, arriva alla Juventus nel 1928, non sa parlare italiano e soprattutto non può giocare in campionato per l’ostruzionismo della federazione argentina.

cesarini-wp5Sbarco a Torino

Due anni dopo, a gennaio del ’30, sbarca pure Cesarini. In condizioni diverse da quando era partito: il transatlantico si chiama Duilio, lui ha sciarpa di seta, gemelli d’oro e una valigia di cravatte. Il barone Mazzonis, vicepresidente della Juve, cerca di fargli capire che esiste uno stile della società, l’allenatore è Carlo Carcano, il presidente Edoardo Agnelli. Cesarini, che cambia camicia tre volte al giorno e dorme in lenzuola di seta, se ne sbatte. Esordisce dieci giorni dopo il suo sbarco, non ha ancora ventiquattro anni, però la butta dentro. È una grande Juve, c’è Virginio Rosetta che non ama colpire di testa, Berto Caligaris che anticipa la moda della bandana con il fazzoletto bianco attorno al capo, c’è Combi in porta, Bertolini che corre per tutti, i fratelli Varglien, Felice Borel che ha il 36 di piede, Giovanni Ferrari che vincerà campionati e mondiali.

E c’è Cesarini che ha troppa vita per giocarsela solo al novantesimo, infatti gira con una scimmia sulla spalla, fuma un pacchetto di sigarette al giorno, impara l’italiano, dice lui, dalle maitresse e in piazza Castello apre una tangheria, con due orchestre e i musicisti vestiti da gauchos. Di sera a suonare c’è anche lui. Becca multe, le paga, se le fa anche un po’ scontare, ma non rinuncia alle scommesse e a se stesso: si rapa per tre volte i capelli a zero, si presenta ad una festa in pigiama bianco e foulard, arriva tardi all’allenamento, scendendo in smoking dal taxi, si cala dalla grondaia dell’albergo, dov’è in ritiro, per andare a fare baldoria, ricambia una bottiglia di champagne che gli fa arrivare al tavolo Edoardo Agnelli con altre dodici, insomma se la gode, soprattutto di notte. E non rinuncia all’eleganza, pigiama e vestaglia di raso.

Ma in campo gioca e segna. Esordisce in maglia azzurra nel 1931, ma la indossa solo undici volte, troppo ribelle per il ct Pozzo, che gli preferisce gente più solida. Però arriva quel minuto lì, straordinario e unico. È inverno, a Torino, stadio Filadelfia, c’è pioggia e fango, è il 13 dicembre 1931, l’Italia gioca contro l’Ungheria.

Gli azzurri chiudono il primo tempo in vantaggio, uno a zero, gol di Libonatti. Avar fa l’uno pari, Orsi riporta l’Italia in vantaggio, ma Avar segna di nuovo: due a due al novantesimo. Tutto o niente da rifare. Cesarini la racconterà così: «Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. Ad un certo punto ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura. Non potendo avanzare passai alla mia ala, Costantino. Allora ebbi come unispirazione, mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e fintai, evitando Kocsis. Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Accennai un passaggio all’ala dove stava arrivando Orsi, Ujvari si sbilanciò sulla sua destra, allora io tirai assai forte, sulla sinistra, il portiere si tuffò, toccò la palla, ma non riuscì a trattenerla. Vincemmo per tre a due. E non si fece nemmeno in tempo a rimettere il pallone al centro».

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La consacrazione

Renato a venticinque anni entra nella storia, ma non se ne accorge subito. Dovrà passare una settimana. Eugenio Danese è il primo giornalista a parlare di «zona Cesarini», quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte due a uno la Roma con un gol di Visentin all’ottantanovesimo. Ormai Renato ha firmato il suo minuto, non ci possono essere altri proprietari. In tutto tra Juventus e nazionale Cesarini giocherà 158 partite e segnerà 55 reti. Nel ’35 ripartirà per l’Argentina, giocherà nel River Plate e vincerà altri due scudetti, poi a trentaquattro anni diventerà allenatore della squadra che verrà chiamata «La Maquina». La macchina, sì, per la precisione delle giocate. Dicono che quel River Plate è capace di attraversare il campo senza far toccare terra alla palla.

Cesarini capisce molto prima dell’Olanda di Cruijff che «si difende e si attacca in undici». Non lo intuisce dai libri sul calcio, ma dalla sua vita. «Nella mia esistenza ho fatto il calzolaio, l’acrobata, il pugile, l’artista di strada, il calciatore, il radiocronista, l’organizzatore di corse ciclistiche, il suonatore. Il calcio non può essere molto diverso, tutti devono sapere fare tutto». Non conta l’ultimo minuto, ma come si gioca fino all’ultimo secondo. Allenerà altre squadre Cesarini, tornerà in Italia, sarà lui a scoprire Omar Sivori, a portarlo alla Juve, e a far esordire nel ‘47 Boniperti. Quel selvaggio di Sivori che non dava retta a nessuno, che s’inchinava solo a Cesarini e lo chiamava maestro. Forse perché Renato non aveva figli e Omar non aveva padre.Si spegne a Buenos Aires dopo breve malattia il 24 marzo 1969.

Epilogo

Una volta la zona Cesarini era invenzione, eccezionalità, sorpresa. Ora è cambiata, è più facile segnare al novantesimo. Ci sono gli specialisti, quelli che entrano per gli ultimi minuti, senza una goccia di sudore, pronti a matare quelli cotti di fatica. Una volta invece al novantesimo ci arrivavi con tutta la partita nelle gambe, le sostituzioni non erano ammesse, dovevi restare sulla croce fino all’ultimo, senza poter chiedere controfigure. La zona Cesarini la riconosci dalla sensazione: tu che vai in paradiso, la palla che va allinferno, larbitro che fischia la fine, il rimpianto che va a morire, il cuore che ti si deposita in fondo alla rete, la terra che gira più dolcemente. E tutta la vita, con la sua montagna di secondi…

Testo: Emanuela Audisio