RENATO COPPARONI: IL PORTIERE ROMANTICO

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«Il calcio mi ha dato tanto, ho giocato con campioni come Riva, Domenghini, Nené, Greatti, Cera, con Pulici, Graziani e Claudio Sala, il poeta del gol, con con Elkiaer, Di Gennaro e Verza»


L’inizio della storia di Roberto Copparoni sa di romantico: inizia da centravanti della squadra giovanile della Monreale di San Gavino e si trasforma in portiere per difendere un suo gol contro il Santos Pirri, nella finalissima regionale giovanile, anno 1964. In porta poi ci resta, esordisce a 16 anni in Seconda categoria e dopo due mesi si ritrova riserva di Albertosi nel Cagliari anno 1969-70, quello dello scudetto.
«Reginato era infortunato, Tampucci non aveva ancora firmato il contratto, nelle prime due partite di quell’anno, in Coppa Italia contro Palermo e Catania, fui portato in panchina dall’allenatore Manlio Scopigno. Non avevo neanche compiuto 17 anni».
Dopo 40 anni di calcio (prima portiere nel Cagliari, nel Torino e nel Verona, poi tecnico nella Lazio e nel Foggia) il ritorno in Sardegna.

«Sono ritornato a Cagliari alla mia attività di assicuratore che avevo affidato momentaneamente a mia moglie. Il calcio si sa, è così. Soprattutto quello attuale. Lo sport è nelle mani dei procuratori, dei gruppi di potere, delle televisioni. Ma il pallone sta per scoppiare, se non ci si dà tutti una regolata. Tantissimi debiti, qualunque altra società nel mondo imprenditoriale sarebbe fallita, nel calcio va avanti. La mia proposta è provocatoria sino a un certo punto: bisognerebbe tornare al vecchio sistema, con le società proprietarie del cartellino dei giocatori. Tesseramento a vita. Per evitare i ricatti dei procuratori, che presidente e tecnici siano in ostaggio di atleti viziati e pronti a tutto pur di capitalizzare un’annata buona».

Idee chiare per quello che Gigi Riva chiamava ‘il ragazzino’, quando lo convocava dopo gli allenamenti per il tiro a bersaglio finale.
«Albertosi doveva tornare a casa, Reginato magari era stanco, allora Gigi, che si divertiva tantissimo a provare il suo sinistro ogni pomeriggio all’imbrunire, mandava il magazziniere Raffaele a chiamare me, che con la Primavera mi allenavo in un triangolino d’erbetta in un altro punto dello stadio Amsicora».

Una scuola unica per un ragazzino arrivato pochi mesi prima da San Gavino e che dava a tutti i suoi compagni di squadra rigorosamente del lei.
«A scoprirmi a San Gavino fu Giovanni Zucca, a volermi al Cagliari è stato Mario Tiddia, a insegnarmi tantissimo è stato Boldizar, il portiere ungherese che dopo diversi campionati in rossoblù fu scelto per preparare i ragazzi delle Giovanili del Cagliari».

Con lui c’erano Roffi, Lamagni, Gigi Piras. Tutti arrivarono nella prima squadra rossoblù. Il primo a emergere fu proprio Copparoni, promosso nel 72-73 secondo di Albertosi da Mondino Fabbri. Prima panchinaro, poi titolare dopo la partenza di Albertosi al Milan. Sino all’avvento di Radice, che nel 1974-75 gli preferì William Vecchi.
«Grande portiere», ammette Copparoni. Che di lì a poco visse il dramma dell’infortunio di Gigi Riva, il primo febbraio del 1976: «Eravamo una squadra giovane, fu un colpo impossibile da assorbire per noi».

Vennero la serie B e poi la chiamata del Torino: «Mi volle Gigi Radice, per me fu una grande soddisfazione. L’esperienza lontano da casa mi ha maturato professionalmente e umanamente. A Torino legai molto con la comunità degli emigrati sardi e mi iscrissi all’Università, facoltà di Scienze Politica».

Studi chiusi con una laurea. «Ho avuto un buon rapporto con i tifosi granata, davvero unici, perché apprezzavano la mia professionalità. Da riserva mi sono sempre fatto trovare pronto quando sono stato chiamato in causa. Certo, io avrei preferito giocare sempre, e infatti volevo andar via, destinazione Catanzaro. Al Torino arrivò anche la richiesta del Pescara, allenato da Tiddia. Ma a quei tempi il cartellino era di proprietà della società e il Torino non mi lasciò andar via».

Soltanto qualche anno dopo andò a Verona. Tanta panchina, qualche enorme soddisfazione: «Sono stato uno dei pochi portieri al mondo ad aver parato un rigore a Maradona».

Copparoni oggi non ha rimpianti: «Il calcio mi ha dato tanto, ho giocato con campioni come Riva, Domenghini, Nené, Greatti, Cera, con Pulici, Graziani e Claudio Sala, il poeta del gol, con il brasiliano Junior, con Elkiaer, Di Gennaro e Verza».

Tanto peregrinare nella Penisola, poi, a fine carriera, il ritorno in Sardegna, tra Cagliari e la natia San Gavino. Con una laurea da mettere a frutto e le prime sirene della politica.
«Fui assunto come funzionario al centro servizi della Fiera di Cagliari e nel frattempo collaboravo con Greatti nel campo delle assicurazioni. Tessera Democrazia Cristiana in tasca, nei banchi del consiglio comunale di San Gavino».

Sino a quando non è arrivata la chiamata dal grande calcio: «Mi volle il presidente Cragnotti alla Lazio, insieme a Mimmo Caso, per curare il settore giovanile».
Cinque anni di lavoro con Caso, proseguito anche al Foggia, a preparare portieri come Roma, Frezzolini, Marchegiani, Marcon. «Quando finì quell’esperienza tornai a Cagliari e non pensai più al grande calcio».

Ha ripreso la sua attività di assicuratore e ha cominciato ad allenare i portieri del calcio regionale minore, sempre al seguito del suo amico e compagno in rossoblù Gigi Piras, prima alla Gialeto, poi a Iglesias.
«Nel giro di poche ore la mia vita ad agosto è cambiata: stavo per accettare il ruolo di direttore sportivo al Monteponi, quando ho ricevuto la chiamata di Caso alla Lazio».
L’esperienza è finita male nel 2005: il presidente Claudio Lotito ha ceduto alle pressioni dei tifosi estremisti e ha mandato via Caso e quindi anche Copparoni.

La tradizione di portieri rossoblù è grande: «Da Reginato ad Albertosi, Colombo, Corti, Sorrentino, Malizia, Sterchele, Ielpo, Scarpi, il Cagliari ha avuto numeri uno di livello medio alto».
Ha dimenticato Copparoni… «Grazie. Sono orgoglioso del mio passato in rossoblù». Il Cagliari è sempre nei suoi pensieri: «Tornare da dirigente o nello staff tecnico è sempre un sogno per chi ha giocato con quella maglia. Ma so che è un traguardo impossibile».
Il presente è una candidatura finita male alle regionali con i Riformatori e una scuola calcio a San Gavino aperta con il suo scopritore, Giovanni Zucca: il calcio per Copparoni resta romantico.


LA SCHEDA:

Renato Copparoni (San Gavino, 27 ottobre 1952)

Prodotto del vivaio del Cagliari, fece anticamera avendo avanti a sè due maestri come Enrico Albertosi e Adriano Reginato. Ritiratosi il secondo, e approdato l’azzurro Ricky al Milan al termine della stagione 73- 74, la società sarda scelse un portiere di esperienza come William Vecchi, al fine di non bruciarlo prematuramente. L’anno dopo un imprevisto infortunio di Vecchi cambiò le gerarchie tra i pali e Copparoni diventa titolare malgrado la squadra retrocesse in serie B. Confermato per la stagione successiva, ebbe modo di riscattarsi portando con le sue parate il Cagliari agli spareggi promozione con Pescara e Atalanta.
Nel 78- 79 la scelta di tornare nella massima serie per fare il portiere di riserva nel Torino. Tanti anni di panchina come secondo di Giuliano Terraneo prima e Silvano Martina poi, con solo 4 presenze in 7 campionati. Durante la stagione 1985-86 un infortunio di Martina gli diede la possibilità di tornare a giocare con più continuità totalizzando 21 presenze. Ebbe pure l’occasione di debuttare da titolare a 35 anni in Coppa Uefa. Un infortunio nel derby a causa di uno scontro di gioco con l’ex granata Aldo Serena lo costrinse a finire la stagione in anticipo. L’anno dopo si trasferì al Verona per fare “da balia” a Giuliano Giuliani collezionando una sola presenza in campionato prima dell’addio all’attività agonistica nel 1988.