Jules Rimet tra Calcio e Potere

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L’indissolubile legame tra calcio e potere ha radici antichissime. Jules Rimet fu il primo a capirne l’importanza. Esempi eclatanti di connubio: l’Italia fascista nel 1934 e la dittatura argentina nel 1978.


A Theuley-les-Lavoncourt, dietro la chiesa di questo paesino sperduto fra le colline della Francia, fra Besannon e Digione, c’è una statua che commemora l’uomo che inventò la Coppa del Mondo, certo, ma che fu soprattutto il primo a capire il forte ed indissolubile legame tra calcio e potere.

Il sogno quindi di qualcosa che sarebbe poi diventata la coppa del Mondo nasce qui, nella testa di un ragazzino nato nel 1873 e cresciuto in mezzo al niente. Si perfeziona poi a Parigi, dove la famiglia Rimet si trasferisce a fine secolo, in cerca di un’esistenza meno grama. E dove il giovane Jules si impegna nel cattolicesimo sociale, si iscrive alla Democrazia cristiana, perora la collaborazione fra la Chiesa e il popolo, insegue un riformismo graduale che avvicini le classi, smussi le asperità dei conflitti sociali, scopre infine lo sport come veicolo di emancipazione dei meno favoriti, come strumento di promozione della solidarietà e come pretesto attraverso il quale gente di diversa estrazione può conoscersi meglio e dunque convivere in pace.

L’idea di un campionato del mondo di calcio prende corpo su questo sfondo saldamente politico. Non diversamente da Pierre de Coubertin, l’aristocratico al quale si deve la ripresa del ciclo olimpico, Jules Rimet coltiva una mitologia sportiva molto radicata all’inizio del secolo, che vede nella pratica atletica un fattore di avvicinamento fra i popoli e, alla fine, un’ancora di pace.

Tuttavia c’é una differenza fra il barone e il figlio di mugnai piccolo – borghesi. Il primo agisce in nome di un ideale dilettantistico e concepiva lo sport come un esercizio puro, per gente che aveva risolto altrimenti il problema della sussistenza. Il secondo, da subito, si batte per il professionismo: chi gioca a calcio, una disciplina da subito più proletaria di quelle olimpiche, deve potersi guadagnare di che vivere. A unirli rimangono un disegno universalistico e una buona dose di ingenuità.

Mettendo insieme tutti i Paesi del mondo, o quanti piu’ possibile, c’era la speranza che essi avrebbero avuto meno voglia di regolare la questione del primato fra loro con mezzi piu’ cruenti. Questa concezione era naturalmente figlia dell’orrore seguito alla prima guerra mondiale e sarebbe stata fatta a pezzi, poco dopo, dalla seconda. Ma negli anni ’20 e ’30 ebbe una certa fortuna.E, in qualche anima candida, continua a sopravvivere perfino oggi.

Eppure l’intreccio fra la coppa del Mondo di calcio e la politica é inestricabile. E comincia proprio con Rimet, un opportunista e un temporeggiatore. Uno che cerca comunque la mediazione. Uno che, in nome di un avvenire avventuroso e audace, strizza l’occhio a un passato tradizionalista. Uno che domina gli intrighi di corridoio. Uno che parla in maniera facile, con un forte senso di governo e un’altrettanto spiccata attenzione per il favore popolare.

Grazie a queste sue caratteristiche caratteriali, dà la scalata alla FIFA e fa approvare il progetto di una coppa del Mondo. Convince l’Uruguay a organizzarla, giocando sull’orgoglio di un Paese che proprio nel 1930 festeggia il primo secolo di indipendenza. E cogliendo appieno l’ambiguità del messaggio, il governo di Montevideo si affretterà a proclamare festa nazionale il 31 luglio, l’indomani della vittoria della squadra nazionale.

Poi, in nome “dello sport puro e della fraternità” (sic), assegna la seconda edizione all’Italia fascista, che ne farà uno strumento di propaganda. Per la Coppa del ’38, consente alla Germania di schierare 5 giocatori austriaci (l’annessione da parte del Terzo Reich é della primavera) e di escludere quelli di origine ebrea.

Rimet é morto nel 1956, in solitudine, già dimenticato da tutti, oltre che naturalmente dal suo villaggio d’origine. Ma l’uso politico della coppa del Mondo gli é bellamente sopravvissuto. Nel 1978, il regime militare argentino la utilizza non diversamente da Benito Mussolini. Nel 1990, per celebrare l’approdo agli ottavi di finale nella sua prima partecipazione, il Costarica eleva il 20 giugno a festa nazionale, come aveva fatto sessant’anni prima l’Uruguay. La guerra nell’ex Jugoslavia così come l’esercizio del potere nell’attuale Nigeria passa per i campi di calcio. Se quest’uso é normale nei regimi totalitari, perfino le democrazie a volte non ne sono aliene. In difficoltà nei sondaggi per le elezioni generali, il cancelliere tedesco Helmut Kohl andò in Costa Azzurra, dove la squadra tedesca aveva fissato la sede del suo ritiro per i mondiali francesi del 1998, per cercarsi una foto – opportunità di larga presa popolare. Non c’é niente di nuovo, alla fine, sotto il sole.

30 luglio 1930: il Presidente della FIFA Jules Rimet consegna il trofeo di Campione del Mondo a Dr Paul Jude, Presidente della Football Association uruguayana

 

4 luglio 1954: sotto la pioggia di Berna, l’ormai ottantenne Rimet effettua il discorso commermorativo dopo la vittoria della Germania Ovest in finale sull’Ungheria. Un risultato che, crediamo, stupì anche il vecchio Jules…