ROBERTO CONDIO
Ho giocato in Serie A [Una sola volta]

Toccata e fuga: negli ultimi venti anni sono 307 i giocatori che hanno collezionato solo una presenza in serie A, questo libro racconta le loro storie.

«Ho scritto t’amo sulla sabbia e il vento poco a poco se l’è portato via con sé…», cantano Franco IV e Franco I (alias: Franco Romano e Francesco Calabrese). Con T’ho scritto t’amo sulla sabbia fecero ballare una sola estate, quella rovente del ’68. Un colpo di tacco irripetibile, un bagno di folla e di celebrità, e poi subito via dal paradiso; viaggio di solo ritorno fino alla stazione dell’oblio. Un treno in cui sono risaliti a malincuore il Pinocchio televisivo (regia di Luigi Comencini) Andrea Balestri o Totò Cascio, il Salvatore di Nuovo Cinema Paradiso del premio Oscar Giuseppe Tornatore.

Una prova unica sotto i riflettori accecanti della ribalta di celluloide, poi, il buio in sala. Un destino per certi versi crudele che nel mondo del pallone si ritrova nelle 307 storie di calciatori (cento stranieri) che la firma sportiva de “La Stampa” Roberto Condio ha messo insieme nel suo gustoso ed originale Ho giocato in Serie A [Una sola volta]. Destini incrociati e comuni di meteore, «307 eroi per un giorno», scrive Condio, che in campo hanno avuto i loro democratici quindici minuti di celebrità previsti da Andy Warhol.

Qualcuno di questi piccoli eroi dimenticati del pallone, quell’unica presenza l’ha assaporata dall’inizio alla fine dei 90 minuti. Qualcun altro invece si è dovuto accontentare di uno scampolo di gloria della durata di un secondo tempo, altri ancora addirittura solo secondi, attimi fuggenti. Uno per tutti di quest’ultima categoria? Christian Anelli, difensore del Parma, classe 1989: in un Parma-Genoa del 2008 «entra al 95’ al posto di Parravicini: giusto il tempo di sentire il triplice fischio dell’arbitro». Era il 4 maggio, un flash appena nella massima serie, un celestiale «dai, tocca a te Christian» gridato dall’allenatore Hector Cuper che il sogno è già svanito.

Anelli adesso gioca in serie D, nella Pergolettese, e chissà quanto volte avrà raccontato di quella sua avventura da uno su un milione ce la fa. Altri invece rimpiangono, illusi da quell’unico passaggio in ombra nel calcio che conta, quello delle grandi: «22 li ha lanciati (si fa per dire) il Milan, 17 Inter, Parma e Udinese e Atalanta, soltanto 7 la Juventus», spiega Condio.

Antonio Morello (Siena)

In sei hanno ottimizzato al massimo con una sola partita: «Un tiro un gol». È successo a Giovanni Arioli (Parma), Fabrizio Grillo e Antonio Morello (Siena), Nello Russo (Inter), Marco Vittiglio (Pescara). Il sesto goleador fugace è stato Henok Goitom, svedese con radici eritree che, il 19 febbraio 2005, realizzò il gol del pareggio per l’Udinese contro l’Inter. Una momentanea apoteosi che non gli garantì la riconferma, ma una carriera in Spagna sì. Dopo Murcia, Valladolid e Almeria, oggi il 31enne Goitom è tornato in Svezia, gioca centravanti con l’Aik Solna e allena le giovanili del Kista Galaxy Fc, il club che ha fondato allo scopo di favorire l’integrazione nella Stoccolma suburbana. «Da solo una stella, insieme una galassia», è il motto dei ragazzi del Kista. Giovani dell’età di Niccolò Galli (il figlio del portiere azzurro Giovanni) che 17enne con il Bologna debuttò all’Olimpico contro la Roma. «È nata una stella», titolarono all’indomani di quel 1° ottobre 2000, Niccolò era un predestinato, uno della razza dei difensori mondiali, come Maldini o Nesta, ma un incidente in motorino il 9 febbraio del 2001 se l’è portato via per sempre, lasciandoci il ricordo, tenero e struggente di quella sola apparizione in Serie A.

Stessa cattiva sorte per Mattia Del Bello, difensore del Milan che Ancelotti gettò nella mischia a 19 anni alla fine della stagione 2003-2004 in un Piacenza-Milan 4-2. Un trampolino di lancio per Del Bello che poi sarebbe andato a farsi le ossa al Prato (in C) e che prima del Natale del 2004 era pronto al grande salto nella serie A belga: contratto con lo Standard Liegi. «Vado a Bassano a festeggiare…», scrive Mattia nell’ultimo sms inviato alla sua fidanzata Valentina. Un attimo dopo lo schianto in auto. Storie di vite tragicamente spezzate, poca cosa rispetto a un debutto in A macchiato da un cartellino rosso. È toccato a Roberto Putelli, attaccante del Padova in un Padova-Napoli di vent’anni fa. Ma Putelli è felice anche per quel solo giorno di Serie A, e perché comunque sia andata la sua carriera è cresciuto – anche come uomo – giocando e ascoltando la radio in macchina di ritorno dagli allenamenti con un amico speciale: Alessandro Del Piero.

«Il difensore più forte con cui ho avuto il piacere di giocare, l’ho incontrato in serie C, al Carpi, si chiama Ciro Caruso», parola di un altro campione del mondo del 2006, Marco Materazzi. Quel Caruso, cantò una sola volta in A, nel Napoli di Boskov (12 maggio 1996, Napoli-Udinese 2-1). Era un talento, ma i tanti infortuni – altro destino comune a tanti piccoli eroi dimenticati –, le incomprensioni, le sviste e gli errori di valutazione, a volte tarpano le ali, anche a chi avrebbe potuto spiccare il volo. È il caso di Carlo Cudicini, nipote e figlio d’arte, rispettivamente di Guglielmo e del “Ragno nero” Fabio, che nel ’96, a 23 anni, era il portiere di riserva della Lazio. Con il Cagliari Marchegiani esce per infortunio dopo quattro minuti e Zeman cerca con lo sguardo il buon Carlo che si gioca la sua prima e ultima chance in Serie A. Per i successivi tre anni in Italia al massimo gli offrono di difendere i pali del Castel di Sangro (serie B), poi nel ’99 l’inattesa svolta inglese: si aprono le porte di Stamford Bridge, la casa del Chelsea. Un decennio da incorniciare, Cudicini vince due campionati, sette titoli nazionali e viene eletto miglior portiere della Premier League. Uno score che da noi gli sarebbe stato precluso.

Il rischio per Cudicini, e per altri buoni giocatori da una tantum in A, era di passare alla storia come semplice figlio d’arte o peggio ancora come “bidone” raccomandato. Tipo quel Digao, il fratellino del divino Kakà, al quale il Milan regalò un ingaggio importante e un secondo tempo contro la Lazio, e tanto bastò per certificare che si trattava di un bluff. A 28 anni Digao ci ha risparmiati con il suo addio ai campi e il calcio adesso lo guarda solo quando va ad assistere alle partite di Kakà che a 33 anni strappa ancora contratti milionari negli Usa (all’Orlando City). Pensava di aver trovato l’America al Cagliari anche il 19enne attaccante Francesco Paolo, specie quel sabato di aprile del ’96, quando Bruno Giorgi lo schierò – al posto di Dario Silva – negli ultimi minuti di un Cagliari-Vicenza. Ma di cognome Francesco Paolo fa Tribuna: e lì sarebbe subito ritornato a sedersi. Nomen omen di un altro Francesco, Palo, attaccante del Napoli primi anni 80 che al debutto in A segnò pure il gol-vittoria al Como e poi svenne. Condio avrebbe potuto inserire anche lui nella recherche, alla ricerca della Serie A agguantata e subito perduta, ma Palo la domenica dopo giocò contro la Juventus, e la sua breve favola in A si è chiusa con due presenze, e non con una prima e ultima volta.

Roberto Condio,
Ho giocato in Serie A [Una sola volta]
Le strabilianti storie dei calciatori-meteore del campionato italiano
Castelvecchi/Ultra Sport