ROBERTO ANZOLIN: LO JASCIN DI VALDAGNO

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«Ai Mondiali del ’66 avrei dovuto giocare io. Quel diagonale del coreano io l’avrei parato. Sicuro. Ma è vero: io non mi vendevo molto bene… Per un errore di Zoff i giornali avevano sempre giustificazioni»


«Avevo 18 anni, stavo attraversando le 52 Gallerie del Pasubio, quelle famose del ’15-18 sulle Piccole Dolomiti. Era buio. Presi una capocciata tremenda. Qualcuno mi toccò la mano: “Ti aiuto io”. Era una ragazza. L’ho sposata». Si chiama Gabriella e mezzo secolo dopo, in salotto, precisa sorridendo: «Ma non subito. L’ho sposato al suo secondo anno di Juve, perché se fosse andato male, avrebbero dato la colpa a me. Infatti prese 50 gol, la Juve finì quart’ultima. Peggio di così non poteva andare… Allora l’ho sposato».
Il reduce dalla capocciata, Roberto Anzolin, oggi è un signore che veleggia placidamente verso i 70 anni dal baffo e l’eleganza di un David Niven. A Palermo lo battezzarono “saracinesca”, alla Juve vinse uno scudetto e fece epoca col ciuffo e il maglione bianco dal collo a V.

Interno giorno a Valdagno, 32 km da Vicenza, a un passo dalle loro Piccole Dolomiti. Qui cominciò la storia: «Mio padre era pettinatore alla Marzotto. Io iniziai a parare nel Valdagno Marzotto, in B. Sapevo che mi cercava il Milan. Invece mi dissero: “Roberto, per 5 milioni in più l’ha spuntata il Palermo”. Per un veneto di 19 anni anni andare in Sicilia nel ’59 non era uno scherzo. Partii con mio padre. Piansi in treno da Padova a Roma, dove un dirigente del Palermo, venne a prenderci con un’Aprilia da corsa che ci portò a Napoli. Viaggiava come un matto, lo pregai: “Piano, ho una carriera davanti…”
Sbarcato a Palermo, mi portarono a mangiare la pasta con le melanzane a Mondello. Non l’avevo mai assaggiata, Gabriella me la fa ancora adesso. Vivevo allo stadio, nelle stanze che avevano ricavato per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Ero in stanza con Carpanesi. Toros mi faceva da fratello maggiore, mi portava al mare e a Messa. All’esordio a Bari mi fregò un autogol di Bernini. A Torino, contro la Juve, parai tutto, anche un rigore di Cervato. Mi arresi solo a Sivori, in fuorigioco di 5 metri…»

La signora Gabriella carica: «Sì, perché la sudditanza esiste. Quando Roberto tornò a Torino come portiere del Vicenza, l’arbitro ne fece di tutti i colori. Un tifoso juventino uscendo dallo stadio mi disse: “Non è così che mi piace vincere”».
«Comunque – riprende Roberto -, quella partitona a Torino mi aiutò a passare alla Juve. Retrocedemmo in B all’ultima giornata, ma l’anno dopo il mio Palermo risalì subito. Io feci un grande campionato. Un dirigente sussurrò: “Ti abbiamo venduto alla Juve, ma non dirlo, se no scoppia la rivoluzione”. La gente mi amava. L’estate scorsa sono stato in vacanza a Sciacca: si ricordano ancora di me. A Torino mi sedetti in uno stanzone davanti a Boniperti e altri 4 dirigenti. Mi chiesero: “Quanti gol pensa di pendere?” Risposi: “Non so, 20-25…” Ne avrei presi il doppio: quartultimi. Poi parlammo di soldi. A Palermo prendevo 5 milioni, ne chiesi 14. Si alzarono in piedi tutti e 5: “Lei è pazzo!” Poi, tra una clausola e l’altra, ne presi anche di più. Charles si affezionò subito a me. Ci cambiavamo al Comunale, poi attraversavamo la strada per allenarci al Combi. Charles mi sollevava con un braccio solo e mi portava dal Comunale al Combi così, parallelo al terreno, come fossi un tronco. “John, mettimi giù che mi spezzi tutto!”, gli dicevo. E lui: “Anzolino, tu vieni con me”».

anzolin-chilihavisti-wp1«Ai quarti di coppa Campioni trovai il Real Madrid. Febbraio ’62. A Torino presi gol da Di Stefano. A Madrid vincemmo noi con Sivori. Nicolè sbagliò un gol al 90′ così ci toccò lo spareggio di Parigi, che perdemmo. Ma al Bernabeu avevo parato tutto, anche una cannonata di Puskas che mi arrivò al mento e mi stese ko. Nessuno, prima di noi, aveva sconfitto il Real in quella coppa. Auguro a Buffon una serata del genere al Bernabeu. O come quando ci giocai con l’Under 21 e tutto lo stadio mi salutò con i fazzoletti bianchi perché avevo parato anche i microbi: 0-0».

«Venga a vedere….». La signora Gabriella ci guida nella cameretta dell’orgoglio. Incorniciata c’è la pagina di quella partita. Titolo: «Anzolin meglio di Zamora». In un altro quadretto: «Anzolin come Jascin». E poi, sulla parete, tutte le formazioni di Roberto, dal Marzotto in su. La Juve ’66-67 è la filastrocca rimasta nella memoria di tanti juventini: Anzolin, Gori, Leoncini… la formazione del 13° scudetto. Heriberto Herrera e il “movimiento”.
«Sulla carta non eravamo i più forti, ma i nostri punti ce li siamo guadagnati tutti e io presi solo 19 gol. All’ultima giornata, Sarti fece la famosa papera a Mantova, noi battemmo la Lazio e scavalcammo l’Inter. Uno dei due raccattapalle dietro la mia porta aveva la radiolina: “Signor, Anzolin, l’Inter sta perdendo!” Al fischio finale, tutti saltarono in campo. Io mi tolsi la maglia, la posai a terra con calma e mi incamminai verso lo spogliatoio dove mi fumai una bella sigaretta». La signora Gabriella si illumina come la dolomite al sole. «Nessuno parava meglio di Roberto in quel periodo. Ai Mondiali del ’66 avrebbe dovuto giocare lui. Ma Albertosi giocava vicino a Coverciano ed era molto più diplomatico di Roberto. Se mio marito avesse avuto il mio carattere…».

Roberto raccoglie l’assist: «Quel diagonale del coreano io l’avrei parato. Sicuro. Ma è vero: io non mi vendevo molto bene… Per un errore di Zoff i giornali avevano sempre giustificazioni».
Nell’ultimo quadretto Roberto Anzolin ha 42 anni. «Avevo smesso, però il Valdagno, in Promozione, mi pregò di sostituire il portiere malato. Presi 4 gol in 26 partite. Nel derby decisivo contro il Malo staccai una punizione dall’incrocio e la gente disse: “Però, il nonno…” Poi ho provato a fare l’allenatore, ma a Gorizia mi licenziarono mentre ero in testa con 6 punti sulla seconda. Così ora alleno i Pulcini. Il mio fegato ci guadagna e anche il mio cuore. Nel luglio ’97, il giorno prima del Centenario della Juve, eravamo in montagna. Sentii un dolore, un fastidio alle ascelle. Dissi: “Io di qui non mi muovo”. Misi a terra lo zaino con calma».

Come aveva messo a terra lo maglia il giorno dello scudetto. Un infarto a occhi aperti. La signora Gabriella ci mostra una montagna sul calendario. «L’elicottero del soccorso atterrò proprio qui». Nell’attesa lei gli tenne la mano. Come allora. Stesse montagne. E lo ha accompagnato fuori un’altra volta.

Testo di Luigi Garlando

LA SCHEDA

Roberto Anzolin (Valdagno, 18 aprile 1938)
Attivo nel ruolo di portiere tra gli anni sessanta ed i primi anni settanta, vanta una lunga militanza nella Juventus dopo aver militato 3 anni nel Marzotto e 2 nel Palermo.
Con il club bianconero lega il suo nome alla Coppa Italia 1965 ed allo scudetto 1967. Vince, nel 1968, il “Premio Combi”, attribuito da giornalisti ed addetti ai lavori, al miglior portiere italiano.
Soprannominato “il gatto” per la sua agilità tra i pali, ha difeso anche la porta della Nazionale italiana (contro il Messico in amichevole) e fu convocato per i campionati mondiali del 1966.
Chiusa la parentesi alla Juventus (ben 305 gare) si accasa all’Atalanta con la quale, nella stagione 1970-71, in serie B, stabilisce il record di imbattibilità, tenendo inviolata la propria rete per ben 792 minuti, contribuendo alla promozione in serie A della squadra orobica.
Ritorna in serie A nel 1971-72 Lanerossi Vicenza come secondo portiere, per poi chiudere la carriera sulla soglia dei quarant’anni giocando in serie C con Monza, Riccione e JuniorCasale.