ROMARIO de Souza Faria

Rio de Janeiro. A cidade maravilhosa, la chiama qualcuno. Sarà per il Carnevale, le spiagge di Copacabana,il samba o il sole splendente. Poi, però, a ripensarci bene, ti accorgi che non tutto è maravilhoso, da quelle parti. Droga, violenze, povertà, e le favelas. É proprio da uno di questi quartieri in cui la disperazione è all’ordine del giorno che parte la favola di Romário de Souza Faria. Un personaggio sicuramente complesso, che rispecchia nell’animo i mille volti della sua terra. C’è il Romário gioia degli occhi e orgoglio della torcìda, il campione in grado di trovare il gol in qualsiasi momento grazie alle diaboliche progressioni in area di rigore. Ma c’è anche il Romário bizzoso e intrattabile, più croce che delizia per gli allenatori, il bohémien amante degli eccessi, per cui la vita è un eterno Carnevale. E, infine, ecco il Romário politico, elegante e rispettato, impegnato in prima linea nella difficile lotta alle tante ingiustizie del suo Paese. L’unico portiere che forse non riuscirà mai a sconfiggere.

Basso di statura, ma forte fisicamente e inarrestabile nello scatto, Romário possedeva tutte le qualità dell’infallibile uomo d’area: il dribbling stretto, vera specialità della casa, l’innato senso del gol, che non lo faceva sfigurare nel confronto con i più grandi bomber del passato, primotra tutti Gerd Muller, e poi il tiro di punta, magari non il massimo dello stile, ma sicuramente un’arma micidiale con cui rubare il tempo ai portieri.

Esordì nel grande calcio con il Vasco da Gama nel 1985, ma fu con la Nazionale olimpica brasiliana che si rivelò per la prima volta agli ocelli del mondo. Eravamo ai Giochi Olimpici di Seoul ’88. Il regolamento vietava alle squadre europee e sudamericane di schierare i giocatori che avessero precedentemente preso parte a gare valevoli per la Coppa del Mondo, cosa che obbligò quasi tutte le compagini a puntare sulle giovani leve. Così fece il Brasile, che, attorno a Romário , costruì una formazione di eccellente livello tecnico, con il portiere Claudio Taffarel, il laterale Jorginho e soprattutto l’attaccante Bebeto. Tutti ragazzi che avrebbero fatto la storia della Selecao negli anni a venire.

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Con la maglia del Vasco de Gama dove esordisce nel 1985

A Seoul, l’olimpica dovette però accontentarsi della medaglia d’argento, anche se Romano fu la grande rivelazione del torneo, grazie alle 7 reti che gli permisero di vincere la classifica cannonieri. Fu proprio un suo bel guizzo a sbloccare il risultato in finale, ma poi la più compatta Unione Sovietica ribaltò la situazione volando verso l’oro. Anno importante, per lui, quel 1988.

Dopo una lunga e difficile trattativa, si trasferì infatti in Olanda, al PSV Eindhoven, la squadra campione d’Europa in carica. Deliziò ancora una volta i palati fini degli intenditori con uns formidabile prestazione in Coppa Intercontinentale (poi persa) contro gli uruguagi del Nacional, mentre l’anno successivo, con il titolo olandese in saccoccia. Romário venne convocato nella Nazionale maggiore per la Coppa America che si sarebbe giocata in terra brasileira. La Selecao non vinceva nulla del 1970, l’ultimo Mundial di Pelé, e non poteva fallire. Arrivarono in finale, i verdeoro, dopo aver umiliato l’Argentina di Maradona, e, nell’atto conclusivo, un diabolico cabezazo di Romário beffò l’Uinguay in un Maracanà finalmente vestito a festa. Ecco un altro asso nella manica del carioca: il colpo di testa. Nonostante la bassa statura, era in grado, grazie al coraggio e all’intelligenza calcistica, di indovinare sempre il tempo giusto per staccare, cogliendo di sorpresa avversari molto più prestanti di lui.

Sarebbe stato sicuramente tra i protagonisti di Italia ’90, ma sfortunatamente la frattura ad una caviglia rimediata pochi mesi prima ne condizionò e non poco il rendimento. Venne sì convocato per il Mondiale, ma la sua esperienza italiana fu una gita o poco più. Solo 65 minuti contro la Scozia nella prima fase e poi la grande delusione di assistere dalla panchina all’elimìnazione ad opera dei rivali argentini.

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Ma intanto il suo processo di crescita continuava. I più attenti tifosi del Milan ricorderanno sicuramente un suo golaço nella Champions League del 1992/93, dopo aver umiliato in palleggio la difesa rossonera, che in quel periodo era considerata tra le più impenetrabili del mondo. Lo stesso Milan e molti altri club italiani bussarono alla pori a del PSV Eindhoven, ma alla fine fu il Barcellona ad aggiudicarsi il folletto carioca, e in blaugrana Romário visse probabilmente la parentesi più esaltante della carriera. Si laureò campione di Spagna nel 1994, con 30 gol in 33 partite, e trascinò la squadra in finale di Champions League proprio contro il Vecchio Diavolo. Questa volta, la gabbia studiata da Fabio Capello fu implacabile, e “O Baixinho” (“Il Piccoletto”, come veniva soprannominato), braccato da Filippo Galli e Paolo Maldini, non toccò palla per tutta la partita.

Con la rabbia non ancora sbollita, si presentò al Mondiale di USA ’94 coltivando l’idea della rivincita. Nonostante i rapporti non idilliaci tra i due, il c.t. Carlos Alberto Paneira fece di Romário il punto di riferimento della squadra. Costruì alle sue spalle un Brasile poco… brasiliano, ma sicuramente molto efficace in fase difensiva, e gli affiancò un partner ideale come Bebeto, che, con la sua imprevedibilità, sapeva sempre aprire varchi preziosi per il Baixinho.

Fu un Mondiale strano, scandito dal caldo asfissiante, dalla squalifica di Diego Armando Maradona e dalla tragica morte del difensore colombiano Andrés Escobar. Ma fu, soprattutto, il Mondiale di Romário. Segnò subito alla Russia, quindi al Camerun e infine alla Svezia, con il solito tocco di punta. Poi lasciò spazio all’amico Bebeto negli ottavi con gli Stati Uniti, per tornare grande protagonista nello spettacolare 3-2 all’Olanda, con uno spunto da autentico predone dell’area di rigore. Come se non bastasse, in semifinale, un’altra sua celebre capocciata permise al Brasile di aver la meglio sulla Svezia e di centrare la meritata finale. Quasi 20 anni sono passati da allora, da quel torrido pomeriggio di Pasadena, da quell’Italia-Brasile. Una partita poco spettacolare, dominata dalla paura, ma sicuramente leggendaria. La spuntò la Seleçao, ma solo ai rigori, con il nostro Romário a divorarsi un gol fatto nel secondo tempo supplementare. Ma gli dei del futebol avevano ormai scelto il Brasile. E, si sa, contro il destino c’è ben poco da fare.

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Ebbe quindi inizio un periodo piuttosto turbolento nella carriera e nella vita del Baixinho. A seguito dei continui litigi con il tecnico Johan Cruijff, a metà stagione 1994/95 ruppe con il Barcellona e se ne tornò in Brasile. Una parentesi, quella con il Flamengo, piuttosto deludente, in cui Romário , ormai prigioniero del suo personaggio, fece più notizia per la condotta di vita sregolata che non per le grandi prestazioni agonistiche. Tentò di tornare protagonista nella Liga, con il Valencia, ma l’avventura durò pochi mesi per via degli immancabili contrasti con l’allenatore di turno, stavolta il celebre Luis Aragonés.

Meno male che, una volta indossata la maglia della Seleçao, Romário tornava ad essere il campione di sempre. Nel 1997 conquistò infatti a suon di gol la Coppa America e la FIFA Confederations Cup, vincendo così tutto ciò che era possibile a livello di Nazionale maggiore. In coppia con il giovane Ronaldo, si preparò a dare un nuovo assalto al titolo mondiale, ma un brutto infortunio muscolare alla vigilia di Francia ’98 tolse alla torcida la gioia di poter ammirare il tandem offensivo più brillante in circolazione.

Il nuovo millennio vide Romário fare ritorno alle origini, al Vasco da Gama, la squadra dei suoi esordi. Diede spettacolo alla prima edizione del Mondiale per Club, dove vinse la classifica marcatori, ma dovette arrendersi in finale al Corinthians di Dida. In quel 2000, però, riuscì finalmente a far suo il tanto agognato Brasileirào e tornò ad indossare la maglia della Nazionale con una celta regolarità, al punto che, con 8 reti nelle qualificazioni mondiali, si candidò ad essere di nuovo protagonista in vista di Corea & Giappone 2002. All’ultimo momento, inspiegabilmente, il c t. Luiz Felipe Scolari preferì però lasciarlo a casa. Il Brasile avrebbe poi vinto il titolo, ma l’assenza del Baixinho tolse inevitabilmente un po’ di fascino all’ennesima impresa verde-oro.

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Sfumato il bis iridato, Romário si dedicò anima e corpo al raggiungimento di un altro obiettivo, forse meno prestigioso, ma sicuramente emblematico: segnare il 1000° gol in carriera. E giù allora un vorticoso cambio di casacche, dal Vasco al Fluminense, poi addirittura in Qatar, a Miami ed in Australia. Laddove ci fosse un pallone da spingere in rete, Romário rispondeva presente. Gli anni passavano, e il traguardo si avvicinava sempre più. Finché, il 20 maggio 2007, il campione carioca realizzò il sogno a lungo inseguito, mettendo a segno, con la maglia del Vasco, il celebre “Milésimo”. Lo fece su rigore, proprio come Pelé nel 1969. Un altro personaggio, O Rei, con cui l’incorreggibile Baixinho ha spesso avuto da ridire…

Chissà se oggi, smessi i panni del pirata dell’area di rigore per indossare quelli più formali dell’Onorevole, Romário de Souza Faria conserva ancora la proverbiale vis polemica o se, invece, la vita politica è riuscita a smussarne il carattere. Una cosa è certa: nulla gli potrà mai far dimenticare le proprie origini. “Porto la voce delle favelas nel mondo“, è solito ripetere. Una voce che, grazie a lui, ha potuto risuonare, per una volta, più forte e gioiosa che mai.

  • Fonte: Calcio 2000