Gli anni 70 del Saint-Etienne di Herbin

Durante gli anni 70 il Saint Etienne di Herbin si impone come una delle più belle realtà europee vincendo cinque campionati (di cui quattro consecutivi) e tre Coppe di Francia e con il grosso rimpianto della finale di Coppa Campioni persa contro il Bayern nel 1976


Siamo nell’estate del 1967, quella che in California verrà definita la “Summer of Love”, in cui da Berkeley parte la Rivoluzione dei Fiori che esploderà con il concerto di Monterey, l’estate in cui escono “Are you experienced?” di Jimi Hendrix, “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane e gli album omonimi dei Doors e dei Grateful Dead. Da questa parte dell’Oceano i Fab Four celebrano il Mondiale vinto un anno prima da Bobby Charlton e compagni con il “Magical Mystery Tour” e “Sgt.Pepper Lonely Hearts Club Band”, mentre in Francia una piccola squadra di provincia, il Saint-Etienne vince per la terza volta nella sua storia il campionato.

Sono passati troppi anni dall’epopea dello Stade-Reims senza che una squadra francese faccia parlare di sè anche in Europa, e per Roger Rocher, ambizioso e geniale presidente dei Verts, è giunta l’ora di voltare pagina; il tecnico che può far fare il salto di qualità alle Pantere non può essere altri che Albert Batteux, il primo vero teorizzatore del cosiddetto calcio-champagne, che ha guidato dieci anni prima lo Stade-Reims e la Nazionale al Mondiale 1958, e che ha fatto diventare un giovane minatore di origine polacca di nome Raymond Kopaszewski il Napoleone del calcio francese con il soprannome di Kopa. Batteux eredita dal predecessore Jean Snella un’ottima squadra, con il portiere Carnus, il difensore Bosquier, i centrocampisti Robert Herbin e Aimè Jacquet (proprio lui…), gli attaccanti Hervè Revelli e Bereta.

Il primo colpo di mercato voluto da Batteux è un giovane talento del Mali: Salif Keita. La leggenda vuole che Keita, allora sconosciuto, sia fuggito da Bamako senza il visto per la Francia, ed una volta atterrato all’aeroporto di Paris-Orly sia salito su un taxi esclamando: “le stade de Geoffroy Guichard, à Saint-Etienne”, senza sapere che si trovasse ad oltre 500 km. Rocher però non si è mai pentito di aver pagato quel salatissimo conto del taxi, perchè Keita è un fuoriclasse vero e trascina il Saint-Etienne alla vittoria di tre campionati consecutivi tra il 1968 e il 1970 (con l’aggiunta in bacheca di diverse coppe nazionali), tanto che secondo i suoi compagni è “il calciatore più forte mai visto” mentre Batteux, nel descriverlo, non sceglie certo il profilo basso: “se fosse nato in Brasile avrebbe oscurato la stella di Pelè”.

Dopo alcuni assalti all’Europa terminati senza gloria, nella Coppa dei Campioni 1969/70 i Verts hanno l’occasione di entrare nella storia dopo essere stati sorteggiati già al primo turno con il talentuoso Bayern Monaco dei giovani Sepp Maier, Franz Beckenbauer e Gerd Muller. L’andata è in Baviera e la squadra di Batteux viene letteralmente asfaltata dai tedeschi; i gol di Brenninger e Roth (non sarà il suo ultimo gol ai Verts) valgono il 2-0 finale, ma i gol potrebbero essere molti di più se il Bayern, troppo sicuro della qualificazione, non peccasse di presunzione nel finale, fallendo numerose occasioni.

Il primo ottobre 1969 si gioca il ritorno al Geoffroy Guichard; Batteux, sfruttando la sua grande eloquenza ed il suo carisma, ha portato in ritiro la squadra per caricarla a dovere (all’epoca il ritiro era molto meno comune di quanto si pensi), tanto che dopo due minuti di gioco Hervè Revelli, ha già aperto le marcature. Trascinati dal pubblico caldissimo, dopo un’ora di gioco i Verts pareggiano i conti ancora con Hervè Revelli, un vero leone d’area che per lo stile di gioco coraggioso può ricordare il nostro Boninsegna e che per tanti anni vestirà la maglia del Saint-Etienne segnando gol a raffica. A nove minuti dalla fine è l’asso Keita, con uno strepitoso colpo di testa, a segnare il 3-0 che vale il sorpasso e che manda in visibilio i tifosi allo stadio e la Francia intera, unita nel tifo per i Verts contro il fortissimo Bayern.

Purtroppo nel turno successivo la sfortuna ed il solido Legia Varsavia di Kazimierz Deyna (autore di due gol nel doppio confronto) e Gadocha eliminano i francesi, che l’anno successivo escono già al primo turno contro il Cagliari a causa di una doppietta del miglior Gigi Riva di sempre. Il ricco Olympique Marsiglia intanto copre di denaro Carnus, Bosquier e Keita, che se ne vanno, Batteux entra in attrito con la società, ed i risultati sempre meno soddisfacenti convincono Rocher che è l’ora di rinnovare la squadra affidandola proprio a Robert Herbin, che a soli 33 anni prende il timone di una squadra in possibile declino e che decide di rilanciare partendo dai giovani e dai migliori talenti lanciati da Batteux: è il 1972.

Come giocatore Herbin è un centrocampista estremamente versatile, ha disputato il Mondiale 1966 e terminato la carriera in difesa anche se non in nazionale perchè in quegli anni debutta la fortissima “garde-noire” formata da Jean-Michel Adams e Marius Tresor. Un anno, schierato come punta, ha segnato oltre venticinque gol; questa sua duttilità da vero e proprio giocatore universale e la grande considerazione nei confronti del maestro Batteux lo portano a capire prima di altri quale sia l’importanza del gioco collettivo. Herbin è inoltre uno dei primi allenatori a dare grande peso alla preparazione atletica, comprendendo come il gap del calcio francese nei confronti di quello nord-europeo in quegli anni sia da colmare soprattutto sul piano fisico. Non è un caso che il modello di gioco a cui Herbin si ispira sia quello dell’ Ajax di Cruijff e Neeskens.

Per la stampa francese Herbin è “la Sfinge” perchè in panchina non lascia mai trasparire la minima emozione, nè rivela mai il segreto del suo grande rapporto con i giocatori che lo stimano e lo rispettano nonostante un carattere duro ed energico, e degli allenamenti decisamente faticosi. Per costruire il nuovo Saint-Etienne, insieme ad Herbin, Rocher nomina come direttore sportivo Pierre Garronaire, un ex rappresentante di “maroquinerie” che però conosce bene il calcio e ha contatti in tutto il paese; questa rete di amicizie (non nel senso italiano/moggiano del termine) gli permette di avere sempre in anteprima le notizie sui migliori giovani, che subito contatta per portarli a Saint-Etienne. Il suo lavoro di scouting dà immediatamente grandi risultati, perchè i Verts ritornano campioni nella primavera del 1974.

Della squadra di Batteux sono rimasti il bravo terzino Gerard Farison (uno dei primi difensori davvero continui anche nella fase offensiva), Jean-Michel Larquè, “meneur-de-jeu” della nazionale dotato di grande classe e specialista dei calci piazzati, Georges Bereta che però decide di andarsene alla fine del 1974 per contrasti con Rocher (proprio Larquè ne prende il posto come capitano dei Verts), ed Hervè Revelli, ritornato dopo una parentesi di due anni al Nizza. L’assalto alla Coppa dei Campioni, vero obiettivo del Saint-Etienne che ormai domina facilmente in campionato, può finalmente ripartire.

Siamo nel 1974, la Germania Ovest è campione del mondo, l’Olanda di Johann I e II (Cruijff e Neeskens) ha buttato al vento la finale dopo essere stata in vantaggio e dopo aver peccato di presunzione contro i padroni di casa. La Coppa è il vero apogeo della carriera di Maier, Beckenbauer, Breitner, Hoeness e Gerd Muller, fuoriclasse che poche settimane prima, con il Bayern, hanno portato per la prima volta in Germania la Coppa dei Campioni. Il Saint-Etienne di Herbin intanto è ritornato campione di Francia dopo 4 anni di digiuno, e può così tentare un nuovo assalto all’Europa, vero sogno proibito del presidente Rocher.

La squadra allestita dal direttore sportivo Garronaire e dallo stesso Herbin annovera campioni nel pieno della carriera come Larquè, Bereta, Farison ed Hervè Revelli, di cui già abbiamo detto: sono loro che formano l’ossatura della squadra, ma i due leader dei Verts, in campo e nello spogliatoio, sono due stranieri all’inizio non molto noti, ma che Herbin, che li ha voluti con grande decisione nell’estate del 1972, trasformerà in fuoriclasse assoluti.

Ivan Curkovic, portiere jugoslavo del Partizan di Belgrado, è il primo tassello voluto da Herbin; Curkovic è un estremo difensore di grande personalità e professionalità, ideale completamento in campo del suo allenatore, dedito al duro allenamento spesso svolto proprio con Herbin; la sua calma e il suo grande rigore tattico lo portano a comandare in maniera perfetta uno dei migliori reparti difensivi del mondo, tra i primi a fare uso sistematico della tattica del fuorigioco; solo una concorrenza di enorme livello (Pantelijc, Maric, Petrovic) nell’allora fortissima Jugoslavia gli impedisce di partecipare al Mondiale 1974, ma le grandi prestazioni nelle coppe europee (giocò anche la finale contro il Real nel 1966) gli permettono di entrare a buon diritto tra i migliori portieri della sua epoca.

ll secondo straniero acquistato da Rocher per rinforzare la squadra è un giovane attaccante argentino del Velez Sarsfield; accolto con una certa diffidenza la notte del suo arrivo da Buenos Aires, è particolarmente impreciso sottoporta ma diventerà con il tempo uno dei migliori difensori sudamericani dell’epoca (insieme a Passarella, Figueroa, Luis Pereira e Marinho), ed in assoluto il giocatore più amato della storia del Saint-Etienne: il suo nome è Oswaldo Piazza.

L’idea geniale è di Herbin, trasformare in difensore centrale questo talento offensivo dalla mira imprecisa ma con un cuore generoso e una potenza fisica straripante, “Va bene mister, giocherò in difesa, ma voglio avere la più completa libertà di avanzare, perchè questo è il modo in cui io intendo il calcio: sempre all’attacco”; Herbin non può che essere d’accordo, e in questo momento nasce il mito delle “montées offensives”, le poderose cavalcate “capelli al vento” di Oswaldo Piazza, idolo dei tifosi (e sopratutto delle tifose) del Geoffroy-Guichard. Solamente a causa della dittatura di Videla, che impedisce agli argentini che militano in Europa (tranne Kempes) di essere convocati da Menotti, Piazza non potrà giocare, e vincere a fianco di Passarella, il Mondiale 1978 (al suo posto il più modesto Luis Galvan).

Da sinistra, Bereta, Curkovic e Piazza

Tanto il rigore e la professionalità di Curkovic quanto il coraggio, il carisma e la personalità di Piazza sono il vero segreto del gruppo dei Verts, l’arma che porterà questa piccola squadra a conquistare il cuore dei francesi e dei tifosi di tutta l’Europa; ancora una volta Herbin ha visto giusto. In uno spogliatoio dove i leader sono uomini come Curkovic, Larquè, Piazza e Revelli è inevitabile che giovani di talento, scoperti da Garronaire in tutto il paese, riescano a maturare diventando veri e propri campioni; in difesa ci sono Gerard “le Cerbère” Janvion e Christian Lopez; il primo è un marcatore rapidissimo originario della Martinica che presto diventerà titolare inamovibile della nazionale, il secondo è un baffuto libero elegante ed ordinato, perfetto complemento dell’anarchico Piazza: entrambi sono in grado di svolgere la fase offensiva con grande qualità (e non è comune tra i difensori degli anni Settanta, che spesso avevano come unico compito quello di annullare l’avversario diretto).

A centrocampo, insieme a Larquè, giocano Christian “le Chtì” (“le Chtì” perchè originario del Nord-Pas de Calais: durante la Prima Guerra Mondiale i soldati che combattevano sul fronte “di casa”, sulla Somme o in Piccardia, dicevano di essere “chtì” che in pratica vuol dire “sono di qui”) Synaeghel, interno elegante detto anche “la formica” per via di un fisico decisamente gracile ed il potente Dominique Bathenay, una sorta di Tardelli francese, abile nella costruzione, fortissimo nel contrasto e dotato di un gran tiro dalla distanza: giocherà il Mondiale in Argentina, ma non quello del 1982, nonostante sia di gran lunga il miglior mediano francese, a causa di contrasti con Hidalgo e soprattutto Platini.

Davanti, con Bereta e H.Revelli ci sono l’ala sinistra di origine spagnola Christian Sarramagna, che come tutte le ali sinistre classiche è un dribblomane in grado di fare giocate strepitose oppure di non beccare mai la palla per tutti i 90 minuti, Patrick Revelli (fratello minore di Hervè), attaccante “fisico” in grado di cambiare il volto alle partite con le sue accelerazioni e i suoi cambi di passo, ed infine Yves “Tintin” Triantafilos, centravanti di origine greca arrivato dall’Olympiakos.

La Coppa dei Campioni 1974 mette subito di fronte ai Verts un avversario non facile, lo Sporting Lisbona di Hector Yazalde, centravanti dell’Argentina ai Mondiali e Scarpa d’oro in carica con 46 gol; il Saint-Etienne si qualifica agevolmente con gol di Hervé Revelli e Bereta all’andata e di Synaeghel al ritorno (in Portogallo) rendendo inutile l’unico gol di Yazalde, che marcato dal solido Piazza non la vede granchè. Il secondo turno contro l’Hajduk Spalato è tutta un’altra storia, il 23 ottobre 1974 in trasferta l’arbitraggio del turco Babacan e soprattutto i dribbling dell’asso Ivica Surjak distruggono la difesa dei Verts; Hervè Revelli mette una pezza al gol iniziale di Jerkovic, ma nel secondo tempo ancora Jerkovic, Zungul e Mijac portano l’Hajduk sul 4-1 che sembra chiudere la qualificazione; Piazza (e chi se no?), uno che non ama perdere, scatena una megarissa negli spogliatoi minacciando vendetta.

L’ambiente è sfiduciato; il giorno prima della partita di ritorno il Borussia Monchengladbach ha fatto 5 gol a Lione (la squadra rivale dei Verts) e Rocher non crede che il calcio francese possa mai uscire dalla mediocrità: Herbin però chiede al suo dirigente di aspettare a dare giudizi, perchè i Verts non sono ancora eliminati.
Occorrono tre gol e poco dopo la mezz’ora Jean-Michel Larquè apre le marcature, ma allo scoccare dell’ora tutto sembra perduto allorchè il solito Jerkovic pareggia i conti.

Passa un minuto e Bathenay riapre la partita con un siluro dei suoi, Herbin toglie il terzino Repellini per mettere la quarta punta Triantafilos e il suo coraggio paga: al 71′ Synaeghel viene atterrato in area e Bereta, all’ultima partita coi Verts (cacciato da Rocher per i contatti col solito OM) fa il 3-1 su rigore; mancano venti minuti e a otto dalla fine proprio il nuovo entrato “Tintin” segna il gol che vale i supplementari, completando l’opera in piena trance agonistica allo scadere del primo supplementare sottraendo una punizione a Bereta “Berette, a moi!” e sparandola alle spalle di Meskovic: finisce 5-1, è il 6 novembre 1974, e al Geoffroy-Guichard, dopo un recupero che sembrava impossibile, nasce la leggenda dei Verts.

Passiamo al marzo 1975, ed ai quarti di finale della Coppa contro i polacchi del Ruch Chorzow; andata in trasferta, e come spesso accadeva nei paesi dell’est (per motivi che si possono ben immaginare, basti pensare alla Roma in casa del Carl Zeiss Jena), il Saint-Etienne incontra una squadra che va al doppio della velocità, e dopo un’ora di gioco è sotto tre a zero. In una situazione così difficile il merito dei Verts è quello di non mollare e così Larquè e Triantafilos riescono a ridurre il passivo ad un solo gol di scarto. Al ritorno il gol qualificazione arriva già al terzo minuto con Janvion, anche se occorre soffrire fino in fondo, quando Hervè Revelli chiude i conti per il 2-0 da segnare sugli almanacchi.

In campionato il Saint-Etienne è protagonista di imprese incredibili, analoghe a quelle di Coppa, in particolare contro Olympique Marsiglia e Bastia; all’ultima giornata Herbin, per festeggiare il titolo, scende in campo in difesa contro il Troyes, realizzando addirittura il 5-0 su rigore; anche la Coppa di Francia vede trionfare i Verts, ma in Europa la semifinale mette loro di fronte l’avversario più forte; i campioni in carica del Bayern Monaco. L’andata purtroppo si gioca in Francia, e gli attacchi dei Verts si infrangono contro la porta di Maier; al ritorno passano due minuti e Beckenbauer porta il Bayern in vantaggio, il “gioco collettivo” (come vuole Herbin) del Saint-Etienne è bello a vedersi, ma maledettamente poco efficace contro i tedeschi, Durnberger raddoppia al 69′ e per i Verts la finale di Parigi rimarrà un’utopia. Il Bayern rivincerà la coppa al Parc des Princes contro il Leeds ma il Saint-Etienne è pronto per un nuovo assalto alla Coppa 1975-76. Con un’arma in più, un giovane fuoriclasse chiamato “l’Ange Vert”…

Mercoledì 17 Settembre 1975: ricomincia la grande rincorsa del Saint-Etienne al sogno proibito del presidente Rocher, la Coppa dei Campioni; i Verts esordiscono a Copenaghen, contro il KB, avversario tutt’altro che proibitivo, ma che potrebbe dare dei problemi sul piano fisico; i ragazzi di Herbin sono ormai maturi, e lasciati sfogare i volenterosi avversari senza rischiare nulla nel primo tempo, colpiscono nella ripresa con Patrick Revelli e Jean-Michel Larquè, entrambi in rete anche al ritorno in Francia. Proprio nel retour-match allo Geoffroy-Guichard si presenta sul palcoscenico europeo (con il primo gol del 3-1 finale) un giovanissimo talento destinato a diventare una stella e a segnare un’epoca nella Nazionale di Platini: Dominique Rocheteau.

Nato da una famiglia di ostricultori nella harentes-Maritimes, sulla Costa Atlantica, viene scoperto giovanissimo da Pierre Garronaire che lo sottrae al Nantes; esordisce in prima squadra ma dopo pochissime partite un terzinaccio del Lione gli rovina il ginocchio e lo costringe a star fermo un anno. Rientra nell’estate 1975 e dopo una grande amichevole estiva con il Leeds vice-campione d’Europa viene convocato da Stefan Kovacs in nazionale appena ventenne e schierato nell’amichevole celebrativa contro il Real Madrid (!); l’esordio è fortunatissimo, Rocheteau va in gol dopo pochi minuti e disputa una partita bellissima dribblando in continuazione l’altrettanto giovane terzino Camacho; l’impressione destata è tale che Rocher deve rifiutare un’offerta dello stesso Real per il suo gioiellino.

Fisico alto e slanciato anche se piuttostro fragile muscolarmente, veloce ma allo stesso tempo potente, sempre correttissimo (solo due gialli in carriera), Rocheteau è un attaccante (Herbin lo schiera ala destra) dotato di un dribbling meraviglioso e di uno smisurato talento offensivo; purtroppo siamo in un’epoca in cui i giocatori di maggior classe non sono adeguatamente tutelati dagli arbitri, e più di una volta l’“Ange Vert” farà le spese degli interventi brutali dei difensori di tutta Europa, vedendo la propria carriera segnata costantemente dagli infortuni. Appassionato di musica californiana (Jefferson Airplane, Eagles, Grateful Dead sono i suoi gruppi preferiti) ed orientato politicamente a sinistra, Rocheteau partecipa spesso a riunioni dei partiti rivoluzionari ed appoggerà la campagna presidenziale del conterraneo (anche lui Charentais) Mitterand nel 1981.

Dominique Rocheteau

Gli ottavi mettono di fronte ai Verts i pericolosi e rocciosi Rangers (talmente pericolosi e rocciosi che durante il riscaldamento un attaccante rompe il polso al proprio portiere); all’andata in casa il Saint-Etienne passa due volte ancora con P.Revelli e con Bathenay, mentre nel ritorno, dopo un primo tempo di attesa sono due capolavori di Rocheteau a segnare la gara; il primo con un dribbling secco sul difensore poco dentro l’area con tiro sul palo vicino, il secondo con un assist perfetto ad Hervè Revelli dopo un contropiede di 60 metri palla al piede; a nulla serve l’1-2 finale di MacDonald, il Saint-Etienne è pronto ad affrontare i migliori avversari ed al sorteggio i Verts pescano veramente i più forti d’Europa: i sovietici della Dinamo Kiev.

Dopo aver battuto in finale di Coppa delle Coppe gli ungheresi del Ferencvaros, la Dinamo ha la possibilità di vincere anche la Supercoppa Europea nell’autunno 1975 contro il Bayern: la finale è decisa da Oleg Blokhin, sia all’andata in Germania, con un gol incredibile scartando quattro avversari, che al ritorno con una doppietta; Blokhin è un fuoriclasse giovanissimo (a 23 anni è già stato 4 volte capocannoniere del campionato sovietico) e molti in Europa lo paragonano addirittura a Cruijff: in effetti le giocate che mostra l’asso di Kiev sono strepitose, perchè oltre a possedere una tecnica da brasiliano, un fisico di tutto rispetto ed un tiro (specie il sinistro) potentissimo, è in grado di correre i 100 metri in 10’8” (per migliorare ancora si allena spesso con l’amico e campione olimpico Valeri Borzov).

La Dinamo però non è solo Blokhin, tutti i giocatori sono nazionali dell’URSS, in porta c’è il fortissimo Evgeni Rudakov, in difesa i centrali sono Rechko (libero) e Fomenko, a sinistra gioca Matvienko (unico non titolare in nazionale) mentre dall’altra parte c’è l’ottimo Trockhin. A centrocampo giocano in mezzo il capitano Kolotov, con Anatoli Konkov, Leonid Burjak e Vladimir Veremeev, mentre davanti ci sono Blokhin e Onitchenko. Come il Saint-Etienne di Herbin, anche la Dinamo di Lobanovski è una squadra il cui gioco è incentrato sul collettivo; nonostante emerga la classe immensa di Blokhin (che proprio nel 1975 vince il Pallone d’Oro), tutti i giocatori corrono e ripiegano in difesa per poi ripartire velocemente in attacco: in questo modo la Dinamo di Lobanovski giocherà per 30 anni senza mai cambiare stile di gioco.

L’andata dei quarti si gioca il 3 Marzo 1976 a Simferopoli in Crimea, perchè lo stadio di Kiev è completamente congelato; i francesi credono di arrivare nella Cote d’Azur russa ma in realtà fa un freddo siberiano: la Dinamo offre una grande dimostrazione di forza, H.Revelli e Rocheteau sono isolati in avanti e non la vedono mai, mentre Curkovic salva più volte la propria porta, capitolando solo in occasione di un tiro di Konkov deviato da Bathenay e su un colpo di tibia di Blokhin (che Janvion bene o male è riuscito a contenere durante la partita); senza dubbio i gol sarebbero potuti essere molti di più di quelli del 2-0 finale, ma la sensazione data in campo è quella di una qualificazione già decisa in favore della Dinamo. Il ritorno del 17 marzo viene preparato con grandissima cura da Herbin, consapevole di come la perfetta macchina ucraino-sovietica possa avere un punto debole nella condizione fisica, per via del fatto che il campionato russo d’inverno è fermo.

Entrambe le squadre sono in formazione tipo ed il Saint-Etienne gioca con Curkovic in porta, Janvion, Christian Lopez, Piazza e Farison in difesa, Bathenay, Larquè e Synaeghel a centrocampo e Rocheteau, Hervè Revelli e Sarramagna in attacco, l’arbitro è l’italiano Gonella. La Dinamo gioca con un catenaccio vergognoso in cui i difensori stanno sulla linea dell’area di rigore e i centrocampisti (aiutati dalla punta Onitchenko) sulla trequarti, lasciando al solo Blokhin, marcato da Janvion, il compito di lanciare dei contrattacchi in solitario. Sulla destra Rocheteau salta sempre Matvienko ma viene sistematicamente steso, mentre sull’altra fascia Sarramagna prende un pestone da Trokhin (verrà sostituito all’intervallo da P.Revelli) e non riesce mai a crossare per H.Revelli; gli attacchi dei Verts, trascinati dalle progressioni di Oswaldo Piazza, sono continui ed arrembanti ma nel primo tempo sono pochissimi i pericoli reali corsi da Rudakov.