SCHILLACI Salvatore: il destino dell’emigrante

Una carriera irregolare la sua, frastagliata, ma tutto sommato coerente. II calciatore Salvatore Schillaci ha sempre vissuto da emigrante: palermitano a Messina, siciliano al Nord, italiano in Giappone. E’ stato sempre minoranza, costretto a giocare, lui attaccante in campo, in difesa fuori campo.

Non ha avuto, Schillaci, una scuola che non fossero le strade e i campetti bruciati dal sole del Cep, il quartiere popolare in cui è cresciuto a Palermo. Non ci sono pelouse per piedi raffinati. Se li hai, sono un dono di Dio. Ma è difficile migliorare. Perciò si sente un istintivo, che si tiene fuori dalle regole. Cerca il dribbling, prova a tirare in porta, anche quando la logica vorrebbe che tentasse l’appoggio, fidandosi di un tiro che la Natura gli ha consegnato potente e preciso. L’imprevedibilità e il coraggio di osare sono un bisogno per sopravvivere.

Da noi, per emergere, devi avere la fortuna che qualcuno venga a scovarti. Non ci sono scuole calcio, i club investono poco nel settore giovanile. Ho conosciuto tanti ragazzi che potenzialmente sarebbero stati dei talenti e che si sono scoraggiati. Io ce l’ho fatta perchè ho avuto il coraggio, magari l’incoscienza, di puntare tutto sul calcio: dopo un anno e mezzo che aggiustavo le gomme, e dopo, sfinito, mi andavo ad allenare, ho deciso che dovevo scegliere. E ho scelto il calcio, dandomi una scadenza. Se non avessi sfondato mi sarei rimesso a bottega“.

La Juve gli appare come un miraggio all’età di diciassette anni. Salvatore Schillaci gioca nell’Amat di Palermo ed aiuta il padre, muratore, a far quadrare il bilancio di casa facendo il gommista. Tanto lavoro e pochi allenamenti. Ma il fiuto del gol già si intuiva. Così uno zio, emigrato a Torino tanti anni fa, parla del nipote calciatore con Furino, pregandolo di mettere una parola buona per quel ragazzo che al calcio dedica ogni minuto libero della propria vita. Ma Totò non riesce a fare neppure un provino e la Juve rimase un bel sogno giovanile.

Va anche vicino all’amatissimo Palermo:Con me nell’Amat c’era Carmelo Mancuso che poi finì al Milan. E la società rosanero per entrambi offrì 28 milioni di lire; ma i dirigenti dell’Amat sapevano che da noi due dovevano guadagnare il massimo per sopravvivere e giocarono al rialzo chiedendo 35 milioni. Così, per soli 7 milioni non andammo al Palermo. Ci acquistò il Messina. E forse fu anche la nostra fortuna visto come andarono le cose, sia per me che per Mancuso“.

Il Messina diventa quindi la nuova realtà e Schillaci comincia la sua carriera di calciatore a tempo pieno. Il padre infatti capisce che quel figliolo stravede per il pallone e lo spinge a smettere di smontare e riparare pneumatici, anche se le bocche da sfamare sono cinque e un altro stipendio avrebbe fatto comodo. Un gesto che Totò oggi ricorda volentieri, deve al padre se è riuscito ad entrare nellelite del calcio mondiale.

Intanto basta dare un’occhiata ai gol segnati da Schillaci in C ed in B per capire che la fama di «bomber» cresce a vista docchio. In sette anni trascorsi in riva allo Stretto la sua media gol va in crescendo, fino ad arrivare alle 23 reti realizzate nella stagione 1988/89 in 35 partite, alcune incomplete. E’ Scoglio a completare la sua maturazione tecnica e ad aiutarlo ad uscire da una brutta crisi. Nel 1987 passa la peggior stagione della sua carriera: solo tre gol, ma anche due interventi ai menischi e il servizio militare a rendere tutto più difficile. Scoglio lo spinge a ripartire con nuovo entusiasmo e Schillaci lo ripaga l’anno successivo con tredici gol.

Un exploit che non sfugge al Napoli che cerca di ingaggiarlo. Ma il presidente Massimino mette il suo veto e Totò si presenta in ritiro deciso a non restare a Messina, ma viene convinto con qualche promessa e qualche milione in più d’ingaggio. Nella sua ultima stagione in Sicilia, con Zeman in panchina, gol a grappoli, ma pure qualche bisticcio di troppo con il tecnico boemo. Schillaci si allena poco a causa di fastidiosi problemi fisici ed Zeman lo tiene in panchina. Piccole incomprensioni che non gli impedirono di migliorare il suo record di segnature e di laurearsi capocannoniere della serie B. A quel punto Massimino non può più rimangiarsi la parola data ed ecco Schillaci libero di decollare verso il grande calcio.

Così Schillaci raccontava i timori che lo accolsero all’arrivo alla Juve: ”Non sono uno sprovveduto. Gli anni che ho passato a Messina mi hanno insegnato qualcosa, anche perchè ho avuto allenatori bravi a disciplinarmi. Ho sempre cercato di giocare per la squadra, almeno finchè non vedo la porta. In quel momento scompare tutto. Siamo io, lei e il portiere. Se capisco che c’ è il varco giusto, io ci provo. Un attaccante deve ragionare così e fidarsi del proprio istinto. Altrimenti quando segna?”

Esordisce in A il 27 agosto 1989: Juventus – Bologna 1-1. Il primo anno bianconero e’ da favola: 30 partite, 15 gol, una coppa Italia e una coppa Uefa. Gli vale il posto azzurro ai mondiali del 1990 in cui diventa capocannoniere con 6 reti. Alla prima partita, quattro minuti dopo essere entrato in campo al posto di Carnevale, Toto’ e’ gia’ in gol e firma il successo sull’Austria. Si ripete contro Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, Argentina, Inghilterra. Quanto basta per guadagnare fama mondiale.

Il bomber tascabile che doveva essere la mascotte dell’Italia di Vicini e invece diventa l’eroe in grado di far sognare cinquanta milioni e passa di tifosi. Schillaci è uno dei pochissimi siciliani ad aver giocato un mondiale di calcio e tra questi è sicuramente quello che ha avuto più successo. Viene portato in trionfo come un re qualche settimana dopo i campionati quando nel suo quartiere, davanti a migliaia di amici in delirio, riesce soltanto a dire «io sono nato qui», prima di scoppiare in lacrime per l’emozione.

«Speravo di giocare qualche minuto – dice Schillaci – ero già al settimo cielo per la convocazione in nazionale. Certo, in allenamento davo tutto me stesso per convincere l’allenatore, ma nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l’eroe di Italia ’90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l’Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un gol in quell’edizione dei mondiali, e quel gol ci ha condannati».

Con la Juventus due lunghe stagioni d’ombra: undici reti in ventiquattro mesi, pochine. In crisi con la zona di Maifredi, in difficoltà persino negli schemi dell’ italianista Trap. E le polemiche continue: le voci sul suo matrimonio in precario equilibrio; i cori razzisti in ogni stadio (“Ed è triste che siano state le città del sud, Bari e Napoli, ad avermi insultato di più“); il “Ti faccio sparare” rivolto al bolognese Poli; il pugno – o era una zoccolata? – contro Baggio, segni grandi e piccoli di un disagio, di una solitudine. Però fiera. E tutto si può dire di Salvatore Schillaci fuorché dubitare della sua autenticità d’animo persino esagerata. Per questo la fredda Torino non l’ha mai contestato né troppo fischiato, per questo le sue clamorose gaffes sintattiche suscitavano sorrisi ma non scherno.

Così dichiarò al termine del suo soggiorno a Torino: “Sono rimasto un bravo ragazzo e lascio la Juventus senza polemiche. L’ arrivo di Vialli mi ha messo fuori gioco, comunque auguro ai bianconeri ogni fortuna. Ormai la Juve è solo un ricordo: saluto i tifosi, gli ex compagni, Boniperti e Agnelli tuttavia mi sento già interista purosangue. Ho ottenuto il massimo, sognavo la maglia nerazzurra e avrei accettato di restare fermo se non fossi riuscito a raggiungerla. I soldi non sono tutto. Tra l’altro vado a guadagnare meno. L’ Inter mi piace, ha programmi importanti. Riparto da zero a 27 anni e cerco una rivincita“.

Pellegrini lo porta a Milano per nove miliardi di lire, ma in due stagioni sigla in totale 11 gol in 30 partite. I problemi sono i soliti: mancanza di continuità e problemi fisici. A sorpresa nell’aprile del 1994 firma un contratto con i giapponesi dello Júbilo Iwata. Il trasferimento è spinto dal suo procuratore, Caliendo, piu’ per soldi che per una nuova esperienza sportiva. Invece Schillaci, in Giappone, ritrova quello che negli ultimi anni aveva perso in Italia: la stima dei compagni, la considerazione dell’allenatore e l’affetto della gente, che non aveva dimenticato Italia 90. Per rendergli più confortevole il soggiorno, i giapponesi provvedono a fornirgli un interprete personale a disposizione 24 ore su 24, un autista, una bella casa e tutto ciò che si rende necessario per attutire i morsi della nostalgia. Un’altra esperienza forte, da vero emigrante del calcio, ma sempre con il rimpianto di non aver potuto giocare per la sua città, Palermo.

«Avevo 29 anni, alle spalle una stagione difficile con l’Inter, decisi di affrontare una nuova esperienza che ricordo con piacere. Ho perfino imparato qualche parola di giapponese e ho conosciuto campioni come Dunga e Vanembourg che giocavano con me al Jubilo Ywata. Lo so, giocando all’estero sono uscito fuori dal giro. Ma non sono mai stato un personaggio troppo amato nel mondo del calcio, difficilmente una grande squadra mi avrebbe offerto quando ho ottenuto nel Sol Levante. Forse avrei potuto fare un paio di stagioni al Palermo, il sogno della mia vita che non ho mai potuto coronare. Qualche anno fa ho pure provato a comprarmela la società, ma non se n’ è fatto nulla. Si vede che è destino: ho fatto sognare una nazione ma nella mia città non ce l’ho fatta a sfondare. Pazienza».
In terra nipponica realizza ben 56 gol in 78 partite. Primo calciatore italiano a militare nel campionato giapponese. Si ritira definitivamente nel 1999 dopo l’ennesimo lungo infortunio che lo tiene lontano dai campi di gioco già dal 1997, anno in cui vince la J-League.

Alla fine quello che resta di Schillaci nel firmamento calcistico sono gli occhi sbarrati dopo una sua rete ai mondiali, l’espressione di un povero che ha trovato un sacchetto di dobloni e crede che sia uno scherzo, non può toccare proprio a lui e invece sì, non sta sognando e non è uno scherzo, è la vita.

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