MAZZOLA Sandro: il Baffo nerazzurro

Ha vinto tutto quello che c’era da vincere, scudetti e coppe internazionali. Ha segnato gol storici e s’è visto affibbiare i soprannomi più svariati, dall’innocente «baffo» all’inquietante «padrino».


Sandro Mazzola nasce l’8 novembre 1942, una domenica, quasi una predestinazione per un futuro calciatore. Figlio del grandissimo Valentino Mazzola, inizia molto presto a calpestare un campo di calcio. Come mascotte del «grande Torino» posa nelle tradizionali inquadrature d’ante partita quando non ha nemmeno quattro anni. Il padre lo aveva infatti inserito subito nell’ambiente poiché per il piccolo Sandro non esisteva altro che il pallone come giocattolo preferito. E’ difficile dire se fin d’allora avesse già deciso quale doveva essere la sua carriera, un bimbo di quattro anni non è solito porsi certi problemi. Ma quando avviene la tragedia di Superga, e siamo nel 1949, il piccolo Mazzola ha poco meno di sette anni e si sente impegnato a continuare un giorno le gesta del padre.

Dopo la tragedia Sandro e suo fratello Ferruccio rimangono nell’ambiente calcistico. La madre è costretta a trasferirsi a Cassano d’Adda, nella grande periferia di Milano, sia per la poca sollecitudine del Torino a risolvere i molti problemi della famiglia, sia perché l’ambiente natale del grande Valentino avrebbe potuto meglio aiutarla. Ed è così che i due fratelli Mazzola crescono in questa cittadina di provincia frequentando la scuola e giocando al calcio sul Campetto parrocchiale. Nell’ambiente del grande calcio i due fratelli rimangono per merito di un toscanaccio polemico, dal cuore grande come una casa che allora giocava nell’Inter del Presidente Masseroni.

Quel toscanaccio di Benito Lorenzi, brontolone, sempre in polemica con qualcuno, e proprio per questo soprannominato «Veleno». Lorenzi, quando l’Inter gioca a San Siro, se ne andava a Cassano a prelevare i due ragazzi e li porta nel grande stadio milanese ad assistere alla partita dai bordi del campo con la maglia nerazzurra con il biscione sul petto. Per Sandro, però, prima di staccare il primo cartellino dell’Inter c’è spazio per un breve intermezzo in una squadra dilettantistica, l’U.S. Milanese, dove rimane però un solo anno.

A quindici anni, settembre del 1957, comincia gli allenamenti nelle giovanili dell’Inter. Per maestri, avrà, in tempi diversi, Peppino Meazza e Giovanni Ferrari, Maino Neri e Benito Lorenzi, e quest’ultimo è forse l’uomo che influisce di più sul suo carattere di giocatore. Lorenzi, infatti, è un giocatore combattivo e tenace: polemico quanto si vuole ma anche capace di una generosità a tutta prova, non accetta la sconfitta se non al fischio finale e dopo, al posto delle gambe muove la lingua. Un giocatore che a perdere non ci sta mai, e lo ripete spesso a Sandro: «Ricordati che quando si va in campo bisogna essere convinti e sicuri della vittoria. Non pensare mai alla sconfitta».

E Sandrino di questi insegnamenti ne fa tesoro, anche se intorno a lui le perplessità sono molte. Innanzitutto, fisicamente non è proprio il massimo. Alto e sottile, con il torace che non ha nulla di atletico, e che per di più gioca a centrocampo, dove le qualità stentano maledettamente ad evidenziarsi. Nelle «giovanili» gli elementi di spicco sono quasi sempre o attaccanti o difensori e anche per queste ragioni le ironie sul suo conto si sprecano. Non è difficile sentire fra il pubblico frasi di questo genere: «Se quella pertica si chiamasse Rossi, non giocherebbe certamente nelle giovanili dell’Inter». Malvagità belle e buone, perché Sandro, pur con quel fisico poco prestante, ricopre zone di campo incredibili e gioca tutto per la squadra, senza mai eccedere in personalismi. Lo scatto breve lo usa principalmente come cambio di marcia per liberarsi dalla marcatura dell’avversario, ma raramente fa sfoggio di questa sua caratteristica per avventarsi nell’area di rigore e trasformare in gol.

Abbiamo visto sopra le persone che nel tempo hanno plasmato il giovane Sandro. Peppino Meazza lo seguiva con passione così come Gioanin Ferrari e Maino Neri. Questi allevatori di giovani speranze, erano stati amici del grande Valentino, ma il di là della comprensione per la tragedia umana che aveva colpito la famiglia, lo trattarono come qualsiasi altro ragazzo della squadra. Abbiamo visto come Benito Lorenzi lo seguisse con le attenzioni di un padre, interessandosi della sua carriera e aiutandolo con consigli che gli derivavano dalla sua esperienza di calciatore. In casa, poi, Sandrino si affidava a Piero Taggini, che aveva sposato sua madre, e che dava ai due fratelli quel calore umano di cui era ricco. Nel destino di Sandrino queste persone hanno contato molto, ma il «Pigmalione» della sua carriera doveva ancora arrivare…

Verso la fine degli anni ’50, il futuro «Pigmalione» di Sandrino Mazzola sta infuocando la Spagna con le sue polemiche violente, facendo la guerra al grande Real di Alfredo Di Stefano. Ci riferiamo, è ovvio, a Helenio Herrera che, «conducator» del Barcellona, sta facendo man bassa di tutti i titoli spagnoli. Decide di rispondere affermativamente alle lusinghiere proposte che gli arrivano da un petroliere milanese. Angelo Moratti, infatti, che era presidente dell’Inter dal Settembre del ’55, non aveva avuto molta fortuna fino ad allora.

Salito alla presidenza con l’ambizione di vincere almeno uno scudetto, nel primo quinquennio della sua gestione era stato costretto a licenziare una decina di allenatori, a spendere un mare di soldi per acquisti sbagliati e con risultati deprimenti, tanto da fargli pensare all’abbandono. Ma nel corso della Coppa delle Fiere del ’59-60, Moratti assiste alla doppia sconfitta dell’Inter ad opera del Barcellona e questa opportunità lo spinge a prendere contatti con il futuro “Mago”. I due riescono a concordare un incontro e il contratto è siglato ancora prima che il Barcellona termini campionato e Coppa dei Campioni.

Herrera vuole nel precampionato a San Pellegrino anche i giovani per farsi una idea delle forze di supporto dell’Inter. Nelle sue relazioni considera attentamente le possibilità di Facchetti e Mazzola, e per quest’ultimo, rilevando che il ragazzo dispone di uno scatto considerevole, lascia intendere che forse fino ad allora era stato impiegato in campo in modo errato. Herrera segue abitualmente le squadre ragazzi in quanto da sempre grande estimatore dei vivai ed attento analizzatore delle possibilità future di molti ragazzi che allora erano alle dipendenze dell’Inter.

E infatti, mentre Facchetti è visto da tutti come un futuro campione, per Mazzola, che Herrera ha indicato come una dei giovani più interessanti, incontra resistenze piuttosto tenaci. Non sono molti, all’Inter, convinti delle capacità di Mazzola, ma Herrera non si preoccupa minimamente della diversità di opinione di alcuni dirigenti. A decidere è lui, nei colloqui con il ragazzo gli fa balenare la possibilità di giocare in prima squadra in breve tempo e gli preventiva un futuro da campione.

Sandrino gioca in quella che ora si chiama «Primavera» assieme alle speranze della società. Durante il campionato ’60-61, a Torino, nel corso dell’incontro fra Juventus e Inter, la folla strabocchevole invade il terreno di gioco e si assiepa ai bordi del campo. Questo avviene alla 28.a giornata e la partita è decisiva per l’assegnazione dello scudetto. L’arbitro Gambarotta, al 31′ del primo tempo rimanda le squadre agli spogliatoi. Il regolamento è abbastanza chiaro. In casi del genere, la vittoria va attribuita alla squadra ospite. Supportata da precedenti simili, dieci giorni più tardi la Lega assegna il 2-0 all’Inter, che torna a intravvedere lo scudetto.
Ma il 3 giugno, alla vigilia della domenica conclusiva del campionato, la Caf accoglie il reclamo della Juve e decide che la partita va rigiocata, suggellando in pratica lo scudetto numero 12 dei bianconeri.

L’Inter si ritiene lesa nei propri diritti e il 10 giugno del ’61, data designata per la disputa del recupero, Herrera manda in campo la squadra ragazzi, con ciò infrangendo l’articolo del regolamento che impone alle società di mandare sul terreno di gioco la migliore formazione possibile. Vince facile la Juventus (9-1) con Sivori che nell’occasione eguaglia il record delle reti segnate in un incontro di campionato detenuto da Piola fin dagli anni 30 con 6 reti. L’episodio fin qui trattato interessa unicamente perchè nella squadra che Helenio Herrera ha mandato ad incontrare i bianconeri fa parte Sandrino Mazzola, assieme ad altri giovani come Annibale e Gugliemoni che si segnaleranno poi nel campionato italiano.

Mazzola debutta quindi in serie A proprio a Torino, davanti a quel pubblico che per tanto tempo aveva applaudito suo padre. All’inizio l’accoglienza non è molto convinta, l’applauso è più diretto al ricordo del passato, un saluto affettuoso ad un ragazzo che intende seguire le gesta del padre. Alla fine, sebbene la formazione nerazzurra fosse stata duramente battuta, gli applausi che salutano l’uscita dal terreno di gioco di quegli undici ragazzi è più consistente e convinto. «Mazzolino», come viene definito da alcuni giornali, ha disputato la sua brava partita senza mostrare la pur minima emozione anche quando l’arbitro Gambarotta assegna un rigore ai nerazzurri e Sandro lo trasforma con sicurezza.

Quella prima apparizione in serie A, dovuta a circostanze contingenti, è seguita l’anno dopo dal debutto vero e proprio nelle file della sua Inter nell’ultima partita di un campionato che il Milan si è già assicurato. Herrera lo schiera infatti nell’Inter che batte il Lecco per 3-0 con i nerazzurri che scheriano: Buffon; Masiero, Facchetti; Bolchi, Della Giovanna, Picchi; Morbello, Mazzola, Hitchens, Suarez, Corso.

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Helenio Herrera ha promesso a Mazzola che nel campionato ’62-63 sarebbe partito titolare. Complice della decisione anche il buonissimo comportamento della squadra giovanile dell’Inter nel 14. Torneo Carnevale di Viareggio. L’Inter, che non aveva mai vinto la manifestazione, riesce ad accedere alle finali e contro la Fiorentina si impone per 2-1 e Mazzola e Boninsegna si meritano la segnalazione fra i migliori elementi dell’intero Torneo. E’ questo, forse, il passo decisivo della futura carriera di Sandrino.

Seguendo i consigli di Herrera, Mazzola gioca come mezza punta per sfruttare al meglio lo scatto bruciante del quale è dotato. In pratica da uomo di regia, ruolo al quale si sente vocato, si trasforma in realizzatore del gioco altrui, costretto ad assumere quel pizzico di egoismo che il «goleador» deve avere nel proprio bagaglio tecnico.

Dal giorno del trionfo di Viareggio, nel giro di un paio di stagioni, Mazzola diventa rapidamente una delle più belle realtà del calcio italiano, e si prende le sue solenni rivincite sugli scettici che insultavano la sua passione e le sue capacità ad inizio carriera. Nel campionato ’62-63 Herrera mantiene le promesse schierandolo come titolare e Sandrino con i suoi gol (10) contribuisce non poco alla conquista dello scudetto tanto agognato da Moratti. In quella stagione storica, che vede finalmente il «mago» conquistare il primo alloro italiano al terzo tentativo, si ha la definitiva consacrazione di Mazzola.

Anche i selezionatori della Nazionale iniziano ad interessarsi a lui. Nello sforzo di rinnovamento che il Commissario Unico Edmondo Fabbri intraprende dopo l’ennesima deludente spedizione in Cile nel ’62, Sandrino trovò un posto ben preciso. Il 20 marzo del ’63 si giocò a Firenze un incontro amichevole con la Bulgaria B. Mazzola è inserito in quella formazione sperimentale assieme a giocatori come Domenghini, Burgnich, Guarneri e Picchi che stanno facendo come lui i primi passi in azzurro.

Si merita subito la promozione alla nazionale maggiore. Una Nazionale, che sta sbocciando con una fioritura di grandissimi campioni, anche se poi incorre poi nel naufragio di Middlesbrough (sconfitta 0-1 con la Corea del Nord, Campionati del Mondo 1966). Le basi dello squadrone azzurro che vincerà poi il Campionato Europeo 1968 e conquisterà lo storico secondo posto ai Mondiali in Messico, nasce sotto la guida di Mondino Fabbri. Fabbri seguiva un programma di impegni difficili alternati a impegni definiti facili per formare un nucleo di giocatori adatti ad assicurare un futuro alla Nazionale azzurra. Per tale programma accetta con piacere l’impegno che prevedeva per il 12 maggio del ’63 un incontro con un Brasile campione del mondo in carica.

Due debuttanti, Mazzola e Guarneri, una squadra complessivamente molto giovane, dove la parte degli anziani è sostenuta da Maldini, Salvadore e Trapattoni, che neutralizza abbastanza agevolmente Pelè, complice la cattiva condizione fisica del fuoriclasse brasiliano che quasi alla mezz’ora del primo tempo lascia il posto a Quarentinha. Al 35′ Sormani sbloccò il risultato raccogliendo una corta respinta di Gilmar susseguente ad un violentissimo tiro di Rivera. Quattro minuti dopo, Dias atterrava lo stesso Sormani. in piena area, e l’arbitro assegna il rigore agli azzurri. Sormani, designato da Fabbri a battere le punizioni dagli undici metri, lascia l’incarico a Rivera e questi fa segno a Mazzola se si sente di battere il rigore. Sandrino raccoglie la sfida, piazza la palla sul dischetto, guardò ben dritto negli occhi Gilmar, campione del mondo, per cercare di intuirne le intenzioni, e spara forte dal basso in alto; la palla si insacca nell’angolino alto alla sinistra di Gilmar. E’ con questa prestazione Mazzola conquista il suo buon diritto a vestire la maglia della Nazionale.

La conquista dello scudetto assegna alla squadra di Herrera il diritto a partecipare alla Coppa dei Campioni del ’63-64 e il primo impegno prevede un banco di prova molto difficile. Il sorteggio assegna l’Everton, lo squadrone di Liverpool, che vanta nelle sue file giocatori come Labone, Kay e Vernon. Il doppio confronto con l’Everton si conclude con una rete di Jair nell’incontro di Milano, dopo che al Goodison Park l’Inter aveva sofferto non poco per l’arrembante assalto degli inglesi. Con Monaco e Partizan di Belgrado, l’Inter si qualifica abbastanza agevolmente mentre Mazzola, con le reti messe a segno contro francesi (2) e jugoslavi (1), scala la classifica cannonieri del Torneo.

Qualche difficoltà gli uomini di Herrera la incontrano nell’incontro con il Borussia Dortmund. In terra tedesca il centravanti Brungs segnare due reti che Corso e Mazzola riescono a pareggiare con molta fatica. A Milano, poi, Jair e ancora Mazzola spalancano ai nerazzurri le porte della finale con il Real che si presenta al big match con una esperienza a tutta prova e con ambizione del tutto simile a quella dei milanesi.

Il Prater di Vienna la sera del 27 maggio è stracolmo, 72000 spettatori, con molte carovane di tifosi italiani e spagnoli che invadono la vecchia capitale asburgica. L’Inter, chiusa a riccio nella propria metà campo, controlla le sfuriate iniziali di Amancio e Di Stefano che convergono il gioco sull’appesantito Puskas, controllato da Guarneri; Mazzola il cui guardiano è Zoco che spesso gli lascia ampi spazi, staziona sul centrocampo pronto a sfruttare l’arma con la quale Herrera spera di trafiggere i rivali di sempre.

Al 42′ del primo tempo la prima rete. Sulla tre quarti nerazzurra, Guarneri toglie una palla a Puskas e la smista sulla sinistra a Facchetti, questi, dopo una breve volata serve di precisione Mazzola che controlla rapidamente la palla e con un tiro preciso la colloca alle spalle di Vicente. Alla rete di Mazzola segue un palo di Gento in apertura di ripresa e poi il raddoppio di Milani al 61′, e quando il ritorno dei madrileni si fa più insistente dopo che Felo al 70′ ha accorciato le distanze, ancora in una classica manovra di contropiede Mazzola ruba la palla a Santamaria e trafigge Vicente in uscita: 3-1, quindi, e vittoria meritatissima dei nerazzurri.

La vittoria nella Coppa dei Campioni dà ai nerazzurri un titolo prestigioso e ciò forse influisce a saziarne l’appetito. Di lì a pochi giorni si gioca infatti lo spareggio per l’assegnazione dello scudetto, avversario un Bologna che ha saputo eguagliare le imprese dei milanesi e ben deciso a vendere cara la pelle dopo le polemiche furibonde per il caso del «doping» che ha caratterizzato il finale del Campionato. Nella finale di Roma, il Bologna organizza al meglio le residue energie, l’Inter tenta la manovra che così bene aveva funzionato con il Real, ma i rossoblu, più guardinghi e grazie al gran gioco spumeggiante di Haller e Bulgarelli, Fogli e Nielsen, riescono ad imporre ai nerazzurri un rotondo 2-0 scaturito dalle reti di Fogli e Nielsen e conquistano così lo scudetto che non vincevano da ventiquattro anni.

L’Inter si consola della imprevista sconfitta aggiungendo alla Coppa dei Campioni, la Coppa Intercontinentale, avversario tenace e combattivo l’Independiente di Avellaneda. Per due stagioni l’Inter di Mazzola domina la scena europea e mondiale, vincendo tutto quanto c’era da vincere per le squadre di club. In Nazionale, invece, Mazzola fa parte della spedizione inglese che si conclude con la drammatica eliminazione da parte dei nord-coreani. Il brutto episodio segna un momento abbastanza squallido nella scena dei calcio italiano, che l’anno dopo perde anche la possibilità di una ulteriore vittoria in Coppa Campioni, proprio con l’Inter che a Lisbona si fa battere dal Celtic nella finale, dopo aver condotto quasi interamente la gara per un rigore trasformato da Mazzola. Finisce invece con la vittoria degli scozzesi con il minimo scarto e quella fu l’ultima esibizione Europea di un certo valore della grande Inter di Herrera.

Nel frattempo Artemio Franchi, dopo la battaglia d’Inghilterra del 1966 vergognosamente perduta, e dopo un interregno del duo Helenio Herrera-Ferruccio Valcareggi, affida a quest’ultimo la conduzione della rappresentativa azzurra. Valcareggi, oltre all’aria del vecchio saggio, non raccoglie insinuazioni, non alimenta polemiche, ha poche idee ma precise e non dà retta a nessuno. E’ un vecchio saggio anche nel comportamento oltre che nell’aspetto e che la scelta di Franchi è felice lo si vede subito. La squadra azzurra abbandona le retrovie del calcio europeo e balza ai primi posti.

Nel ’68 sono programmate in Italia le finali del Campionato Europeo per squadre nazionali. Gli azzurri affrontano prima la Russia e riescono ad eliminarla solo per l’intervento della dea bendata, sotto forma della monetina lanciata dall’arbitro Tschenscher. Per la finale con la Jugoslavia è necessario un doppio incontro a distanza di due giorni, poiché la prima finale giocata a Roma 18 giugno è terminata in parità (1-1) con reti di Dzaijc e Domenghini. Mazzola, che non ha partecipato alla prima finale, poiché gli è stato preferito il napoletano Juliano, gioca contro la Jugoslavia la sua migliore partita in azzurro schierato a centrocampo, in cabina di regia, nel ruolo che ha sempre sognato. Riva e Anastasi segnano le reti della vittoria azzurra, ma chi raccoglie gli unanimi consensi della stampa è proprio Mazzola.

Una grande prestazione che lascia presagire un seguito, ma le polemiche riprendono subito il sopravvento con il dualismo Mazzola-Rivera con cui si giunge all’assurda contestazione del secondo posto meritatamente conseguito in Messico, con Sandro forse il migliore degli azzurri in quella occasione per continuità di rendimento e concentrazione nell’impegno.

Dopo i Mondiali del Messico, a ventotto anni, con un palmares ricco di titoli prestigiosi, Mazzola gioca la carta della regia nella sua Inter. La società nerazzurra, che dopo i trionfi della gestione Herrera non ha intrapreso la strada di un ragionevole rinnovamento, decade leggermente nei confronti di Juventus, Milan, Fiorentina e Cagliari che vinsero nell’ordine gli scudetti ’66-67, ’67-68, ’68-69, ’69-70. Ed è appunto nella stagione successiva ai Mondiali messicani che l’Inter riprende in mano la situazione e con Mazzola, Boninsegna, Facchetti e Corso riesce ad attingere i vertici abituali durante la gestione Herrera. A quasi due terzi del torneo, il Milan di Rivera sembra imprendibile per il vantaggio sapientemente accumulato, ma la tabella che i «senatori» dell’Inter hanno preparato si dimostra efficace e dopo un fantastico inseguimento il Milan è raggiunto e superato sulla retta di arrivo.

E’ l’ultimo grande successo della grande Inter e l’anno dopo, nella Coppa dei Campioni, i nerazzurri raggiungono la finale di Rotterdam contro i nuovi dominatori della scena Europea: l’Ajax di Cruijff. Non c’è scampo nella finale, il fuoriclasse olandese, con una doppietta fantastica, frustra le speranze restauratrici degli interisti. Da allora in poi molti errori societari costringono Mazzola ad esibizioni non certamente all’altezza del suo passato. In campionato, ruoli subalterni allo strapotere torinese; in Nazionale, dopo Monaco ’74, la giubilazione dalla maglia azzurra con motivazioni per lo meno discutibili. Nella sua ultima stagione (1976-77) si eleva spessissimo a vertici di rendimento eccelsi, senza però che la squadra lo segua nelle sue invenzioni geniali.