SCHIAVIO Angiolino: la Belle Epoque del football

IL CALCIO, quando non era ancora adulto ma aveva tutti i connotati per piacere; il calcio, quando l’Italia era un Paese irreggimentato dietro la lettera D (del Duce…) e viaggiavano le prime auto Fiat di nome Balilla perché i figli d’Italia erano tutti Balilla; il calcio, quando Bologna, Bologna la grassa o la dotta, non era men bella di oggi, un salotto anzi più cristallino e rilucente tra torri e merli; il calcio insomma ai tempi del milione di Bonaventura e della canzone «oh potessi avere mille lire al mese »; quando i calciatori erano strampalati giovanotti, quale morto di fame quale figlio di papà, decisi a dare pedate alla faccia di tutto; il calcio dei tempi di Angiolino Schiavio appunto…

di Vladimiro Caminiti

Gli inizi

Schiavio nacque a Bologna il 10 maggio 1905. Scoprì il calcio prestissimo. La grande guerra avvolse in un nuvolone di fumo e macerie anche la sua infanzia. Nel dopoguerra, a Bologna tornò la vita di sempre, il ragazzino, nato col pallone tra i piedi, una vocazione, si iscrisse alla Fortitudo, una società di Bologna. A sedici anni, nel 1921, giocava in prima squadra nella Fortitudo. Era alto sul metro e settanta, snello ma solido. Il suo dribbling era secco, a seguire, i suoi fondamentali irrobustiti dai «muri». Il calcio traversava un momento topico. Millanta società nascevano e morivano, da una parte la Federazione Italiana Gioco Calcio, dall’altra la Confederazione Calcistica Italiana. Quale avrebbe prevalso?

Fu Vittorio Pozzo, il torinese anglofilo ed amico degli alpini, un po’ retorico ma molto sincero, a mettere ordine nel nostro calcio. Intanto Angiolino cresceva bene. Il 31 dicembre 1922 si disputava a Bologna il confronto tra la Rappresentativa Emiliana e la Rappresentativa Veneta. Il centravanti della Fortitudo fu convocato. Giocò bene, il Bologna gli mise sopra gli occhi e se lo assicurò con quattro soldini.

Angelo Schiavio con lo scudetto di campione d'Italia 1924-1925.

Angelo Schiavio con lo scudetto di campione d’Italia 1924-1925.

Il trio delle riserve

Cose strabilianti sono successe in Italia. Il Piccolo Re ha praticamente consegnato Casa Savoia all’uomo di Predappio. Mussolini duce del fascismo si avvia a diventare il padrone dell’Italia. A Bologna, il fascismo è disputato da un socialismo rosso. Mussolini ex socialista anche lui non perde tempo e si sbarazza di tutti i nemici. Arpinati è federale di Bologna ed è sportivo grandioso. Ha un certo geniaccio, una personalità assai libera. Farà costruire lui lo stadio di Angiolino, lo stadio littoriale di Bologna, così teatrale e sinfonico, dove nasce la leggenda del «Bologna che tremare il mondo fa». Il Bologna appunto di Schiavio.

Il 31 dicembre 1922 il Bologna affrontò in una attesissima gara amichevole nel vecchio stadio la celebre squadra ungherese dell’U.T.E. Infortunato il centravanti titolare Alberti. Convocati in Nazionale, dal paffuto mangiator di tortellini e agnolotti Augusto Rangone, Perin e Della Valle, venne schierato contro i magiari l’intero trio d’attacco delle riserve: Baccillieri, Schiavio e Gasperi (che allora giocava all’attacco). Il Bologna vinse uno a zero con un gol di Angiolino, un dribbling a seguire ed un tiro di destro angolatissimo. Il dottor Fellsner, che allenava la squadra, parlando un italiano stentatissimo ma facendosi capire con i suoi innumerevoli esercizi con la palla, da quel momento cominciò ad occuparsi personalmente della preparazione di Schiavio. E nacque così un grande campione.

Bologna - Milan 4-1, 6 marzo 1927. Schiavio sfugge a Schienoni al vecchio Campo Sterlino.

Bologna – Milan 4-1, 6 marzo 1927. Schiavio sfugge a Schienoni al vecchio Campo Sterlino.

«Entravo come un dannato…»

Ventun partite in Nazionale e quindici gol. Terzo all’Olimpiade di Amsterdam. Campione del mondo 1934. Schiavio centravanti rapsodico. Un lottatore ed un tecnico. Un coraggioso per antonomasia. Meazza più tecnico di lui e più bello. Lui più duro, più travolgente, anche più rissoso. Lui con un cuore in petto di pioniere. Lui il calciatore libero e padrone del suo destino.
Raccontava «Erano veramente altri tempi… C’erano dei valori, che rappresentava con noi e per noi Vittorio Pozzo…». Noi affrontammo in successione, tra il 27 maggio e il 10 giugno 1934, Stati Uniti, Spagna due volte, Schiavio non giocò la seconda volta, vittoria nostra con un gol di Meazza, poi l’Austria, 1-0 gol di Guaita, infine la Cecoslovacchia… Angiolino non stava troppo bene. I giornali dicevano che era tutto rotto… Il gol della vittoria però fu suo. L’arbitro era lo svedese Eklind… «Una lotta accanita, ritmo vertiginoso, difese di roccia. La partita è tesa sul filo di parità. Si affrontano le più grandi scuole del mondo…». Così raccontava la radio. Erano cominciate le radiocronache… Pareva che loro, con il fraseggio ordinato classico della scuola ceca, prevalessero… Al 26′ del secondo tempo proprio per un suo fallo, su calcio di punizione dal limite, Cambai diede a Puc che scartò Ferraris IV, Monzeglio e segnò.

Schiavio e Meazza prima di Italia - Germania del 1933.

Schiavio e Meazza prima di Italia – Germania del 1933.

Sembrava finita, ma Pozzo scambiò i ruoli d’attacco, Schiavio all’ala e Guaita al centro… Al 36′ il pareggio, gol di Orsi su passaggio di Guaita… E poi i tempi supplementari… Ancora dai ricordi di Schiavio:
«Ero stanchissimo, ero tutto a pezzi. Forse era più lento il gioco a quei tempi ma si giocava meglio. C’era più scienza. La vocazione nostra faceva sì che puntassimo tutto sulle risorse tecniche. Eccelso era Meazza, forse dì me più bravo, non sta a me dirlo, tanto lo ha detto la storia, ma sicuramente più professionista. Io ero più dilettante. Io pensavo ad altre cose. Lui stava attento a non farsi male, io entravo come un dannato… Il calcio era proprio la mia passione del tempo libero, ben ripagata non lo nego, ma non professione come per Meazza…».
La vittoria al primo Mondiale, firmata dall’Angiolino, arrivò all’inizio del primo tempo supplementare. Il 5′ per l’esattezza. Avanzò Ferraris IV, pallone a Guaita che smarcò Schiavio in profondità. Il suo famoso dribbling secco a seguire, due fatti fuori, e prima che il portiere uscisse un gran tiro. Lo stadio esultò. Con quella partita e quella vittoria si può dire il calcio diventò in tutta Italia il fenomeno sociale che sappiamo…

L’Italiano perfetto

Tutto quello che venne dopo. Il calcio falsamente professionale, al servizio di lor signori, soprattutto quei pedatori foresti ricchi e viziosi che guada- gnavano anche per i pedatori modesti, generosi e non viziosi, che correvano per loro. I modesti dovevano accontentarsi di poche lire, i foresti prendevano sottobanco autentiche fortune. Con la sua classe, Schiavio, qualche anno dopo, avrebbe potuto guadagnare tanto di più di quello che in effetti guadagnò.
«Io ho smesso dì giocare nel ’36 senza rimpianti. Ai miei tempi di giocatori veramente professionisti non ce n’erano tanti. Si giocava più lento? Sì, ma gli attaccanti erano attaccanti, non mezzi misti come succede oggi, il centravanti era centravanti, non era punta…».  Un uomo pratico ed un industriale di successo. Tra il ’28 e il ’34 protagonista assoluto sulle nostre scene calcistiche. Lo tagliò fuori Meazza, che aveva il genio della pedata più di lui senza sopravanzarlo forse atleticamente. Schiavio si mise da parte presto, mentre il suo Bologna andava a cogliere scudetti gloriosi, mentre insorgeva prepotente quel fulmine del gol di Silvio Piola il vercellese, ma questa è un’altra storia…