SERIE A 1968/69: FIORENTINA

L’avvento di Nello Baglini, la grinta di Pesaola alla guida di un gruppo di giovani talentuosi, l’amore di un intera città: gli ingredienti di uno storico successo


LA SINTESI DEL CAMPIONATO

La Juve, scatenata, è la regina del mercato: per 660 milioni acquista Anastasi dal Varese, per 400 l’interno Benetti dal Palermo (neopromosso in A), per 380 il trequartista Haller dal Bologna, per 140 il difensore Pasetti dalla Spal. Segue a ruota l’Inter del nuovo presidente Fraizzoli: Bertini dalla Fiorentina (400 milioni), Vastola dal Varese (250) e Jair di ritorno dalla Roma (250). Quando il campionato prende il via, però, cambiano i primattori. A salire alla ribalta è l’outsider Cagliari, che all’ottava giornata balza in testa alla classifica e il 26 gennaio 1969 è campione d’inverno con un punto sulla Fiorentina e due sul Milan, mentre Inter e Juventus sono già lontane. Due domeniche dopo, i viola raggiungono i sardi e alla diciottesima le tre contendenti per lo scudetto sono tutte in testa, con 6 punti di vantaggio sull’Inter, in un torneo caratterizzato dalla violenza sulle gradinate e da pochi gol in campo. Il pari tra le due avversarie dirette consente al Cagliari di riprendere il cammino solitario per un paio di turni, poi la sua sconfitta casalinga con la Juve rilancia in testa i viola. È la ventunesima giornata, sarà la “fuga” buona. A due turni dalla fine il vantaggio si allarga a due punti e la domenica dopo, l’11 maggio 1969, la Fiorentina è Campione d’Italia con una domenica di anticipo. Chiuderà con 4 lunghezze su Cagliari e Milan, mentre in coda le ultime giornate sono fatali a Pisa e Atalanta, retrocesse in B assieme al Varese, piegato all’ultimo turno proprio dalla festa tricolore in casa viola.

I CAMPIONI DI PESAOLA

Estate 1968, la Fiorentina è in mezzo al guado. La politica dei giovani, lanciata da Baglini, sembra non approdare a nulla: ragazzi capaci di vincere una Coppa Italia, ma al momento del dunque perennemente acerbi, come ha dimostrato l’ultimo accidentato torneo, con il doloroso siluro a Chiappella. Il mercato è confuso. Il presidente, deluso dal mancato ingaggio di Helenio Herrera, fa cassa col gioiello Bertini (400 milioni dall’Inter) e poi sacrifica Albertosi (vice Zoff in Nazionale) e Brugnera, stella della nuova covata, pur di avere l’interno Rizzo del Cagliari, suo pallino personale. Si dà inoltre per scontato l’addio ad Amarildo, troppo discontinuo e nervoso oltre che reduce da una stagione-no per la frattura al perone sinistro del 7 gennaio contro la Spal (tre mesi di stop). Intanto da Napoli arrivano il diesse Carlo Montanari e l’allenatore Bruno Pesaola. Il “Petisso” si accontenta del mercato povero ma su un punto non transige: il recupero di Amarildo. Impresa titanica: il “garoto”, in vacanza in Brasile, pone condizioni capestro, comprendenti premi doppi rispetto ai compagni. Pesaola gli parla, gli offre carta bianca sulla posizione in campo e nasce la nuova Fiorentina.

In porta, anziché sul veterano Bandoni, il tecnico punta sul giovane Superchi, solo sette presenze in A all’attivo, davanti al quale piazza l’implacabile mastino Rogora e il regolare Mancin sulle fasce, col lineare Brizi stopper e il formidabile colpitore di testa Ferrante libero. A centrocampo, in mediana impiega i polmoni del rincalzo Esposito e avanza l’emergente Merlo a interno in coppia col regista De Sisti. Sulla fascia destra, il poderoso Rizzo, destinato a scalare a mezzala (con Merlo in luogo di Esposito) quando sulla fascia si impone il giovane Chiarugi, fantasista e risolutore imprevedibile, in appoggio agli attaccanti: il centravanti Maraschi, finalmente continuo in zona gol, e il fantasioso Amarildo a inventare su tutto il fronte. Dal nulla nasce una squadra sbarazzina, guidata magistralmente da Pesaola a vincere un campionato povero di gioco offensivo. Blindata dietro ed efficace in avanti grazie soprattutto al mattatore Amarildo, la Viola torna allo scudetto dopo tredici anni senza perdere una sola volta in trasferta, primato assoluto da quando esiste il girone unico nazionale.

IL TOP: AMARILDO

Nel 1967 l’approdo a Firenze di Tavares de Silveira Amarildo non suscitò eccessivi entusiasmi. Al posto dell’amatissimo Hamrin arrivava un giocatore dalla consolidata fama di attaccante tecnicamente superbo, ma pure rissoso, nemico degli arbitri, sempre a caccia di squalifiche per la lingua lunga in campo e le reazioni ai fallacci ricevuti. Un temperamento forte capace di sublimarne l’arte calcistica, ma anche, con i propri eccessi, di ritorcersi contro la squadra. D’altronde è sempre stato così. Le prime esperienze nelle giovanili del Flamengo furono troncate dopo un anno dalla cacciata da parte dell’allenatore Solich, per averlo sorpreso a fumare di nascosto. Soprannominato “garoto” (monello), il ragazzo riparava nel Botafogo, dove, dopo un anno tra i giovani dilettanti, firmava il primo contratto da professionista tra le riserve, esordiva in prima squadra e a 21 anni diventava titolare grazie all’infortunio del nazionale Quarentinha. Il 30 aprile 1961 Aimoré Moreira lo faceva esordire nel Brasile in amichevole contro il Paraguay ad Asuncion. In breve il ragazzo sbaragliava il campo, segnando 18 reti in 25 partite col suo club e conquistando un posto nella lista dei 22 che in Cile avrebbero difeso il titolo mondiale, come riserva nientemeno che di Pelé. Al secondo match, questi si infortunava contro la Cecoslovacchia e Amarildo diventava il trascinatore del bis mondiale verdeoro. Subito Fiorentina e Juventus se lo contendevano all’ultimo dollaro, fino al “veto” della Figc. Un anno più tardi il ragazzo approdava al Milan, con cui peraltro ha vinto solo una Coppa Italia. Ha spesso incantato, nei primi due campionati ha anche segnato molto, ma troppo spesso l’umore sanguigno ne ha compromesso il rendimento. La prima stagione in viola non ha mutato il copione, con l’aggiunta del grave infortunio. Quando torna a Firenze dopo la lunga estate delle bizze contrattuali, Pesaola lo coccola a dovere, concedendogli di sbizzarrirsi su tutto il fronte offensivo. Piccolo (1,69) e scattante, guizza in dribbling e inventa da grande numero dieci, segnando solo sei reti ma offrendo un contributo decisivo allo scudetto, grazie anche all’autocontrollo che finalmente lo “protegge” dagli eccessi di un tempo, complice il matrimonio con Fiamma, ragazza italiana. Non tornerà nella Seleção (con cui ha collezionato 15 presenze e 7 reti), pur avendolo largamente meritato.

Da sinistra: Amarildo, Merlo, De Sisti, Pesaola e Rizzo

IL FLOP: SIVORI

Aveva immaginato un grande ritorno sul proscenio, Omar Sivori, per chiudere in bellezza la lunga avventura italiana. Dopo le prime due sontuose annate napoletane, un infortunio al ginocchio sinistro rimediato a Cali, in Colombia, durante la tournée sudamericana estiva della squadra azzurra gli ha fatto perdere quasi tutto l’ultimo campionato. Così l’estate del 1968 la trascorre provando a recuperare la forma migliore. Inutilmente. Tenuto fuori squadra perché Carlo Parola, allenatore dedicato espressamente alla sua ripresa, gli accredita solo sessanta minuti nelle gambe, l’asso argentino dopo lo squallido 0-0 rimediato dal Napoli il 27 ottobre contro la Roma sbotta: con lui in campo la partita non si sarebbe chiusa in parità. Segue violento alterco con lo stesso Parola e il medico sociale Covino. Finalmente, dopo un assaggio a Leeds in Coppa delle Fiere, il direttore tecnico Chiappella lo manda in campo il 17 novembre contro il Palermo. Omar è il migliore in campo e il suo gol fa vincere il Napoli. Sembra l’avvio della rinascita, ma il 1° dicembre è in agguato il match-clou con la Juventus del suo “nemico” Heriberto Herrera. Questi gli incolla alle costole Favalli, il quale, non riuscendo a contenerne la vena, lo tormenta di falli fino a provocarne la reazione, verso la fine del primo tempo, cadendo poi a terra come fulminato. Missione compiuta. L’arbitro Pieroni espelle Sivori e scoppia una rissa, che porta alla cacciata dal campo anche di Chiappella, Panzanato e Salvadore. Il Napoli vince, poi tocca al giudice sportivo e la mano è pesante: 9 turni a Panzanato, 6 a Sivori, 4 a Salvadore, due mesi a Chiappella. Per Omar, recordman di squalifiche nella storia della Serie A (24 turni con la Juve, 9 col Napoli), la misura è colma e il 6 dicembre 1968, annuncia la rescissione del contratto col Napoli e il ritorno in Argentina per protesta contro la lunga, ingiusta squalifica. Venti giorni dopo, alla vigilia di Natale, si imbarca a Fiumicino su un aereo per il Sudamerica. Là firmerà un accordo col River Plate, il suo vecchio club, su appello dell’antico maestro Renato Cesarini, gravemente malato. Questi morirà pochi giorni più tardi, il 24 marzo 1969, e Omar, constatato di non aver più voglia di giocare dopo tante traversie, annuncerà a 33 anni l’addio all’agonismo.

LA SARACINESCA: IL RAGNO VERO

3 novembre 1968, Milan-Inter 1-0: Cudicini controlla il pallone, dietro a lui Schnellinger e Jair

Ecco un altro che non ti aspetti: Fabio Cudicini a 33 anni mantiene finalmente tutte le promesse d’inizio carriera. Il calcio è pane di famiglia, papà Guglielmo ha giocato nella Triestina (4 presenze in A) e poi nella Ponziana Trieste (C), da difensore e attaccante di complemento. Lui, Fabio, ugualmente nato a Trieste (il 20 ottobre 1935), si è ritrovato così lungo e secco – un’anomalia per i tempi: 1,91 per 81 chili – da finire quasi inevitabilmente in porta. Ha imparato i primi rudimenti nella Ponziana, poi a 18 anni è passato nel vivaio dell’Udinese, a venti ha esordito in prima squadra e poi si è messo in luce in due campionati di A. La Roma ha scommesso su di lui nel 1958, acquistandolo per 25 milioni e affidandogli due anni dopo la maglia da titolare. Ha vinto la Coppa Italia e la Coppa delle Fiere, ha esordito in Nazionale B (l’8 maggio 1963, sconfitta 0-2 con l’Austria a Vienna), ma non ha mai compiuto il salto di qualità per diventare un campione. Così a 31 anni è stato sbolognato al Brescia per 40 milioni e ci è rimasto male, una specie di benservito alla carriera. Tra le “Rondinelle”, pur sempre in Serie A, ha giocato solo 18 partite. Il Milan lo ha preso l’anno dopo facendogli spartire la maglia da titolare con l’emergente Belli. Rocco però ha lavorato a fondo, su quel concittadino così serio e attaccato ai colori, e nel 1968 lo ripresenta tirato a lucido. Sorpresa generale: il “vecchio” Cudicini è il più forte di tutti, tanto da riuscire a subire in 29 partite appena 9 reti (le altre 3 le incassa Belli a Cagliari). E poi, la Coppa dei Campioni: a Manchester, contro lo United, vive in semifinale una serata da leggenda, tanto che alla fine il manager inglese Matt Busby commenta sconsolato: «I grandi portieri cambiano i tempi delle partite. Lui lo ha fatto e vincerà la Coppa dei Campioni». Profezia azzeccata. E col suo maglione e i calzoncini neri, Cudicini diventa il “Ragno nero” del calcio italiano, confermando l’antica tradizione che vuole i portieri dare il meglio dopo i trent’anni.

IL SUPERBOMBER: RIVA PRIMO SINISTRO

Gigi Riva torna sul trono dopo la convalescenza dalla frattura rimediata il 27 marzo 1967 contro il Portogallo e il progressivo ritorno in forma. A 24 anni, il cannoniere di Leggiuno è entrato nella maturità agonistica che ne fa uno dei più forti attaccanti del mondo. Il simbolo della generazione del grande rilancio del calcio italiano dopo il decennio nero seguito alla sciagura di Superga: non per niente è stato suo il gol che ha dato il via al successo sulla Jugoslavia valevole per il titolo europeo. Atleta superbo, agonista irruente e coraggioso, in area è un satanasso che a gomiti spianati si fa strada per aprire pertugi di tiro a un sinistro devastante. Al mercato sono state avanzate offerte iperboliche (l’Inter, la più accanita delle pretendenti, era disposta a fare follie), ma il vicepresidente Arrica ha resistito, consapevole che l’unicità di un simile campione non potrà che farne salire nel tempo ulteriormente il valore. In realtà, poi sarà lui, l’ombroso Gigi, a opporsi più volte al trasferimento, avendo trovato in Sardegna, accolta nel 1963 al momento della cessione dal Legnano (dove in Serie C aveva realizzato 6 reti in 23 partite) con qualche perplessità, il suo habitat ideale. Un luogo meraviglioso ma anche aspro, rispettoso dell’individualità dell’eroe degli stadi, riservato come lui. Le sue progressioni in campo fanno aggio su una tecnica non raffinata, anche se il sinistro è di assoluta qualità e le cicloniche punizioni rappresentano un incubo per i portieri. E poi c’è il piglio autoritario del leader, che Gianni Brera idealizza così: «Quando è in pericolo il risultato, sa arretrare e difendere come nessuno, impostare per avventarsi a dettare il lancio profondo. Succede qualche volta che la partita non ingrani come dovrebbe e Riva aspetta fremendo l’intervallo per spronare e talora minacciare i compagni meno disposti a lottare. Quasi sempre è lui a spuntarla. Nessuno osa eccepire se non a proprio rischio e pericolo».


LA CLASSIFICA FINALE

Squadra Gio Pti Vit Par Sco GolF GolS DR
1 FIORENTINA 30 45 16 13 1 38 18 20
2 Cagliari 30 41 14 13 3 41 18 23
3 Milan 30 41 14 13 3 31 12 19
4 Inter 30 36 14 8 8 55 26 29
5 Juventus 30 35 12 11 7 32 24 8
6 Torino 30 33 11 11 8 33 24 9
7 Napoli 30 32 10 12 8 26 25 1
8 Roma 30 30 10 10 10 35 35 0
9 Bologna 30 29 10 9 11 27 36 -9
10 Verona 30 26 9 8 13 40 49 -9
11 Palermo 30 25 7 11 12 21 32 -11
12 Sampdoria 30 23 5 13 12 21 27 -6
13 Vicenza 30 23 8 7 15 26 39 -13
14 Varese 30 22 5 12 13 20 43 -23
15 Pisa 30 20 6 8 16 26 44 -18
16 Atalanta 30 19 4 11 15 25 45 -20
In maiuscolo/grassetto la squadra Campione d’Italia, in rosso/grassetto le squadre retrocesse